domenica 6 gennaio 2013

Colui che cerchiamo ci è venuto a cercare. Nel giorno in cui il Natale mostra il suo splendore (Angelo Scola)

Nel giorno in cui il Natale mostra il suo splendore

Colui che cerchiamo ci è venuto a cercare


Nel pomeriggio di oggi a Brugherio, in provincia di Monza e Brianza, il cardinale arcivescovo di Milano presiede la celebrazione vigiliare dell'Epifania, durante la quale inaugurerà l'altare in cui sono custodite le reliquie dei Magi, nel quattrocentesimo anniversario della loro traslazione. Il porporato ha anticipato per il nostro giornale i temi dell'omelia.


di Angelo Scola


«Dov'è il re dei Giudei che è nato?» (Matteo, 2, 2). Nella domanda dei Magi, primizia di tutte le genti, sentiamo raccolta la domanda di tutti gli uomini. La tua, la mia domanda. Più o meno confusamente, infatti, ogni uomo «avverte la pressione di una Presenza» -- con la P maiuscola -- (George Steiner) nelle cui mani affidare la propria persona. Qualcuno che prenda a cuore il suo destino. E per incontrarLo affronta, come i Magi, un lungo e avventuroso viaggio. Non a caso, sempre e in ogni cultura, il genio poetico ha utilizzato la figura letteraria del viaggio per descrivere l'avventura umana: Ulisse, Dante, l'esule, il pellegrino, l'esploratore, l'avventuriero. Sono tutte varianti di un'unica e radicale intuizione: la vita dell'uomo è un viaggio alla ricerca di Qualcuno che lo assicuri per sempre.

A questo sempre vivo desiderio di tutte le genti risponde un Dio fatto bambino. Dio stesso si è messo in viaggio verso di noi: Colui che cerchiamo ci è venuto a cercare. Il Natale, che la solennità dell'Epifania mostra in tutto il suo splendore, è il compimento della promessa che ha sostenuto il viaggio dei Magi, che sostiene il mio e il tuo viaggio, il viaggio di ogni uomo.
All'universalità, in forza della comune appartenenza alla natura umana, anelano tutti gli uomini e tutti i popoli. Essa si realizza attraverso l'unità dei popoli e delle nazioni nella famiglia umana. Eppure, pur tendendo al bene prezioso dell'universalità con tutte le nostre forze, noi non sappiamo costruirla: «Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli» (Isaia, 60, 2). Troppo spesso, anzi, sembriamo cospirare per distruggerla. Basti pensare al riaffiorare allarmante dei conflitti sociali, alla recrudescenza del terrorismo, alle stragi di cristiani e alle persecuzioni contro uomini delle religioni. Invece di affermare la forza del diritto, si vanta il diritto alla forza. Cosa possiamo fare? Seguire la stessa via che fu indicata ai Magi.
Dicono i Magi: «Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo» (Matteo, 2, 2). E san Leone Magno genialmente ci ricorda: «questa stella (il segno) ci esorta particolarmente a imitare il servizio che essa prestò, nel senso che dobbiamo seguire, con tutte le nostre forze, la grazia che invita tutti al Cristo. In questo impegno, miei cari, dovete aiutarvi l'un l'altro» (Discorso per l'Epifania, 3). Con queste parole il grande Papa identifica la realtà a cui la stella ci conduce. Essa ci guida nel luogo dove si trova il Bambino. Oggi questo luogo è la Chiesa. La Chiesa, primizia di unità tra gli uomini, ogni giorno ci testimonia come la salvezza universale passa dal particolare concreto. Come Dio, l'universale, si è comunicato a noi nel singolare concreto di Gesù bambino, così la Chiesa, che è universale (Catholica), ci viene incontro attraverso la capillare e variegata presenza delle parrocchie e delle varie aggregazioni di fedeli, antiche e recenti, che vivono al cuore dei più svariati popoli, dentro ogni cultura, fin nel più sperduto villaggio. «Alza gli occhi intorno e guarda: tutti costoro si sono radunati, vengono a te. I tuoi figli vengono da lontano, le tue figlie sono portate in braccio» (Isaia, 60, 4). Nella profezia di Isaia è anticipato il destino di unità cui il Padre chiama tutti gli uomini. La Lettera agli Efesini lo rivela (epifania) a noi cristiani. «È stato fatto conoscere il mistero (…) per mezzo dello Spirito: che i gentili sono chiamati, in Gesù Cristo, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, ad essere partecipi della promessa per mezzo del Vangelo» (3, 3.5-6).
Come educarci concretamente a questa convocazione cui ci destina l'amore di Gesù (Congregavit nos in unum Christi amor)? Annunciando, con l'efficace impotenza dell'amore, Gesù Cristo a tutti i popoli. Il lavoro dei nostri missionari cristiani diventa allora un richiamo permanente per tutta la nostra comunità ecclesiale: un invito a vivere le dimensioni del mondo, a riconoscere che il dono della fede non ha confini.
La liturgia ambrosiana ci fa pregare in questa grande solennità con le parole seguenti: «La tua luce, o Dio, ci accompagni sempre e in ogni luogo» (Orazione dopo la comunione). Sempre e ogni luogo: con due semplici avverbi la liturgia ci ricorda che nulla dell'umano è estraneo alla Chiesa.
Fin dall'inizio, il giorno della festa dell'Epifania, la tradizione della Chiesa accostò alla rivelazione fatta ai Magi il primo episodio della vita pubblica di Gesù. Il miracolo delle nozze di Cana ci insegna che Gesù non teme di “sporcarsi le mani”, di entrare dentro la materialità della vita per indicare e perseguire instancabilmente la vita buona degli uomini. L'amore è veramente universale quando cambia il particolare concreto, quando fa brillare il tutto nel frammento. Per questa ragione, nell'odierna società plurale, i cristiani concorrono con tutti i protagonisti della vita pubblica alla costruzione del bene comune, decisivo fattore di costruzione della pace, come ci ha ricordato Benedetto XVI il 1° gennaio nel suo messaggio per la pace. Ed è dovere dei pastori, nel rispetto della loro funzione e delle dovute distinzioni di compiti, proporre, nel libero agone democratico, gli ideali cui ispirare la vita buona personale e sociale.


(©L'Osservatore Romano 6 gennaio 2013)

Nessun commento: