venerdì 1 febbraio 2013

La nuova verità, o meglio le nuove falsità, di Mehmet Ali Agca: nota di padre Lombardi


Alla velocita' della luce ecco la nota di padre Lombardi. Ah! Quante volte abbiamo implorato la stessa celerita' nel famoso 2010...vabbe'!
R.

La nuova verità, o meglio le nuove falsità, di Mehmet Ali Agca: nota di padre Lombardi

E’ uscita ieri, nelle librerie italiane, una nuova autobiografia di Mehmet Ali Agca. Al centro del volume, c’è l’affermazione che il mandante del tentato assassinio di Giovanni Paolo II sarebbe stato l’Ayatollah Khomeyni. Su questa e altre dichiarazioni ascoltiamo la nota del direttore della Sala Stampa vaticana, padre Federico Lombardi:

La casa editrice Chiarelettere ha distribuito nelle librerie il 31 gennaio un nuovo libro con cui probabilmente si attende un altro colpo di successo. Si tratta di una nuova (non è la prima!) autobiografia di Mehmet Ali Agca: “Mi avevano promesso il Paradiso. La mia vita e la verità sull’attentato al Papa”, raccontata al popolo con indubbia perizia con l’aiuto di un esperto ghost writer che conserva l’anonimato.

Veniamo subito al dunque. La rivelazione centrale sarebbe – finalmente, dopo 32 anni! – quella del vero mandante del tentato assassinio del Papa Giovanni Paolo II, cioè l’Ayatollah Khomeyni! 

Naturalmente il killer aveva rispettato finora un rigoroso segreto su questo mandato. A un’unica persona egli avrebbe detto la verità. A Giovanni Paolo II, nel corso del famoso colloquio nel carcere di Rebibbia, il 27 dicembre 1983. Questo colloquio rappresenta naturalmente uno dei passaggi cruciali del libro, e il dialogo è raccontato con vivacità e dovizia di particolari (pp.161-168). Dopo un primo scambio a proposito del terzo segreto di Fatima, il Papa avrebbe posto esplicitamente la domanda cruciale: “Chi ti ha mandato ad uccidermi?” e davanti al disagio di Agca avrebbe continuato: “Ti dò la mia parola d’onore che quanto mi dirai resterà per sempre un segreto fra me e te”. Ed ecco la risposta sconvolgente che svela “il grande segreto”: “Sono stati Khomeyni e il governo iraniano a ordinarmi di ucciderti”. Una terza parte del dialogo in carcere avrebbe poi riguardato l’invito del Papa ad Agca a convertirsi al cristianesimo, corroborato dal racconto che Agca gli faceva di una sua visione impressionante: “Stavo in croce come fossi Gesù Cristo, ecc. ecc.”.

Secondo Agca, il Papa ha tenuto fede alla promessa di segretezza, ma egli ora ritiene giunto il tempo di svelare il grande segreto perché, raggiunta il 18 gennaio 2010 la libertà definitiva e rinnegato il fanatismo del “nazifascismo islamico”, di cui era schiavo, può “scrivere la verità sulla sua vita, la verità sull’attentato a Wojtyla, il grande segreto che nessuno ha mai conosciuto”(p.184).

Questa volta dobbiamo credere ad Agca? 

Penso proprio di no. Mi sono preoccupato di fare le verifiche che mi spettavano più direttamente e che potevo compiere con persone precise dell’ambito vaticano su quanto affermato nel libro.

Ho incontrato e interrogato il card. Stanislaw Dziwisz su alcuni punti molto concreti. Anzitutto, naturalmente, sul colloquio in carcere fra Giovanni Paolo II ed Agca. Il Segretario di Giovanni Paolo II ha una memoria molto viva, in particolare di tutto ciò che riguarda l’attentato. E non c’è da stupirsene. Ora, il Segretario del Papa era presente al colloquio nella cella, naturalmente con il consenso del Papa e, anche se non vicinissimo, poteva sentire con sicurezza il colloquio. La sua testimonianza è quindi fondamentale. Egli conferma come i due interlocutori abbiano parlato del segreto di Fatima e dell’inspiegabilità della sopravvivenza del Papa, ma nega recisamente e assolutamente che si sia parlato dei mandanti e dell’Ayatollah Khomeyni, e che il Papa abbia invitato l’attentatore a convertirsi al cristianesimo. Nega anche quanto viene detto nel libro su una successiva lettera di Giovanni Paolo II ad Agca per tornare a invitarlo alla conversione (p.176): secondo il Segretario una simile lettera non c’è mai stata.

Nel libro si parla anche di “diverse lettere dell’allora card. Joseph Ratzinger”, presentate come “lettere spirituali nelle quali dice di pregare assieme al Papa per me, e di pregare anche per la mia conversione” (p.176). Per scrupolo, mi sono preoccupato di sapere oggi dall’”allora card. Ratzinger”, se veramente aveva scritto delle lettere ad Agca. E la risposta è stata molto chiara: che egli aveva sì ricevuto delle lettere da Agca (non bisogna stupirsi, perché molti ne hanno ricevute: anche io!), ma non aveva mai risposto. 

Naturalmente Agca dice di aver stracciato tutte queste lettere papali e cardinalizie perché era “ancora un combattente islamico e non poteva tenere con sé testi simili”. Ma guarda un po’…

Si potrebbe continuare. Ad esempio, l’Agca del libro lascia intendere alcune volte che in Vaticano si prendesse in considerazione anche la “pista islamica” come spiegazione dell’attentato al Papa. E cita a questo proposito delle presunte dichiarazioni di Joaquin Navarro-Valls, che nel contesto della scomparsa di Emanuela Orlandi nel 1983 avrebbe detto: “Potrebbe trattarsi di fondamentalisti musulmani che si illudono di poter liberare Agca”. Il libro afferma: “Il Vaticano fa vedere di aver capito. C’è il fondamentalismo islamico dietro il rapimento di Emanuela e, dunque, dietro l’attentato a Giovanni Paolo II” (p.153). Ma Navarro-Valls diventerà portavoce solo il 4 dicembre 1984 e nega recisamente di essersi occupato della scomparsa di Emanuela e di aver mai preso in considerazione una “pista islamica” dell’attentato.

Anche il card. Dziwisz nega risolutamente che in Vaticano si sia considerata come attendibile una “pista islamica”, anzi sembra che proprio non se ne sia praticamente mai parlato. Del resto è del tutto incredibile che, se il Papa ne fosse stato veramente informato e ci avesse creduto, non ne fosse neppure trapelato il minimo sentore.

Questa vita romanzata di Ali Agca riprende molte cose da lui già scritte in precedenza, conferma la sua politica di depistaggio sistematico degli inquirenti, nega le piste che centravano l’attenzione sull’Est europeo, ma cerca soprattutto di costruire uno scoop internazionale: l’Ayatollah Khomeyni, l’Iran, l’islam “nazifascista”, sono la vera spiegazione della volontà di uccidere il Papa come punto cruciale della guerra finale contro l’odiato occidente cristiano. 

Per parte mia, ho presentato alcuni riscontri negativi precisi sulla base di testimonianze attendibilissime:

Non è vero che Agca avesse parlato al Papa dell’Ayatollah Khomeyni e dell’Iran come mandante nel corso del colloquio in carcere (e questo è un punto cruciale del libro!).
Non è vero che in Vaticano si ritenesse fondata una pista islamica.
Non è vero che Giovanni Paolo II abbia invitato Agca a convertirsi al cristianesimo e gli abbia inviato una lettera in carcere.
Non è vero che il Card. Ratzinger abbia scritto delle lettere ad Agca.
Non è vero che Navarro-Valls abbia voluto far riferimento a una pista islamica del caso Orlandi e dell’attentato al Papa.

Insomma, praticamente tutto quello che era di mia competenza e che ho potuto verificare è falso.

Le oltre cento versioni dei fatti che finora Agca ha dato e a cui ora si aggiunge quest’ultima sono un po’ troppe perché adesso possiamo credergli.

© Copyright Radio Vaticana

''Visita ad limina'' dei vescovi dell'Emilia Romagna. Intervista al card. Carlo Caffarra (Sir)


Irrobustire la fede

''Visita ad limina'' dei vescovi dell'Emilia Romagna. I temi caldi: evangelizzazione e vocazioni, perdita dei valori e solidarietà per il sisma

Tornano dal Papa, a sei anni dal gennaio 2007, i vescovi dell’Emilia Romagna. L’occasione è la periodica visita “ad limina”. In vista dell’appuntamento, Francesco Rossi, per il Sir, ha incontrato il presidente della Conferenza episcopale dell’Emilia Romagna e arcivescovo di Bologna, card. Carlo Caffarra, chiedendogli un bilancio della situazione ecclesiale in Regione e una riflessione sulle questioni più scottanti.

Quali sono, a suo avviso, le problematiche emergenti che, come vescovi della regione ecclesiastica Emilia Romagna, porterete all’attenzione del Papa?

“La tematica centrale è la necessità di una forte evangelizzazione del popolo emiliano romagnolo. È andato sempre più erodendosi quel tessuto di tradizione cristiana che, nonostante tutto, la gente possedeva. Una preoccupazione, questa, che riguarda soprattutto i nostri giovani e, ancor di più, le persone adulte, che hanno responsabilità - dal lavoro alla famiglia, perché ricoprono ruoli imprenditoriali oppure sono impegnate nelle amministrazioni locali o nella politica -.In questi anni si è poi confermato un calo, sempre più preoccupante, delle vocazioni sacerdotali, anche se in alcune diocesi si notano piccoli segnali di ripresa. Questi i due fatti più importanti. Ne aggiungerei, però, un altro: il nostro popolo per decenni è stato amministrato da un soggetto che ha diffuso una mentalità fortemente secolarizzata. Tuttavia, la percezione e il senso di alcuni beni umani fondamentali, come il matrimonio e la famiglia, non sono mai venuti meno. Da un po’ di tempo, però, la percezione di questi valori si va oscurando: l’ideologia individualista sta pervadendo anche la coscienza morale del nostro popolo. Infine ricorderemo di sicuro il fatto tragico del terremoto, di fronte al quale la nostra gente ha rivelato il suo profondo coraggio di vivere, la voglia di non rassegnarsi mai, un forte senso di solidarietà”.

Il calo delle vocazioni è un tema presente da anni, e non solo in questa Regione. Chiama in causa un nuovo ruolo dei laici, anche all’interno della parrocchia? E, d’altra parte, come affrontare la gestione ordinaria della comunità cristiana quando vengono a mancare i preti?
“La ragione ultima di questo calo, a mio avviso, è la crisi della fede. È mancato un forte annuncio del messaggio cristiano alle generazioni giovanili, che porti il ragazzo a un vero incontro con Cristo. Se viene meno questo, parlare di vocazione è impossibile. Compito dei laici non è sostituire i preti, anche laddove il sacerdote non sia presente, ma inserire la salvezza cristiana dentro le realtà di questo mondo. Come affrontare, allora, questo grave calo numerico? Ogni vescovo, nella sua sapienza, se ne sta occupando. Personalmente mi preoccupo fondamentalmente che ogni comunità cristiana non sia privata della celebrazione eucaristica festiva, abbia assicurata la trasmissione della fede - ovvero il catechismo - alle giovani generazioni, sappia che c’è un sacerdote ben preciso che, anche se non residente, ha responsabilità della sua fede e al quale si può rivolgere”.

Quale contributo può venire, in tal senso, dall’Anno della fede che la Chiesa sta vivendo?

“Sono sempre più convinto che questa decisione del Santo Padre sia stata divinamente ispirata. È il Signore Gesù che lo voleva. Ciò che ho già detto dimostra quanto la Chiesa in Emilia Romagna avesse bisogno di un momento per irrobustire la propria fede. Le singole diocesi, anche qui, procedono secondo la sapienza e lo zelo pastorale dei loro vescovi. A Bologna insistiamo, soprattutto, nella catechesi degli adulti e nell’annuncio della fede ai giovani. A questo scopo contribuiranno la scuola della fede, che comincerà proprio a febbraio, il martedì, e la missione cittadina ai giovani, con un centinaio di missionari che per dieci giorni andranno nei luoghi dove sono i giovani - università, piazze, strade, discoteche - per annunciare loro il Signore Gesù”.

Sulla famiglia si concentra, da tempo, l’attenzione della Chiesa italiana. Qual è la situazione in Regione e di quale impegno ci sarebbe bisogno, da parte ecclesiale?

“Le nostre Chiese si stanno impegnando da anni. Probabilmente, però, come pastori dovremmo interrogarci se, nella nostra azione pastorale, diamo per assunti dei presupposti ormai superati. Oggi non è più solo una questione di praticabilità o meno della proposta cristiana circa il matrimonio, bensì siamo arrivati a mettere in questione le definizioni stesse di matrimonio e famiglia. Sposarsi è un bene? Non va dato per scontato che per la gente sia così. Per questo, nel 2010, feci una nota dottrinale al riguardo. Quando vedo tanti corsi prematrimoniali costruiti oggi come 15-20 anni fa non ci siamo, si sta offrendo un cibo che non serve perché, purtroppo, c’è bisogno di altro”.

Non è secondario, poi, il problema dei separati e divorziati risposati...

“La Chiesa non può ignorarli. Qui a Bologna abbiamo un’attenzione verso queste persone e sacerdoti che le seguono. Si sbaglia, però, quando si pensa che la Chiesa debba cambiare la sua dottrina. Se questa viene presentata nella sua intima ragionevolezza le persone che si trovano in siffatte situazioni la capiscono. In un incontro che ho tenuto presso una parrocchia con circa 50 coppie di divorziati risposati ho spiegato quale fosse la posizione della Chiesa nei loro confronti. Alla fine più di una coppia è venuta a ringraziarmi, soprattutto per una riflessione che avevo proposto loro: ‘Voi, se accettate profondamente questa vostra condizione come la Chiesa vi chiede, siete in qualche modo testimoni del Vangelo del matrimonio, testimoniate che è una cosa seria’. Certo, se si presenta l’indissolubilità coniugale come una legge della Chiesa non si capisce la ragione del perché non venga cambiata. Ma non è semplicemente una legge, c’è una dottrina cristiana circa il matrimonio e l’Eucaristia, e la Chiesa non la può cambiare”.

L’Emilia, come già ricordato, lo scorso anno ha vissuto l’esperienza del terremoto. Le comunità cristiane colpite quale reazione hanno avuto? Sono rimaste integre o sono andate dissolvendosi?

“La mia impressione è che hanno retto; anzi, in qualche modo si è intensificato il senso di un’appartenenza. La notte e la mattina di Natale sono andato a celebrare l’Eucaristia nelle zone della diocesi interessate dal sisma. In che modo quella gente ha voluto accogliere il vescovo? Suonando le campane, che da quei giorni erano rimaste mute. Quanti occhi umidi ho visto nell’ascoltare quel suono, segno di appartenenza a una comunità... Non si sono dispersi, come io stesso temevo. Ha rappresentato un grande dono la visita del Santo Padre, come pure va ricordato l’impegno dei nostri sacerdoti, che sono stati semplicemente eroici, non hanno abbandonato un solo momento il loro popolo, hanno condiviso in tutto i disagi della loro gente. Tutto ciò ha impedito il radicarsi dell’insidia della disperazione. Certo, adesso vedo indispensabile, per quanto possibile, ridurre al minimo la burocrazia per permettere di ricostruire in tempi rapidi, per non favorire il rischio della stanchezza, che alla fine porta ad abbandonare il territorio”.

Da ultimo, cosa vi aspettate dalla “visita ad limina”?

“Quello che ci aspettiamo, e che sicuramente il Santo Padre ci donerà, è ciò che Pietro è chiamato a donare ai suoi fratelli e, in primis, ai vescovi: confermarci nella fede”.

