La genesi del termine che indica la Chiesa apostolica romana
Storia della nascita di una parola
Cattolici, cattolicesimo e universalità della fede da Ignazio di Antiochia al pensiero del teologo svedese Nathan Söderblom
Pubblichiamo stralci di una conferenza tenuta a Roma presso la sub commenda dell'Ordine ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, dal presidente della Camera teologica della Chiesa evangelica in Germania, uno dei più noti teologi protestanti tedeschi. Christoph Markschies è nato a Berlino nel 1962; pastore luterano, è stato dal 2006 al 2010 rettore della Humboldt Universität di Berlino, dove dal 2004 insegna Storia della Chiesa antica sulla cattedra che fu di Adolf von Harnack.
di Christoph Markschies
Vorrei approfondire, in qualità di storico della Chiesa, i termini “cattolico” ed “evangelico” e il significato di ciò che definiscono presso i teologi della Riforma del XVI secolo e i primissimi teologi cristiani dell'antichità. Inizio dal termine “cattolico”: la parola latina catholicus deriva dalla parola greca katholikòs (composta da katà “per” e òlon “tutto”) e significa “riguardante il tutto”, “universale”. Nel Nuovo Testamento viene utilizzato una sola volta l'avverbio kathòlou nel senso di “interamente” o “assolutamente” (Atti, 4, 18); con questo significato la parola appare anche nella traduzione greca dell'Antico Testamento, la Septuaginta. All'inizio del movimento di Gesù, però, l'espressione non viene riferita alla generalità e all'universalità della Chiesa, sebbene tale concetto esista praticamente sin dall'inizio. Già nella prima generazione dopo la morte di Gesù, della Chiesa fanno parte persone appartenenti non solo alle più svariate nazioni -- come illustra l'evento della Pentecoste -- ma anche agli strati sociali più diversi (come indica la prima Lettera ai Corinzi), e soprattutto i cosiddetti giudei cristiani e i pagani convertiti al cristianesimo, come documenta il cosiddetto decreto degli Apostoli.
Si può quindi affermare che già ai primordi del cristianesimo la cattolicità della Chiesa viene attribuita, se non linguisticamente almeno concretamente, alla ekklesìa già nel primissimo cristianesimo, e più precisamente sia alla Chiesa locale sia alla compagine sovraregionale.
Molto presto nella letteratura cristiana antica la parola katholikòs appare per la prima volta con un significato per noi eloquente, e più precisamente viene usata dal vescovo Ignazio d'Antiochia all'inizio del secondo secolo. Questi scrive alla comunità di Smirne (l'attuale Izmir), in Asia minore: «come là dove c'è Gesù Cristo ivi è la Chiesa cattolica» (Lettera agli smirnesi, 8, 2).
Garante del fatto che la Chiesa sia “cattolica”, ovvero “universale” e non particolare, distante dalla verità universale deve essere, secondo Ignazio, il vescovo. Ignazio è un vescovo della Chiesa antiochena, coinvolto in conflitti profondi con alcuni gruppi cristiani all'interno della sua vivace comunità metropolitana, ed è quindi comprensibile la sua arringa a favore di una Chiesa costituita in tal senso in modo episcopale. Pertanto, la frase appena citata nel suo contesto più ampio dice: «Dove compare il vescovo, là sia la comunità, come là dove c'è Gesù Cristo ivi è la Chiesa cattolica» (Lettera agli smirnesi, 8, 2).
Il parallelismo delle due proposizioni indica che l'universalità è stata donata alla Chiesa da Cristo e che da lui deriva. La Chiesa, qui, viene già pensata più come una realtà celeste, o perlomeno come una realtà terrena fondata in cielo, che si concretizza nella comunità terrena con il suo vescovo quali immagini di questa Chiesa celeste. Da un lato ciò è segno del platonismo vulgato sostenuto da molti pensatori all'inizio dell'epoca imperiale, secondo il quale per ogni realtà terrena esiste una figura ideale celeste o trascendente, dall'altro corrisponde naturalmente anche all'idea fondata sul concetto ebraico-ellenistico di un mondo celeste.
Certo, con questa sua idea di una Chiesa universale, di una Chiesa che trascende la sua universalità terrena, che esiste al di là dello spazio e del tempo -- come anche in molti altri luoghi -- Ignazio d'Antiochia è assolutamente solo all'inizio del secondo secolo; infatti, soltanto molto, molto tempo dopo vescovi e teologi saranno disposti a seguirlo concettualmente (ragion per cui viene costantemente messa in discussione l'autenticità delle sue lettere e ragion per cui queste vengono datate in epoca molto più tarda).
Di fatto, all'inizio la parola katholikòs viene utilizzata in senso molto lato come espressione aspecifica per il termine tedesco “universale”: il maestro romano Giustino, martire ucciso intorno alla metà del secondo secolo, nel suo Dialogo con l'ebreo Trifone dice che «per tutti, senza eccezione, ci sarà la risurrezione universale [= cattolica] e cosiddetta eterna». E ben cinquant'anni dopo, il maestro cristiano Clemente Alessandrino definisce il cosiddetto decreto degli apostoli degli Atti degli apostoli (15, 22-29) una “lettera cattolica” di tutti gli apostoli, una “lettera comune di tutti gli Apostoli” (cfr. Stromateis, iv, 97, 3).
Questo utilizzo poco specifico del campo semantico katholikòs/catholicus nella letteratura cristiana termina solo nella tarda antichità, quando la Chiesa diventa un'istituzione potente e importante nella compagine di un impero romano in declino, dopo le riforme degli imperatori Costantino e Teodosio nel quarto secolo. Da allora, i termini katholikòs/catholicus vengono collegati quasi automaticamente alla parola “Chiesa”.
La definizione di catholicus del periodo post-costantiniano più nota e più citata in epoca moderna è quella molto pertinente data da un monaco gallico di nome Vincenzo, del monastero di rifugiati di Lérins, alle porte di Cannes; l'opuscolo in cui compare si chiama Commonitorium ed è stato scritto intorno alla metà del quinto secolo: «Proprio in quella stessa Chiesa cattolica occorre fare con grande attenzione in modo che osserviamo ciò che ovunque, che sempre, è stato creduto da tutti. Infatti è veramente e realmente cattolico ciò che, come indicano il nome e il motivo della cosa, comprende tutti insieme. Ma questa regola la seguiremo se seguiremo l'universalità, l'antichità, la conformità. Pertanto, seguiamo l'universalità quando professiamo che è vera quell'unica fede che la Chiesa in tutto il mondo professa; seguiamo l'antichità quando in nessun modo deviamo dalle opinioni, delle quali è stabilito che sono state sostenute dai nostri santi predecessori e padri; allo stesso modo seguiremo la conformità quando in quella antichità [s'intende il tempo dei predecessori e dei padri] manteniamo le definizioni e le opinioni di tutti, o perlomeno di quasi tutti i sacerdoti e i maestri» (Commonitorium, 2, 5).
“Cattolico” non implica quindi solo un'universalità non specificata, bensì una continuità nel tempo in vista di una fede unica, universale e sempre uguale. “Cattolico” si concretizza quindi nell'identità della dottrina della fede.
Già cinquant'anni prima, quindi verso la fine del quarto secolo, l'attributo “cattolico” (o appunto universale, catholicus) era stato introdotto nei testi che hanno preceduto il nostro piccolo Credo, l'Apostolicum, dove lo troviamo ancora oggi.
Con tale termine veniva indicata non tanto la Chiesa cristiana diffusa in tutto l'impero romano globalizzato, quanto la Chiesa una, per distinguerla dalle Chiese separate, piuttosto numerose nel quarto secolo, che erano in contrasto con la Chiesa maggioritaria: la Chiesa dei donatisti in Nord Africa, la Chiesa dei cosiddetti omeisti, chiamati volentieri anche ariani, in tutto l'impero, ma soprattutto presso i popoli germanici, e così via.
Come si è giunti a questa accezione -- per così dire dottrinale, riferita all'insegnamento -- del termine “cattolico”? Il Nuovo Testamento, come è già indirettamente emerso, non conosceva questo campo semantico.
Mai questa parola viene riferita alla Chiesa come attributo. E tuttavia, il suo contenuto, l'universalità della salvezza per antonomasia nella comunità riunita intorno a Gesù, il Cristo, può essere riscontrato praticamente in tutti gli scritti del Nuovo Testamento diventato canonico.
Dopo i contrasti iniziali, talvolta gravi, si è imposta sin dai primordi del cristianesimo l'intuizione che non possono esistere barriere nazionali, razziali, geografiche, sociologiche o biologiche all'essere accolti nella comunità cristiana, poiché la volontà di riconciliazione di Dio, che si manifesta in Cristo, è universale. Già per le prime generazioni è evidente che della Chiesa fanno parte tanto gli ebrei quanto i pagani, tanto i ricchi quanto i poveri, tanto gli uomini quanto le donne, e naturalmente tutti i popoli elencati nel meraviglioso racconto della Pentecoste.
Nella tarda antichità l'idea che il concetto di Chiesa racchiuda l'universalità per antonomasia si ricollega da un lato all'idea di una continuità della fede e della dottrina nel tempo e dall'altro a quella che le istituzioni della Chiesa universale in qualche modo garantiscono la continuità dottrinale, in modo sempre maggiore lo fanno il ministero episcopale, ma naturalmente anche i sinodi e i concili.
È del padre della Chiesa nordafricano Agostino, a cavallo tra il quarto e il quinto secolo, la celebre frase: ego vero evangelio non crederem, nisi me catholicae ecclesiae commoveret auctoritas, cioè «io stesso non crederei al Vangelo se non fossi mosso dall'autorità della Chiesa cattolica» (Contra epistolam manichaei, 5, 6). Per non fraintendere completamente la frase, è importante capire che a Roma per autorità s'intendeva una forza personale dominante basata sulle qualità e non un semplice esercizio del potere gerarchico: la Chiesa partecipa all'autorità personale dominante di Cristo. La tendenza a legare la cattolicità della Chiesa all'istituzione quale suo garante, che poggia su Agostino, nel medioevo si rafforza notevolmente: in particolare il Papa viene percepito sempre più come garante dell'universalità della Chiesa, e di fatto si presenta come tale.
La Riforma ha messo molto presto in discussione questo nesso, approfondito (e quindi anche acuito) nel medioevo, tra istituzione e cattolicità della Chiesa; già nel 1519, nella disputa di Lipsia, Martin Lutero spiega che la Chiesa, quando parla qua istituzione come Chiesa (in un concilio) potrebbe essere fallibile e che nel caso della condanna del riformatore boemo Giovanni Huss durante il concilio di Costanza del 1415 di fatto ha sbagliato.
In tal modo Lutero contesta che la correttezza istituzionale di un'affermazione dottrinale della Chiesa sia sempre e in ogni tempo garanzia della sua cattolicità nel senso di conformità alla dottrina della Chiesa di ogni tempo e luogo.
Va anche oltre quando, a partire dalla metà del 1520 -- quindi dopo la bolla di scomunica papale -- definisce il Papa anticristo e quindi nemico incarnato dell'universalità e della cattolicità salvifiche della Chiesa.
Nel 2011 monsignor Gerhard Ludwig Müller, vescovo di Ratisbona, in vista delle celebrazioni della Riforma del 2017, ha chiesto -- come è noto -- una presa di distanza ufficiale da parte delle Chiese evangeliche da questo linguaggio dei riformatori. Lutero, ma anche Melantone, Zwingli, Calvino o Bucero spiegavano questa interpretazione del Papa romano come l'anticristo della fine dei tempi, per noi oggi tanto lontana, con la sua pretesa di primato nelle questioni dottrinali e giuridiche e con la comprensione della messa come ripetizione costante dell'unico sacrificio della croce.