© Copyright Sir

Benedetto XVI: Non esiste un contrasto tra la fede e la carità

Clicca qui per leggere il commento.

Il Papa: Quaresima, massima opera di carità è l'annuncio della Buona Novella (AsiaNews)

Clicca qui per leggere il commento.

Chiesa ed abusi, Mons. Gomez (Los Angeles): non ci sono scuse



Vedi anche:








Nelle nuove piazze virtuali dei giovani. Presentata la plenaria del dicastero della cultura (O.R.)


























_________________________________


CHIESA E ABUSI: MONS. GOMEZ (LOS ANGELES), “NON CI SONO SCUSE”

Il card. Roger Mahony, a guida dell’arcidiocesi di Los Angeles dal 1985 fino al ritiro nel 2011, è stato informato che “non avrà più mansioni amministrative e pubbliche” mentre il vescovo ausiliare Thomas Curry ha chiesto e ottenuto di essere sollevato dalle sue responsabilità come vescovo regionale di Santa Barbara. Sono questi i provvedimenti presi dall’arcivescovo di Los Angeles, mons. José H. Gomez, in seguito allo scandalo che sta travolgendo l’arcidiocesi: nei scorsi giorni, infatti, sono stati presentati in tribunale alcuni rapporti finora sconosciuti, come parte della causa contro l’arcidiocesi. I documenti, pubblicati online dal “Los Angeles Times”, mostrano come l’arcidiocesi statunitense abbia cercato di coprire gli abusi dei sacerdoti prima che lo scandalo scoppiasse. 
Al centro della bufera giudiziaria ci sono appunto il card. Mahony e mons. Curry. In una dichiarazione scritta e diffusa dall’arcidiocesi di Los Angels, mons. Gomez afferma: “Questi rapporti documentano abusi avvenuti decenni fa. Ma non per questo li rende meno gravi. Trovo questi documenti brutali e la loro lettura dolorosa. Il comportamento descritto in questi rapporti è terribilmente triste e intriso di male. Non ci sono scuse, non ci sono spiegazioni per quanto è accaduto a questi bambini. I sacerdoti interessati hanno il dovere di essere i loro padri spirituali e hanno fallito”.
“Dobbiamo riconoscere oggi questo terribile fallimento - dice l’attuale arcivescovo di Los Angeles -. Dobbiamo pregare per tutti coloro che sono stati feriti da membri della Chiesa. E dobbiamo continuare a sostenere il lungo e doloroso processo di guarigione delle loro ferite e ripristinare la fiducia che era stata spezzata”. Mons. Gomez è consapevole che “non è possibile cancellare gli errori commessi nel passato, che troviamo in queste pagine. Leggere questi rapporti e riflettere sulle ferite causate, è stata l’esperienza più triste da quando sono diventato il vostro arcivescovo nel 2011”. Da qui i provvedimenti concreti presi a carico del card. Mahony e del vescovo Curry. 
Il messaggio di mons. Gomez continua rivolgendosi personalmente alle vittime: “Voglio aiutarvi nella vostra guarigione. Sono profondamente dispiaciuto per i peccati commessi contro di voi”. Poi l’arcivescovo si rivolge ai fedeli cattolici di Los Angeles con una promessa: “Continueremo, come abbiamo fatto per molti anni, a riferire immediatamente ogni accusa accertata di abuso alle autorità incaricate perché sia applicata la legge e a rimuovere coloro che sono accusati dal ministero. Continueremo a lavorare, ogni giorno, per fare in modo che i nostri figli siano al sicuro, amati e curati nelle nostre parrocchie, nelle scuole e in ogni ministero nell’Arcidiocesi”.

© Copyright Sir

IL TESTO DEL MESSAGGIO DEL SANTO PADRE PER LA QUARESIMA 2013

Clicca qui per leggere il testo del Messaggio.

Conferenza Stampa di presentazione del Messaggio del Santo Padre per la Quaresima 2013

Clicca qui per leggere i testi.

Il matrimonio che ha fondato l'America. In un documento presentato alla Corte Suprema dai vescovi statunitensi

In un documento presentato alla Corte Suprema dai vescovi statunitensi

Il matrimonio che ha fondato l'America


Washington, 31. «Il matrimonio, inteso come unione tra un uomo e una donna, non è un retaggio del passato, ma un'istituzione fondante e vitale della società civile attuale»: lo ricorda l'episcopato cattolico negli Stati Uniti in un documento presentato alla Corte Suprema. L'organo di giustizia di massima istanza nel Paese ha avviato, a seguito di una serie di ricorsi, l'esame del Defense of Marriage Act (Doma), la legge federale promulgata nel 1996 che tutela il matrimonio naturale. Oltre a questa, la Corte si pronuncerà sulla legge in vigore nello Stato della California, che non consente di legalizzare le unioni tra persone dello stesso sesso, sulla base di un referendum popolare (la cosiddetta Proposition 8) svoltosi nel novembre 2008. Il verdetto della Corte Suprema degli Stati Uniti è atteso entro giugno 2013.

Il documento è presentato dall'organismo episcopale in qualità di amicus curiae. Offre una serie di considerazioni di valore religioso e morale per auspicare un pronunciamento dei giudici che ribadisca la tradizionale definizione di matrimonio, arginando in tal modo i tentativi in atto in vari Stati della federazione di legittimare unioni alternative a quella fra un uomo e una donna. Il Governo degli Stati Uniti ha da tempo deciso di non difendere più la costituzionalità del Doma di fronte ai tribunali e, di conseguenza, i ricorsi stanno aumentando. A muovere contestazione contro il Doma di fronte alla Corte Suprema è stata, fra gli altri, un'anziana donna dichiaratamente omosessuale, Edith Windsor, secondo la quale la legge federale sarebbe discriminatoria, non contemplando per esempio tutele giuridiche in materia di diritto ereditario a favore di persone non sposate.
Nel documento -- a firma del consigliere generale Antonhy Picarello e del consigliere generale associato, Michael Moses, della Conferenza episcopale -- si osserva che il caso in questione dell'anziana donna, che per anni è stata unita a una persona dello stesso sesso poi deceduta, riguarda «una scelta personale» che non comporta un pronunciamento della Corte che possa assumere una valore generale per tutta la popolazione. La questione, si sottolinea, «non può ragionevolmente essere definita come rientrante in un generale “diritto di sposarsi”». I consiglieri aggiungono che «il riconoscimento civile delle unioni tra persone dello stesso sesso non è profondamente radicato nella storia della e nella tradizione del Paese, ma piuttosto è vero il contrario». A tale riguardo, l'episcopato fa riferimento a sentenze della Corte Suprema nelle quali si descrive «il matrimonio come un diritto fondamentale considerato chiaramente come unione tra un uomo e una donna».
I vescovi degli Stati Uniti Uniti da lungo tempo mostrano preoccupazione per i tentativi di ridefinire il matrimonio. La questione dei “matrimoni” omosessuali è diventata terreno di accesi dibattiti nella società che spesso sfociano in referendum popolari: il Maine e il Maryland sono gli ultimi due Stati che si sono aggiunti a quelli favorevoli alla legittimazione delle unioni omosessuali, mentre sono, per ora, un quarantina quelli che ancora si oppongono. Su una questione fondamentale come quella del matrimonio, ha affermato in un intervento il cardinale arcivescovo di New York, Timothy Michael Dolan, i vescovi «non possono restare in silenzio». L'episcopato, pur ribadendo in varie occasioni il pieno rispetto per tutte le persone, aggiunge tuttavia che «nessun'altra unione è in grado di provvedere al bene comune come lo è, invece, il matrimonio tra un uomo e una donna».
Nel documento presentato alla Corte Suprema -- nella parte relativa al referendum svoltosi in California che ha bloccato le unioni omosessuali -- si fa anche riferimento alle conseguenze legali che comporterebbe la ridefinizione del matrimonio naturale. In sostanza, notano i consiglieri della Conferenza episcopale, «la ridefinizione del matrimonio, a livello costituzionale, non solo minaccia i principi del federalismo e della separazione dei poteri, ma avrebbe un impatto negativo diffuso su altri diritti costituzionali, come ad esempio, la libertà religiosa, di coscienza, di parola e di associazione». E aggiungono che per tale motivo «si accenderebbe un motore di conflitto che coinvolgerebbe i tribunali in una serie di controversie altrimenti evitabili».
La Corte di appello di San Francisco si era espressa in maniera contraria al divieto delle unioni omosessuali nello Stato della California nel febbraio 2012. La sentenza ha ribaltato di conseguenza la volontà espressa dalla maggioranza della popolazione della California con il referendum svoltosi nel 2008, attraverso il quale è stato introdotto nella Costituzione dello Stato il divieto dei “matrimoni” tra persone dello stesso sesso e ribadito il principio che essi costituiscono solo l'unione tra un uomo e una donna. Nell'occasione, il cardinale Dolan aveva affermato che «la sentenza del tribunale è una grave ingiustizia, che ignora la realtà che il matrimonio è l'unione fra un uomo e una donna». La Costituzione, ha puntualizzato il porporato, «non proibisce la protezione del significato perenne del matrimonio, uno dei fondamenti della società. La popolazione della California merita di meglio. La nazione merita di meglio. Il matrimonio merita di meglio».

(©L'Osservatore Romano 1° febbraio 2013)

Pedofilia, il cardinale Usa Roger Mahony viene sollevato da tutti gli incarichi. Dimesso anche il vescovo di Santa Barbara

Clicca qui per leggere la notizia.

Preti pedofili, l'arcidiocesi di Los Angeles pubblica tutti i documenti. La dichiarazione di Mons. Gomez

Clicca qui per accedere ai files.
Qui la dichiarazione dell'arcivescovo di Los Angeles in inglese, qui in spagnolo.

LE DECISIONI E L'ESEMPIO DI PAPA BENEDETTO XVI NEL COMBATTERE LA PIAGA DELLA PEDOFILIA NELLA CHIESA. CRONOLOGIA

L'arcivescovo di Los Angeles, Gomez, ha annunciato di aver sollevato il card. Mahony da tutti i suoi impegni pubblici nella Chiesa

Clicca qui e qui per leggere la notizia.

LE DECISIONI E L'ESEMPIO DI PAPA BENEDETTO XVI NEL COMBATTERE LA PIAGA DELLA PEDOFILIA NELLA CHIESA. CRONOLOGIA

Vedi anche:




Cristiani e musulmani in Libano. Un'inchiesta (Magister)

Clicca qui per leggere il commento segnalatoci da Laura.

Card. Sepe: il Papa ci ha incoraggiati a farci voce degli umiliati dalla camorra (Izzo)

PAPA: SEPE, CI HA INCORAGGIATI A FARCI VOCE DI UMILIATI DA CAMORRA

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 31 gen. 

Un forte incoraggiamento a continuare come Chiesa la loro lotta, alla criminalita' organizzata e ad impegnarsi per l’occupazione dei giovani e' stato rivolto oggi da Benedetto XVI ai vescovi della Campania ricevuti in visita ad limina. 
Lo ha affermato il cardinale di Napoli, Crescenzio Sepe, intervistato dalla Radio Vaticana dopo l'incontro. "Il Papa - ha ricordato il porporato - era gia' intervenuto altre volte, ma in questo caso ha chiesto di farci voce, noi come Chiesa, e nel nome di Cristo, dei piu' deboli, dei piu' umiliati, di coloro che vengono sopraffatti, soprattutto di quelli che non riescono a causa della mancanza di lavoro, specialmente i giovani, a realizzare i propri sogni e le proprie aspirazioni".
"Il Papa - ha riferito ancora il cardinale Sepe dopo la visita ad limina - ci ha seguiti uno per uno con molta lucidita' e con molta chiarezza e soprattutto ha individuato nella sua sintesi i problemi che avevamo esposto dicendoci di andare avanti".
Il Pontefice, ha aggiunto il porporato, "ci ha benedetti e ha detto che ci e' vicino in questa opera pastorale apostolica nella nostra regione".
Come vescovi torniamo a casa, ha poi confidato Sepe, "carichi di questa bonta'". "La visita ad limina e' sempre un segno di profonda comunione dei vescovi con il Papa e dei vescovi tra loro" e, ha concluso il cardinale Napoli, "gli altri confratelli vescovi che erano molto soddisfatti e soprattutto molto carichi per questo incoraggiamento ricevuto dal Papa". 

© Copyright (AGI)

A proposito del Padre. Commento alla catechesi del Papa (Nasca)

Clicca qui per leggere il commento segnalatoci da Laura.

I Padri della Chiesa on line grazie alla Biblioteca Vaticana (Bandini)

Clicca qui per leggere il commento segnalatoci da Laura.

Nelle nuove piazze virtuali dei giovani. Presentata la plenaria del dicastero della cultura (O.R.)


Presentata la plenaria del dicastero della cultura

Nelle nuove piazze virtuali dei giovani

Nel mondo dei giovani la Chiesa non dev'essere «un termometro per valutarne solo lo stato di salute, ma un termostato per scaldarne gli ambienti», a cominciare da quelli virtuali. È una vera e propria immersione nelle culture giovanili emergenti, un dialogo a tutto campo, aperto e senza reticenze o censure, la proposta del cardinale Gianfranco Ravasi per l'assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura, che si svolgerà dal 6 al 9 febbraio. Presentandone i contenuti nella Sala Stampa della Santa Sede, nella mattina di giovedì 31 gennaio -- giorno della festa di don Bosco, «un uomo che ha saputo creare una sintonia nuova con i ragazzi» -- il porporato ha messo in evidenza come oggi i giovani abbiamo tanto da dire, con la loro ricchezza e le loro contraddizioni; e ha invitato gli adulti a fare un esame di coscienza per averli esclusi «con corruzione, incoerenza, disoccupazione». La plenaria vuole proprio conoscere dal di dentro le culture e i linguaggi dei giovani per consegnare nelle mani della Chiesa le chiavi giuste per comunicare con loro direttamente ed efficacemente.
Il cardinale ha invitato ad avere fiducia nelle nuove generazioni, indicando l'eccezionale impegno nel volontariato; e anche nella Chiesa, ha aggiunto, non bisognerebbe aver paura di affidare loro incarichi di primo piano. Ha poi messo in guardia dal rischio di rincorrere le mode del momento per cercare di stare comunque al passo con i tempi. Questa, ha rilevato, è una generazione che fa molte domande e diventa decisivo dare risposte che abbiano un senso pieno. Dal porporato è arrivato anche un invito a non disperdere le grandi esperienze delle parrocchie e degli oratori.
In queste prospettive la cultura ha oggi più che mai la funzione di segnalare i movimenti interiori degli uomini e, secondo l'ispirazione del concilio Vaticano II, di scrutare i segni dei tempi, non tanto per registrarli quanto per incidere in essi. Per la Chiesa entrare nei nuovi mezzi di comunicazione, a cominciare da Twitter, non è una necessità fine a se stessa ma un modo per comunicare davvero e comprendere come il mondo stia cambiando. Il «segreto» di tutto, ha spiegato il cardinale Ravasi, è la conversione: «Convertitevi e credete al Vangelo» è, del resto, una perfetta espressione per Twitter.
Mettendo da parte ogni «stampo freddo nell'analisi del mondo giovanile», il porporato ha suggerito di puntare piuttosto «sulla fede nei giovani, cioè sulla fiducia nelle loro potenzialità, pur sepolte sotto quelle differenze che a prima vista impressionano». Si tratta di entrare in questa «zona grigia del mondo giovanile» per stare accanto alle persone, soprattutto a quelle più deluse da «una politica che non può guardare solo all'economia» senza avere anche «un respiro alto e grandi prospettive».
A confermare le attese per questa strategia di comunicazione hanno fatto seguito le testimonianze di due giovani, il fiorentino Alessio Antonielli e Farasoa Mihaja Bemahazaka, originaria del Madagascar, studentessa di economia a commercio a Firenze. Insieme hanno indicato «negli incontri personali, nelle relazioni dirette di amicizia, nelle testimonianze credibili, il sistema migliore per evangelizzare i giovani». Non solo dunque il mondo virtuale. Alessio, in particolare, ha riconosciuto nelle domande esistenziali la cifra comune alle esperienze di tutti i giovani. La risposta però deve superare «superficialità, pressappochismo e indifferenza» che caratterizzano le realtà giovanili. Per questo Antonielli ha invitato la Chiesa ad aumentare ancora «la quantità della sua presenza nelle nuove piazze». È decisivo, ha aggiunto, «tradurre bene il messaggio», mettendo mano al vocabolario dei «nativi digitali» che hanno il loro «alfabeto emotivo» nel maneggiare i sempre più moderni e numerosi strumenti tecnologici che, con rapidità, creano relazioni e accorciano distanze. «Oggi i giovani -- ha concluso -- vogliono le risposte in un click. Non so quale sia la soluzione ma questo è lo scopo della plenaria».
Lo ha confermato monsignor Carlos Alberto de Pinho Moreira Azevedo, delegato del Pontificio Consiglio, presentando il programma dei lavori. «Vogliamo indagare con oggettività -- ha detto -- il fenomeno nuovo, complesso e frammentato delle culture giovanili», consapevoli che «anche nella fede c'è bassa natalità». Così non è un caso che la plenaria si apra nel pomeriggio del 6 febbraio con un concerto della rock band vicentina The Sun.