Lutero e gli altri riformatori sopracitati consideravano questi elementi caratteristici della teologia del ministero papale e della teologia sacramentale altomedievale un oscuramento dell'universalità di Gesù, ovvero dell'unicità del suo sacrificio sulla croce. I teologi riformisti si esprimevano in modo tanto aspro perché attribuivano grande importanza all'università e alla cattolicità della Chiesa e l'enfasi posta su questi due aspetti non era dovuta solo a ragioni di polemica contro Roma.
Per Martin Lutero la Chiesa come comunità dei santi è naturalmente sancta Catholica Christiana. Il riformatore sottolinea, in perfetto accordo con le grandi confessioni e con il santo del suo ordine, Agostino, che era anche patrono della facoltà di teologia dell'università di Wittenberg, la Leucorea, le diverse dimensioni dell'universalità della Chiesa, la sua diffusione locale in tutto il mondo, la sua continuità nel tempo. Ogni tanto ci si pone la domanda se Lutero considerasse ancora la cattolicità della Chiesa oscurata dal papato attraverso la sua pretesa di primato e dalla prigionia babilonese dei sacramenti nella teologia sacramentale dell'alto e del basso medioevo, una “caratteristica della Chiesa” nel senso della concezione classica di nota ecclesiae.
Nel linguaggio tecnico dei teologi sistematici si definiscono notae ecclesiae le caratteristiche essenziali della Chiesa, costitutive di ogni essere Chiesa, tipicamente espresse dagli attributi della Chiesa nel grande Credo («crediamo nella Chiesa una, santa, universale e apostolica»): unità, santità, cattolicità e apostolicità.
La domanda se Lutero stesso considerasse ancora la “cattolicità” una caratteristica determinante della natura della Chiesa o piuttosto una “ovvietà ecclesiologica” qui non ci deve interessare.
Di certo sappiamo che era fermamente convinto che l'attributo “romana”, nel senso di una definizione della Chiesa costituita sotto il Papa, governata dall'anticristo (così pensava lui), e l'attributo “universale” si escludessero a vicenda: “cattolico romano” sarebbe stato per Lutero un accostamento impossibile di termini, nel vero senso della parola.
Fa parte dell'onestà ecumenica affrontare, in vista del giubileo della Riforma del 2017, anche queste caratteristiche del passato che gravano sulla relazione tra le confessioni.
In tal senso, tra l'altro, ritengo ragionevole anche la proposta di approfondire insieme alla Chiesa cattolica romana i lati più complicati della storia comune e di riconoscere insieme le colpe; o almeno lo è se la memoria della Riforma di quell'anno non diventa un unico grande atto penitenziale. Perché naturalmente c'è anche qualcosa da festeggiare. Ritorniamo però sul tema della cattolicità della Chiesa evangelica presso i riformatori.
Quando ci s'interroga se nelle Chiese della Riforma la cattolicità della Chiesa in senso classico costituisce una “caratteristica della Chiesa”, non ci si può soffermare a discutere i singoli riformatori e le loro esternazioni talvolta polemiche o dettate dalla circostanza del momento. Piuttosto, è importante esaminare le basi dottrinali vincolanti delle Chiese riformiste, e quindi i loro scritti confessionali. Così facendo, appare evidente che negli scritti confessionali dei riformisti del sedicesimo secolo le quattro “caratteristiche della Chiesa” classiche sopracitate (notae ecclesiae) non devono essere contrapposte alle antiche “caratteristiche” classiche, citate nella professione di fede dei sinodi imperiali di Nicea e di Costantinopoli, ossia l'unità, la santità, la cattolicità e l'apostolicità.
Queste quattro caratteristiche, di fatto, fanno parte della nostra professione evangelica per il fatto stesso che il testo del Nicaeno-Constantinopolitanum apre, insieme all'Apostolicum, la raccolta degli scritti confessionali luterani.