(©L'Osservatore Romano 1° febbraio 2013)

Il Papa ai vescovi campani: Continuate nella lotta alla camorra

Clicca qui per leggere la notizia.

Apprendisti alla scuola dello Spirito. Aperto in India un convegno internazionale sul Vaticano II (Grocholewski)


Aperto in India un convegno internazionale sul Vaticano II

Apprendisti alla scuola dello Spirito

Anticipiamo stralci del testo che il cardinale prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica pronuncia il 31 gennaio a Bangalore, in India, in apertura del convegno internazionale «Rivisitare il concilio Vaticano II: cinquant'anni di rinnovamento» che si svolge fino al 3 febbraio nel Pontificio Ateneo Dharmaram Vidya Kshetram.

di Zenon Grocholewski

Il concilio Vaticano II ha suscitato l'interesse sia dei credenti, sia dei non credenti; di coloro le cui preoccupazioni erano legate alla vita e alla missione della Chiesa, come anche di coloro i cui interessi riguardavano la sfera secolare. Ognuno aveva le proprie speranze e i propri timori, nonché le proprie attese. Dopo venticinque anni, molte cose erano cambiate, e questo valeva anche per le speranze, i timori e le attese di tutta l'umanità. Dopo cinquant'anni sono mutate pure le preoccupazioni e le situazioni della società. Anche il presente ha le proprie speranze, i propri timori e le proprie attese.
È facile comprendere che queste aspettative, queste speranze e questi timori mutevoli e soggettivi, basati su fenomeni sociali a breve termine, non possono essere la chiave per interpretare gli insegnamenti del Vaticano II. Discernere i “segni dei tempi” e agire in base ai desideri, alle speranze e ai timori soggettivi non può servire da bussola per comprendere gli insegnamenti del concilio.
Ogni volta che la Chiesa si deve confrontare con nuove situazioni che hanno un forte impatto sulla società umana e comportano nuovi interrogativi, essa riunisce i suoi pastori per trovare strumenti efficaci per dare testimonianza di Cristo, Salvatore dell'umanità. Di fatto, «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore. La loro comunità, infatti, è composta di uomini» (Gaudium et spes, 1).
Dunque, per quanto possano essere grandi le sfide che i “segni dei tempi” pongono ai credenti, essi non devono sentirsi sopraffatti e non devono abbandonare la barca di Cristo. Come testimoni della provvidenza divina e della speranza, i credenti devono, innanzitutto, discernere i segni della presenza di Cristo nel mondo e negli eventi mondiali. E, come gregge, devono ascoltare le parole del vero Pastore.
Papa Giovanni XXIII sottolineò che l'umanità deve sempre confrontarsi con situazioni difficili e problemi. E in questa realtà costante, che offusca le speranze e i sogni dell'uomo, la Chiesa non ha mai smesso di offrire la luce di Cristo.
Questo ci ricorda le parole che il Signore ha rivolto ai Dodici durante la tempesta sul lago di Genezaret: «Coraggio, sono io, non abbiate paura» (Matteo, 14, 27). Sì, non dobbiamo avere paura, non dobbiamo avere paura di aggrapparci a Cristo e di essere testimoni di speranza per la società umana.
Per questa ragione il beato Giovanni XXIII disse che, ogni volta che viene convocato un concilio ecumenico, i Padri proclamano in forma solenne questa corrispondenza con Cristo e con la sua Chiesa, e indicano a tutti dove trovare la luce di Cristo, al fine di sostenere e rafforzare le energie spirituali di ognuno e d'innalzare stabilmente gli animi ai beni veri e autentici.
Per meglio comprendere lo spirito e gli insegnamenti del concilio Vaticano II è importante riconsiderare lo scopo principale per il quale fu convocato. Riunendo i vescovi provenienti da ogni parte del mondo, Giovanni XXIII disse chiaramente che era interesse del concilio che «il sacro deposito della dottrina cristiana fosse custodito e insegnato in forma più efficace» (cfr. Messaggio per la solenne apertura del concilio Vaticano II, 11 ottobre 1962, n. 2. 6). Paolo VI lo ribadì nel suo discorso durante l'ultima sessione generale di quello stesso concilio.
Questa dottrina abbraccia l'intero uomo, fatto di corpo e di anima. E a noi, che viviamo qui in terra, impone di puntare, come pellegrini, verso la nostra patria celeste. Indica il modo in cui dobbiamo ordinare questa vita mortale affinché, adempiendo ai nostri doveri, ai quali siamo tenuti verso la città terrena e quella celeste, possiamo raggiungere il fine che Dio ha prestabilito per noi. Indicando tali orientamenti, Giovanni XXIII sottolineò le parole del Signore: «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Matteo, 6, 33). Questo “prima”, disse il Papa, esprime dove devono essere dirette anzitutto le nostre forze e le nostre preoccupazioni. Tuttavia, non bisogna trascurare le altre parole che seguono in tale comando del Signore: «e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta».
Nel sottolineare questi importanti principi sui quali i padri conciliari dovevano riflettere, il Papa disse anche che, poiché tale dottrina tocca i vari campi dell'attività umana che riguardano le persone singole, le famiglie e la vita sociale, è necessario, prima di tutto, che la Chiesa non distolga mai gli occhi dal sacro patrimonio della verità ricevuto dagli antichi. Allo stesso tempo, la Chiesa deve guardare anche al presente, che ha comportato nuove situazioni e nuovi modi di vivere, e ha aperto nuove vie all'apostolato cattolico.
In altri termini, il fine del concilio Vaticano II, e di qualsiasi altro concilio generale della Chiesa, è d'introdurre in contesti e situazioni storiche concrete il seguente mandato di Cristo: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato» (Matteo, 28, 19-20). Possiamo ricordare che nei precedenti concili generali della Chiesa il compito di custodire e insegnare il sacro deposito della dottrina cristiana è sempre stato svolto con solenne gravità dai padri dei diversi concili, che si sono dovuti confrontare con nuove situazioni e nuovi modi di vivere. Certamente tutti conoscono il monito di san Paolo nella sua Lettera ai Galati, indirizzato a quanti potrebbero desiderare di modificare gli insegnamenti di Cristo: «Mi meraviglio che così in fretta da colui che vi ha chiamati con la grazia di Cristo passiate ad un altro vangelo. In realtà, però, non ce n'è un altro; solo che vi sono alcuni che vi turbano e vogliono sovvertire il vangelo di Cristo. Orbene, se anche noi stessi o un angelo dal cielo vi predicasse un vangelo diverso da quello che vi abbiamo predicato, sia anatema! L'abbiamo già detto e ora lo ripeto: se qualcuno vi predica un vangelo diverso da quello che avete ricevuto, sia anatema!» (1, 6-9).
Papa Benedetto XVI, che da giovane sacerdote fu tra gli esperti dell'ultimo concilio generale, ha osservato nella premessa alla raccolta dei suoi scritti conciliari: «I singoli episcopati indubbiamente si avvicinarono al grande avvenimento con idee diverse. Alcuni vi giunsero più con un atteggiamento d'attesa verso il programma che doveva essere sviluppato (...) durante le fasi conciliari il raggio del lavoro e della responsabilità comuni si è allargato sempre più. I vescovi si riconoscevano apprendisti alla scuola dello Spirito Santo e alla scuola della collaborazione reciproca, ma proprio in questo modo si riconoscevano come servitori della Parola di Dio che vivono e operano nella fede. I Padri conciliari non potevano e non volevano creare una Chiesa nuova, diversa. Non avevano né il mandato né l'incarico di farlo. Erano Padri del concilio con una voce e un diritto di decisione solo in quanto vescovi, vale a dire in virtù del sacramento e nella Chiesa sacramentale. Per questo non potevano e non volevano creare una fede diversa o una Chiesa nuova, bensì comprenderle ambedue in modo più profondo e quindi davvero “rinnovarle”».
Per tale ragione, il Papa ha sempre affermato chiaramente che «un'ermeneutica di rottura è assurda, contraria allo spirito e alla volontà dei Padri conciliari»; e tutti sappiamo che ciò vale anche per quella di tutti i concili generali.
La fede è il fondamento degli insegnamenti del concilio. Senza fede, la Chiesa sarebbe come il sale che ha perso sapore, come la luce nascosta sotto un grande moggio. «Ma se anche il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si salerà?», dice il Vangelo, «non serve né per la terra né per il concime e così lo buttano via». Allo stesso modo, se l'ermeneutica di rottura viene utilizzata per interpretare il concilio Vaticano II, l'interpretazione non riuscirà a dare testimonianza della vera fede, che la Chiesa ha ricevuto da Cristo, e che è stata trasmessa fedelmente alla generazione presente attraverso il magistero della Chiesa, mediante secoli di ricchi depositi di sapienza contenuti nella tradizione cristiana.
Il beato Giovanni XXIII ci aveva messo in guardia contro l'imprudenza nell'interpretare lo spirito del concilio. In particolare, ci aveva messo in guardia dall'essere sopraffatti da nuove situazioni e dal trascurare ciò che si può imparare dalla storia. Il non vedere altro che il proprio imprudente entusiasmo per ogni novità, tende a portare a riformulare molte cose, spesso in modo eclettico, come se quelle insegnate dai concili precedenti potessero essere allegramente eliminate, che si tratti di dottrina cristiana, di morale o della giusta libertà della Chiesa.
Dopo duemila anni di cammino percorso insieme con l'umanità, l'esperienza della Chiesa -- come ha osservato Papa Roncalli -- ci dice che quanti aderiscono a Cristo e alla sua Chiesa godono della luce, della bontà, del giusto ordine e della benedizione della pace. Al contrario, tra quanti vivono senza di lui o combattono contro di lui e restano deliberatamente fuori della Chiesa c'è confusione.