Per i riformisti era importante collocarsi in questo punto prominente nella continuità della Chiesa di Gesù Cristo di ogni tempo e dei suoi testi confessionali fondamentali. Questo riferimento caratterizza anche gli scritti confessionali prodotti nel sedicesimo secolo, dei quali basta citare un esempio: la confessione evangelica più diffusa, ovvero la confessione dei principi evangelici dinanzi alla Dieta di Augusta del 1530, la Confessio Augustana, che nel settimo articolo indica due “caratteristiche” aggiuntive, la predicazione pura del Vangelo e l'amministrazione dei sacramenti conformemente al Vangelo.
Tuttavia collega subito queste due nuove notae ecclesiae con una delle quattro “note” classiche: le due “caratteristiche” -- per così dire “nuove”, o, più precisamente, formulate in modo nuovo -- della Chiesa, la predicazione del Vangelo nella sua purezza e l'amministrazione corretta dei sacramenti, dice la Confessione augustana, sono necessarie per la vera unità della Chiesa.
In altre parole: per ragioni attuali la Confessione evangelica precisa una delle quattro caratteristiche classiche. La caratteristica della “cattolicità” non viene appositamente spiegata nella confessione augustana; tutt'al più dalle primissime parole del documento («Le chiese presso di noi insegnano, in completo accordo, che il decreto del concilio di Nicea») si può riconoscere che fin dall'inizio viene confessata la fede della Chiesa in Gesù Cristo in ogni tempo.
Comunque l'autore della confessione di Augusta, il professore amico e collega di Lutero, Filippo Melantone, si è sempre sforzato d'illustrare la continuità delle Chiese della Riforma e della loro dottrina con la Chiesa cristiana antica. La cattolicità e l'universalità della Chiesa sono ancora più chiaramente al centro del suo impegno teologico di quanto lo siano per Lutero, forse anche perché Melantone scorgeva nella sottolineatura di questa dimensione della Chiesa una via per la comprensione tra le confessioni.
Per queste ragioni la sua confessione recepisce le due professioni di fede della Chiesa e condanna le eresie che nella storia della Chiesa si erano distaccate dalla Catholica. In un altro punto Filippo Melantone afferma con grande enfasi: «Le Chiese che hanno accettato la nostra Confessione sono di fatto membri della Chiesa cattolica, poiché l'insegnamento della nostra Chiesa corrisponde a quello della Chiesa Antica». Questa ricezione della dimensione della cattolicità nelle Chiese della Riforma, motivata da Melantone, è stata seguita dalla maggior parte dei teologi fino a buona parte del diciannovesimo secolo. Proprio i cosiddetti Kirchentümer (feudi della Chiesa) della Riforma, profondamente condizionati dai numerosi piccoli territori del Sacro romano impero, consolidati come confessioni proprio a partire dal tardo sedicesimo secolo, si sono senza alcun dubbio definiti “cattolici”.
Le dogmatiche scolastiche protestanti barocche, come già la somma dogmatica prebarocca del teologo di Braunschweig Martin Chemnitz (1522-1586), adottavano volentieri le formule coniate dal monaco gallico Vincenzo di Lerino, ma spesso le presentavano in un contesto aspramente polemico nei confronti di Roma, critico delle istituzioni e inasprito sull'individuo credente.
Chemnitz afferma: cattolico è quod semper, quod ubique, quod ab omnibus fidelibus ex scriptura receptum fuit, ovvero «ciò che sempre, ovunque e dinanzi a tutti i credenti è stato tratto dalla Scrittura».
Ancora nel diciassettesimo secolo nelle chiese della Riforma ci si definisce volentieri “cattolici-evangelici”. Ma poi anche nelle Chiese evangeliche ha inizio un'evoluzione, già avvenuta in ambito cattolico, che rende la cattolicità e l'attributo “cattolico” definizioni confessionali della Chiesa cattolica romana, e così l'espressione giunge fino al ventesimo secolo. Solo alcuni pensatori ecumenici, come per esempio Nathan Söderblom (1866-1931), svedese studioso delle religioni a Lipsia, poi diventato arcivescovo, hanno reintrodotto nel dibattito concetti quali “cattolicità evangelica”.