(©L'Osservatore Romano 1° febbraio 2013)

Se la Banca d'Italia controlla solo il Vaticano (Anfossi)

Clicca qui per leggere il commento segnalatoci da Alessia.

L’Agenda Ratzinger: vita, famiglia, educazione e libertà religiosa (Aleteia)

Clicca qui per leggere il commento segnalatoci da Laura.

Immigrati, i Gesuiti: il Governo non mantiene le promesse e taglia ancora (Izzo)

IMMIGRATI: GESUITI, GOVERNO NON MANTIENE PROMESSE E TAGLIA ANCORA

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 31 gen. 

"Nelle grandi aree metropolitane italiane ci sono migliaia di persone che godono di protezione internazionale ma vivono in condizioni di degrado e disagio, molti sotto il livello di poverta'". 
Lo denunciano i gesuiti del Centro Astalli (sede italiana del Jesuit Refugee Service) che commentano in una nota i rilievi critici di Laurens Jolles, delegato per il Sud-Europa dell'Alto Commissariato Onu per i rifugiati. Padre Giovanni La Manna, presidente dell'organismo che fa capo alla Compagnia di Gesu', auspica che all'indomani del rogo nel quale hanno perso la vita a Roma due somali che cercavano di scaldarsi con dei cartoni, sia ascoltato il "grido" riguardante le pessime condizioni dei rifugiati, affinche' possano "aprire gli occhi e le coscienze coloro che hanno il dovere di governare queste situazioni".
"Scampare a una guerra, riuscire ad arrivare vivi in Italia, per poi morire cosi' - prosegue il religioso - e' davvero senza giustificazioni e deve portarci a crescere nella volontà di accogliere e non semplicemente 'parcheggiare' i rifugiati, accogliere in maniera progettuale e dignitosa per favorire una loro vera integrazione". "Manca una volonta' del Governo italiano di gestire questa situazione  e ormai sono parecchi in tutte le citta' italiane, compresa Roma, gli insediamenti abusivi in edifici occupati che sono vere e proprie bombe ad orologeria". "Come cristiani - sottolinea il gesuita - non abbiamo alibi. 
La Chiesa non perde occasione per ricordare a chi ci governa che si deve porre la parola fine a questa vergogna".
Padre La Manna aggiunge poi la voce del Centro Astalli a quella dell'associazionismo e degli enti locali che protestano per l'azzeramento della quota dell'otto per mille che avrebbe dovuto essere assegnata alle attivita' sociali finanziate direttamente dallo Stato. 
"In un Paese in cui gli interventi di sostegno e assistenza a favore dei rifugiati sono sporadici e troppi sono le storie di rifugiati costretti a vivere in condizioni di assoluta poverta', come hanno denunciato anche tribunali in altri Stati membri dell’Unione Europea, nonche' la stampa internazionale, e' paradossale - conclude il Centro Astalli - questo cambiamento d'uso. 
Una vera beffa, di fronte ai contribuenti IRPEF ma anche di fronte agli Enti locali ed associazioni che vengono formalmente invitati ogni anno dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri a presentare progetti articolati e documentati entro il 15 marzo per poi sapere 10 mesi dopo che si e' trattato solo di uno scherzo". 

© Copyright (AGI)

On line i codici vaticani (Franca Giansoldati)


On line i codici vaticani 

di Franca Giansoldati

Sì i miracoli tecnologici esistono. Eccome se esistono. 
A partire da oggi a chiunque, in qualsiasi latitudine del pianeta si trovi, è consentito sfogliare col proprio computer, pagina dopo pagina, i 256 codici miniati che fanno parte del Fondo Palatino della Biblioteca Apostolica Vaticana. 
Manoscritti rarissimi conservati gelosamente in un bunker sotto il Palazzo Apostolico in condizioni ideali - al buio totale, ad un tasso di umidità relativa del 50%, tra i 18 e i 20 gradi centigradi - ma che una  gigantesca operazione di digitalizzazione intrapresa da Benedetto XVI ha reso finalmente fruibili. 
E’ facile. Basta andare sul sito della Biblioteca (http://www.vaticanlibrary.va) per iniziare uno straordinario viaggio nel tempo e nello spazio. Ci sono voluti due anni, una montagna di lavoro, una equipe di 12 persone impiegate in pianta stabile e una tecnologia all’avanguardia per arrivare ad una riproduzione perfetta e ad altissima definizione. 