(©L'Osservatore Romano 30 novembre 2012)
Il Signore mi chiama a "salire sul monte", a dedicarmi ancora di più alla preghiera... (Benedetto XVI, 24 febbraio 2013)
venerdì 30 novembre 2012
Il Vaticano accoglie con favore il voto dell'Onu che riconosce la Palestina Stato Osservatore
Il Vaticano accoglie con favore il voto dell'Onu che riconosce la Palestina Stato Osservatore
Il Vaticano ha accolto con favore la decisione dell’Assemblea Generale dell’Onu di riconoscere la Palestina come “Stato Osservatore non membro”. In un comunicato della Santa Sede si invitano israeliani e palestinesi a riprendere i negoziati e si esorta la comunità internazionale a sostenere il cammino “verso una pace duratura”. Massimiliano Menichetti:
Una "importante decisione" che "va inquadrata negli sforzi per una soluzione definitiva” delle tensioni tra israeliani e palestinesi. “La pace ha bisogno di decisioni coraggiose!”: così, in sintesi, la nota vaticana saluta “con favore la decisione dell’Assemblea dell’Onu di riconoscere la Palestina come Stato Osservatore non membro”. Ribadito che la votazione manifesta “il sentire della maggioranza della comunità internazionale” ma anche che tale risultato “non costituisce, di per sé, una soluzione sufficiente ai problemi esistenti nella Regione e che ad essi si potrà rispondere adeguatamente solo impegnandosi effettivamente a costruire la pace”. Una pace e una stabilità, si precisa, “nella giustizia e nel rispetto delle legittime aspirazioni, tanto degli Israeliani quanto dei Palestinesi”. Esplicito il riferimento al percorso giuridico avviato, proprio in sede Onu, nel 1947 per favorire la nascita sia dello Stato Israeliano sia Palestinese, quest’ultimo però ancora non costituito. In questo quadro l’appello alla Comunità internazionale ad accrescere l'impegno e sostenere il cammino di pace. Centrale anche l'appello, citato nel comunicato, che Benedetto XVI fece, il 15 maggio 2009, al termine del suo pellegrinaggio in Terra Santa, affinché non ci sia “più spargimento di sangue”, non più scontri! Non più terrorismo! Non più guerra”. E l’esortazione affinché “sia universalmente riconosciuto che lo Stato di Israele ha il diritto di esistere e di godere pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti”. La nota precisa poi l’impegno della Santa Sede che a più riprese, "ha invitato i responsabili dei due Popoli a riprendere i negoziati in buona fede e ad evitare di compiere azioni o di porre condizioni che contraddicano le dichiarazioni di buona volontà e la sincera ricerca di soluzioni che divengano fondamenta sicure di una pace duratura". “L’occasione è propizia”, si conclude, per “ricordare anche la posizione comune che la Santa Sede e l’OLP” hanno espresso nel 2000, “volta a sostenere il riconoscimento di uno statuto speciale internazionalmente garantito per la città di Gerusalemme”.
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Palestina, Santa Sede: soddisfazione per il voto all'Onu. La pace ha bisogno di decisioni coraggiose (Izzo)
PALESTINA: VATICANO, SODDISFAZIONE PER VOTO ALL'ONU
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 nov.
"La Santa Sede accoglie con favore la decisione dell'Assemblea Generale, con la quale la Palestina e' diventata Stato Osservatore non membro delle Nazioni Unite".
Lo afferma una nota vaticana che prende atto dell'esito della votazione odierna all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite. La Santa Sede, sottolinea la nota, intende ancora una volta oggi "incoraggiare la comunita' internazionale, ed in particolare le Parti piu' direttamente interessate, ad un'azione incisiva" a favore della pace e della convivenza in Terra Santa e in tutto il Medio Oriente, nel rispetto della liberta' religiosa.
"L'occasione - afferma il Vaticano - e' propizia per ricordare anche la posizione comune che la Santa Sede e l'Olp hanno espresso nel loro Basic Agreement del 15 febbraio 2000, volta a sostenere il riconoscimento di uno statuto speciale internazionalmente garantito per la citta' di Gerusalemme, ai fini in particolare di preservare la liberta' di religione e di coscienza, l'identita' e il carattere di Gerusalemme quale Citta' Santa, e il rispetto e l'accesso ai Luoghi Santi situati in essa".
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PALESTINA: VATICANO, LA PACE HA BISOGNO DI DECISIONI CORAGGIOSE
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 nov.
"La pace ha bisogno di decisioni coraggiose" e "la votazione odierna manifesta il sentire della maggioranza della comunita' internazionale e riconosce una presenza piu' significativa ai Palestinesi in seno alle Nazioni Unite".
Lo afferma una nota diffusa dal portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, a commento dell'ingresso dell'Autonomia Palestinese all'Onu come osservatore.
"In pari tempo - afferma la nota - e' convinzione della Santa Sede che tale risultato non costituisca, di per se', una soluzione sufficiente ai problemi esistenti nella Regione: ad essi, infatti, si potra' rispondere adeguatamente solo impegnandosi effettivamente a costruire la pace e la stabilita' nella giustizia e nel rispetto delle legittime aspirazioni, tanto degli Israeliani quanto dei Palestinesi".
"Percio' - rocprda la nota - la Santa Sede, a piu' riprese, ha invitato i responsabili dei due Popoli a riprendere i negoziati in buona fede e ad evitare di compiere azioni o di porre condizioni che contraddicano le dichiarazioni di buona volonta' e la sincera ricerca di soluzioni che divengano fondamenta sicure di una pace duratura".
Inoltre, "la Santa Sede ha rivolto un pressante appello alla Comunita' internazionale ad accrescere il proprio impegno e ad incentivare la propria creativita', per adottare adeguate iniziative che aiutino a raggiungere una pace duratura, nel rispetto dei diritti degli Israeliani e dei Palestinesi".
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Un noce piantato nei Giardini Vaticani
Un noce piantato nei Giardini Vaticani
Un albero di noce è stato piantato stamani, 29 novembre, nei Giardini Vaticani. Il dono al Papa -- che potrà vederlo in occasione delle sue passeggiate -- è stato offerto dal Corpo forestale dello Stato italiano e dalla Fondazione Sorella Natura, in occasione dell'anniversario della proclamazione di san Francesco d'Assisi a patrono dei cultori dell'ecologia (29 novembre 1979) e della giornata per la salvaguardia del creato.
L'albero, collocato nella zona tra l'eliporto e la torre di San Giovanni, è stato benedetto dal vescovo Giuseppe Sciacca, segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. Presenti, tra gli altri, Roberto Leoni, presidente di Sorella Natura, e Cesare Patrone, capo del Corpo forestale. Al termine è stata scoperta una targa ricordo, realizzata con la caratteristica pietra rosa di Assisi.
L'albero piantato nei Giardini Vaticani proviene dal vivaio del Corpo forestale di Pieve Santo Stefano, dove ha sede uno dei centri nazionali per la biodiversità forestale. Il noce è stato scelto da Sorella Natura «come simbolo della saggia ecologia, in quanto elemento concreto di economia solidale e sviluppo sostenibile». Una caratteristica rimarcata anche da monsignor Sciacca che, nel suo saluto ai presenti, ha invitato «ad amare e rispettare la natura che è un dono di Dio». Ringraziando per il dono del noce, il vescovo ha messo in evidenza il significato di questo albero così caro alla tradizione italiana «nel cuore della cattolicità».
(©L'Osservatore Romano 30 novembre 2012)
Un albero di noce è stato piantato stamani, 29 novembre, nei Giardini Vaticani. Il dono al Papa -- che potrà vederlo in occasione delle sue passeggiate -- è stato offerto dal Corpo forestale dello Stato italiano e dalla Fondazione Sorella Natura, in occasione dell'anniversario della proclamazione di san Francesco d'Assisi a patrono dei cultori dell'ecologia (29 novembre 1979) e della giornata per la salvaguardia del creato.