UN CLIC SUI CAPOLAVORI
Basta un clic e voilà. Dall’elenco dei numeri che appaiono sul sito, dall’uno al 256, tanti sono i  volumi riprodotti, si materializzano i capolavori, prendono corpo le immagini, si svelano i colori sapientemente miscelati dai monaci che nel Medio Evo operavano silenziosi facendo arrivare fino a noi questo sterminato giacimento. Evangeliari, commentari, trattati di morale, studi sulla geografia, atlanti di Battista Agnese ma anche opere filosofiche, commedie. 
Tra i libri, spulciando, ci sono pure Petrarca e Alighieri. E poi pergamene, classici come il De Officis, un'opera filosofica di Cicerone che tratta dei doveri a cui ogni uomo deve attenersi in quanto membro dello Stato; c’è il registro delle epistole di Gregorio Magno, i Fatti e detti memorabili di Valerio Massimo che passa in rassegna dei vizi e delle virtù illustrandoli attraverso personaggi ed episodi storici. 
L’oro dei capolettera sfavillano illuminando i colori vividi dei fregi arabescati a tempera, racchiudendo frasi 
latine sulle quali, si sono esercitate schiere di liceali per le versioni.
Eccone una, presa tra tante: «Presso gli antichi nessuna azione, non solo pubblica, ma anche privata, veniva compiuta, se prima non fossero stati presi i relativi auspìci. Questa consuetudine ha fatto in modo che anche oggi gli àuspici partecipino alle nozze: ed anche se costoro non chiedono più gli auspìci, il loro stesso nome rivendica ad essi le vestigia dell'antica usanza». 

IL TRATTATO DELL’IMPERATORE
Forse l’opera più curiosa del fondo Palatino, ricchissima di illustrazioni e catalogata al numero 1071 è il trattato di falconeria di Federico II, il De arte venandi cum avibus. L’imperatore tedesco, a capo del Sacro Romano Impero era letteralmente affascinato dalla caccia con il falco da introdurla e diffonderla in occidente. La considerava non solo uno svago ma una manifestazione simbolica del potere legata a precisi rituali. Federico II (1194-1250) si documentò a fondo, convocando a corte diversi falconieri arabi. Dal mondo arabo imparò l'uso del cappuccio in sostituzione della tecnica «di cigliare», che consisteva nel cucire le palpebre dei rapaci per poi allentare gradualmente la chiusura della sutura con l'avanzare del livello di addestramento. Il trattato sulla falconeria fu miniato subito dopo la sua morte e contiene due particolarità. La prima è il ritratto, quasi fotografico, dell’imperatore che appare nella pagina di introduzione. 
«Chi lo realizzò conosceva sicuramente quest’uomo» spiega Ambrogio Piazzoni, vice Prefetto della Biblioteca Vaticana. La seconda cosa singolare riguarda la completezza delle illustrazioni sulle specie di uccelli esistenti, molte delle quali ormai estinte. Gli animali sono talmente ben disegnati e descritti da rendere possibile una analisi del panorama ornitologico in Europa all’epoca federiciana. 
«Questo trattato è famosissimo e viene consultato persino dagli studiosi di ornitologia». 
La fruizione planetaria grazie al digitale portata avanti dal Prefetto monsignor Pasini rientra nella filosofia costitutiva della Biblioteca Vaticana. 
Fra gli scopi che le diede Niccolo V (1447-1455) c’è proprio quello di raccogliere i libri per «la comune utilità degli uomini di scienza». Fino ad allora il privilegio di consultare gli allora 350 volumi era di esclusivo appannaggio della curia. Con il tempo grazie ad importanti lasciti avvenuti nel corso di cinque secoli il patrimonio librario conservato al di là del Tevere è cresciuto a dismisura fino a diventare il numero uno al mondo. I codici custoditi sono circa 80 mila; latini, ma anche greci, ebraici, copti, siriaci, armeni, etiopici, cinesi, giapponesi e coreani. Se tutto andrà avanti senza intoppi nell’arco di una decina d’anni saranno interamente digitalizzati. Si tratta di una operazione imponente che richiede però notevoli risorse finanziarie. In Vaticano non hanno timori, la Provvidenza farà il resto...

© Copyright Il Messaggero, 31 gennaio 2013

I sessi non sarebbero più solo 5 ma sono aumentati ad 11 (Morra)

Clicca qui per leggere l'articolo.

Il "caso" Gotti Tedeschi nel commento di Scaramuzzi

Clicca qui per leggere il commento.

Ali Agca: “Fu Khomeini il mandante dell’attentato a Wojtyla” (Galeazzi)

Riceviamo e con gratitudine pubblichiamo:

NELL’AUTOBIOGRAFIA LA VERITÀ DEL TERRORISTA TURCO

“Fu Khomeini il mandante dell’attentato a Wojtyla”

Ali Agca: «In Iran mi disse che dovevo colpire e poi uccidermi»

GIACOMO GALEAZZI

CITTÀ DEL VATICANO

«L’Iran voleva Wojtyla morto.Fu Khomeini il mandante dell’attentato al Papa», afferma Ali Agca. Un incarico ricevuto direttamente dall’ayatollah Khomeini che lo accolse nel Palazzo verde di Teheran. A rivelarlo è Agca stesso nell’autobiografia «Mi avevano promesso il paradiso» (Chiarelettere), oggi in libreria. Una «verità» che arriva dopo trent’anni di bugie, false piste e processi da quel fatidico 13 maggio 1981 quando in piazza San Pietro, tra un mare di folla, papa Wojtyla fu gravemente ferito.
«Questa è la volontà di Allah, caro Ali. Non devi dubitare», gli avrebbe detto in turco Khomeini. Inoltre, «Allah ti chiama a questo grande compito. Non dubitare mai, abbi fede, uccidi per lui, uccidi l’Anticristo, uccidi senza pietà Giovanni Paolo II e poi tu stesso togliti la vita affinché la tentazione del tradimento non offuschi il tuo gesto. Questa morte aprirà una volta per tutte la strada del ritorno dell’imam Mahdi sulla terra».
E ancora: «Questo spargimento di sangue sarà il preludio della vittoria dell’Islam su tutto il mondo e il tuo martirio sarà ricompensato con il paradiso, con la gloria eterna nel regno di Allah». Parole dure e chiare alle quali Agca, giunto in Iran dopo essere fuggito dalla prigione turca dove era stato incarcerato per l’omicidio del direttore del quotidiano liberale Milliyet, inizialmente non risponde. Ma poi accetta, desideroso di farsi valere, di uscire dalla povertà, bramoso di riscatto e di rivincita. Tanto che racconta: «Mi scopro forte, pronto a immolarmi per la causa islamica come se fosse la cosa più naturale da fare, sì, ucciderò Giovanni Paolo II e un istante dopo mi toglierò la vita».
Un capitolo del libro è dedicato all’incontro in carcere tra il Wojtyla e il suo attentatore, il 27 dicembre 1983, colloquio finora rimasto segreto: «Santità, io conosco il terzo segreto di Fatima, me lo hanno rilevato in Iran».
La morte del Papa polacco non sarebbe arrivata per «inimicizia», ma perché gli iraniani, secondo Agca, interpretarono il terzo segreto di Fatima (rivelato da Wojtyla solo il 13 maggio 2000) come la caduta del Vaticano con la morte del Papa, e pensarono che così l’Islam avrebbe trionfato nel mondo. Un colloquio mai reso noto finora. E Agca spiega il perché: «Santo Padre, io le racconto tutto sull’attentato ma lei mi deve dare la sua parola d’onore che non dirà mai nulla a nessuno». «Hai la mia parola», fu la risposta del Papa.

© Copyright La Stampa, 1° febbraio 2013

Il Papa nomina il presidente della Comunità di Sant'Egidio in Consiglio Migrantes (Izzo)


PAPA: NOMINA PRESIDENTE S.EGIDIO IN CONSIGLIO MIGRANTES

Salvatore Izzo

(AGI) - CdV, 31 gen. - Il professor Marco Impagliazzo, presidente della Comunita' di Sant'Egidio, e' stato nominato da Benedetto XVI consultore del Pontificio Consiglio per la pastorale delle migrazioni. Successore di Andrea Riccardi alla guida della Comunita'  il professor Impagliazzo e'ordinario di storia contemporanea all'Universita' di Perugia. (AGI)

Massoni. Quegli uomini in nero nascosti tra politica e affari (Statera)

Clicca qui per leggere l'articolo.

La Santa Sede tratta con lo «Stato di Palestina» (Tornielli)

Clicca qui per leggere il commento.

Chi svela l'uomo all'uomo. Il vero protagonista della «Gaudium et spes» (Pelvi)


Il vero protagonista della «Gaudium et spes»

Chi svela l'uomo all'uomo

di Vincenzo Pelvi

La Gaudium et spes ha come oggetto centrale della sua preoccupazione, l'uomo: «È l'uomo dunque, ma l'uomo integrale, nell'unità di corpo e anima, di cuore e coscienza, di intelletto e volontà, che sarà il cardine di tutta la nostra esposizione» (Gaudium et spes, n. 3). E non potrebbe essere diversamente. I problemi del mondo contemporaneo che la Chiesa vuole illuminare sono: «le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi» (n. 1). Fondamentale nella Gaudium et spes è l'uomo, che fonda il legame che intercorre tra la Chiesa e il mondo. La Chiesa può dire Cristo come la verità dell'uomo, solo se essa è capace di svelare pienamente l'uomo all'uomo, ossia rivelargli la grandezza e la bellezza della sua dignità personale.
La Chiesa crede di trovare nel suo Signore e maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana. Il documento presenta -- nella prima parte, dal n. 10 al n. 45 -- la centralità di Cristo, via decisiva per la comprensione dell'uomo. In particolare, il n. 22 è la chiave per accostare Cristo, uomo nuovo, nuovo Adamo nel quale viene svelato al soggetto umano il senso e il futuro della storia umana e del cosmo. Il Signore è il fine della storia umana (cfr. n. 45). Si tratta di un testo di elevata statura teologica, che contrasta con l'evidente timidezza con cui il documento affronta le questioni più strettamente teologiche. Il concilio parla dell'uomo alla luce di Cristo, non semplicemente perché in Cristo tutto viene illuminato ma perché nel Figlio incarnato si scopre chi è e a che cosa è chiamato l'essere umano. Non si tratta di una luce che viene dal di fuori ma della stessa realtà della vita di Cristo.
Non è l'uomo che spiega Cristo, ma Cristo che spiega l'uomo. Perciò, solo per mezzo di Cristo possiamo sapere che cos'è l'uomo. La manifestazione di ciò che l'uomo è viene dunque unita alla rivelazione del Padre ed è conseguenza inseparabile di essa. Cristo, rivelatore dell'amore di Dio Padre, manifestatosi come Figlio, con la sua vita, rivela anche la vocazione dell'uomo: da sempre siamo stati chiamati alla comunione con Dio, a essere suoi figli nel Figlio.
Perché Cristo è l'uomo nuovo? Dico subito che Egli porta la novità della fraternità. La dottrina della Gaudium et spes stabilisce le basi di una teologia della fraternità, che viene elaborata in base alla distinzione-correlazione tra fraternità, filialità e paternità: la fraternità presuppone la filialità, e questa, a sua volta, la paternità. La concezione dell'essere umano, negli scritti del Nuovo Testamento, è collegata con la fede in Gesù, riconosciuto e proclamato Cristo, Figlio di Dio e Signore. Come primogenito tra molti fratelli, Egli non è solo il mediatore tra Dio e gli uomini, ma anche il prototipo della relazione filiale con Dio Padre. La verità dell'uomo consiste nell'essere «figlio nel Figlio» e «secondo il Figlio» (cfr. n. 22). Nel Cristo e per il Cristo, Dio Padre diviene realmente nostro Padre e noi siamo introdotti nelle particolari relazioni provvidenziali esistenti tra il Padre e il Figlio fatto uomo. Se Dio si prende personalmente cura di noi, è come un Padre che lo fa e non come l'amministratore dell'universo.
In quest'ottica, la fede è adesione alla «volontà del Padre», un amore obbediente, intriso di intimità, fa esclamare a Gesù: «Abbà». Accanto al rispetto religioso, Cristo introduce nella relazione del Padre al Figlio una sfumatura di tenerezza e di confidenza. Gesù insegna agli uomini a pregare Dio come loro Padre, ma dice sempre «mio Padre», oppure «vostro Padre», mai «nostro Padre» (Matteo, 7, 11; Luca, 22, 29; cfr. Giovanni, 20, 17). Egli ha una posizione talmente unica nei confronti del Padre, che ne è il «Rivelatore» per eccellenza. La condizione nuova, nella quale la venuta di Gesù ha posto l'essere umano, è la filialità. Questa consiste nel dono di grazia attraverso il quale siamo chiamati a partecipare alla dignità del Figlio di Dio incarnato, crocifisso e risorto, che si rivela l'Unigenito del Padre. Cristo «immagine del Dio invisibile, generato prima di ogni creatura» (Colossesi, 1, 15) proclama chi è Dio, ma ci dice anche chi è l'uomo. Egli ci rivela l'immagine dell'uomo che Dio, nella sua ineffabile bontà, porta dentro di Sé fin dall'eternità e alla quale vuole conformare tutti gli uomini fino a che Cristo non sia in essi formato (cfr. Galati, 4, 19).
Questa verità si rinnova in tutti i cristiani: più aumenta la loro fede e la loro unione con Cristo, più essi vi scorgono lo splendore del mistero di Dio, più si aprono a un apprezzamento nuovo delle persone e degli avvenimenti, acquisendo una maggiore consapevolezza dello splendore del loro mistero, «artefici di una umanità nuova» (Gaudium et spes, n. 30). «Redento, infatti, da Cristo e diventato nuova creatura nello Spirito Santo, l'uomo può e deve amare anche le cose che Dio ha creato. Da Dio le riceve, e le guarda e le onora come se al presente uscissero dalle mani di Dio. Di esse ringrazia il Benefattore e, usando e godendo delle creature in povertà e libertà di spirito, viene introdotto nel vero possesso del mondo, quasi al tempo stesso niente abbia e tutto possegga: “Tutto, infatti, è vostro: ma voi siete di Cristo, Cristo di Dio” (1 Corinzi, 3, 22)» (Gaudium et spes, n. 37). In Gesù Cristo, i cristiani diventano davvero segni del Regno e amici degli uomini.
In Dio l'essere umano diventa se stesso e assume la missione di rendere umana la storia, di condividere con la creazione la libertà alla quale essa aspira (cfr. Romani, 8, 19 ss.). Divenire se stesso, significa ricostruire la propria identità di immagine di Dio nella creazione. Essere figlio di Dio e divenire persona umana sono aspetti di una sola e medesima realtà, che è tanto più umana quanto più è in unione con Dio e viceversa. Le dimensioni divina e umana della persona non sussistono che simultaneamente; separate, successive, giustapposte, esse non sono vere. La relazione dell'uomo con Dio non può esistere a danno dell'uomo. Là ove non c'è essere umano, non si può neanche avere relazione con Dio. Pensarsi in Dio, significa pensarsi nella verità; volersi in Lui, significa volersi autenticamente. Il solo essere umano che si ama veramente è colui che non falsa la propria verità, colui che aspira sinceramente all'unità, alla bellezza e alla bontà della propria persona nella comunione del popolo di Dio.
Ne consegue che la separazione tra Dio e l'umanità condanna l'essere umano all'incomprensione radicale. Dio e l'essere umano costituiscono un solo e medesimo mistero. Dio crea e unisce a sé l'umanità che divinizza e adotta. Secondo il messaggio cristiano, la teologia è antropologia e l'antropologia è teologia: Dio e l'umanità non possono essere pensati separatamente. Il Dio degli uomini e gli uomini di Dio sono uniti in Gesù Cristo. Se l'essere umano non è se stesso, vero, non può riconoscere Dio, e se non riconosce il Dio rivelato, non è se stesso e si ignora.

(©L'Osservatore Romano 1° febbraio 2013)