L'albero, collocato nella zona tra l'eliporto e la torre di San Giovanni, è stato benedetto dal vescovo Giuseppe Sciacca, segretario generale del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano. Presenti, tra gli altri, Roberto Leoni, presidente di Sorella Natura, e Cesare Patrone, capo del Corpo forestale. Al termine è stata scoperta una targa ricordo, realizzata con la caratteristica pietra rosa di Assisi.
L'albero piantato nei Giardini Vaticani proviene dal vivaio del Corpo forestale di Pieve Santo Stefano, dove ha sede uno dei centri nazionali per la biodiversità forestale. Il noce è stato scelto da Sorella Natura «come simbolo della saggia ecologia, in quanto elemento concreto di economia solidale e sviluppo sostenibile». Una caratteristica rimarcata anche da monsignor Sciacca che, nel suo saluto ai presenti, ha invitato «ad amare e rispettare la natura che è un dono di Dio». Ringraziando per il dono del noce, il vescovo ha messo in evidenza il significato di questo albero così caro alla tradizione italiana «nel cuore della cattolicità».
(©L'Osservatore Romano 30 novembre 2012)
Il Vaticano pronto al dialogo con i nuovi dirigenti cinesi (Ingrao)
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Dichiarazione della Santa Sede sul voto della Assemblea Generale dell'ONU sullo status della Palestina
DICHIARAZIONE DELLA SANTA SEDE SUL VOTO DELL’ASSEMBLEA GENERALE DELLE NAZIONI UNITE SULLO STATUS DELLA PALESTINA, 29.11.2012
Dichiarazione della Santa Sede
Oggi l’Assemblea Generale ha approvato a maggioranza la Risoluzione con cui la Palestina è diventata Stato Osservatore non membro delle Nazioni Unite.
La Santa Sede ha seguito direttamente e con partecipazione i passi che hanno condotto a questa importante decisione, sforzandosi di rimanere al di sopra delle parti e di agire in linea con la propria natura religiosa e la missione universale che la caratterizza, nonché in considerazione della sua attenzione specifica alla dimensione etica delle problematiche internazionali.
La Santa Sede ritiene inoltre che la votazione odierna debba essere inquadrata nei tentativi di dare una soluzione definitiva, con il sostegno della comunità internazionale, alla questione già affrontata con la Risoluzione 181 del 29 novembre 1947 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Tale documento pose la base giuridica per l’esistenza di due Stati, uno dei quali non è stato costituito nei successivi sessantacinque anni, mentre l’altro ha già visto la luce.
Il 15 maggio 2009, partendo dall’aeroporto internazionale di Tel Aviv, al termine del Suo pellegrinaggio in Terra Santa, il Sommo Pontefice Benedetto XVI si espresse come segue: Non più spargimento di sangue! Non più scontri! Non più terrorismo! Non più guerra! Rompiamo invece il circolo vizioso della violenza. Possa instaurarsi una pace duratura basata sulla giustizia, vi sia vera riconciliazione e risanamento. Sia universalmente riconosciuto che lo Stato di Israele ha il diritto di esistere e di godere pace e sicurezza entro confini internazionalmente riconosciuti. Sia ugualmente riconosciuto che il Popolo palestinese ha il diritto a una patria indipendente sovrana, a vivere con dignità e a viaggiare liberamente. Che la “two-state solution” (la soluzione di due Stati) divenga realtà e non rimanga un sogno.
Sulla scia di tale appello, l’Ecc.mo Segretario per i Rapporti con gli Stati, Mons. Dominique Mamberti, intervenendo davanti all’Assemblea Generale del 2011, ha auspicato che gli Organi competenti delle Nazioni Unite adottassero una decisione che aiutasse a dare concreta attuazione a detto obiettivo.
La votazione odierna manifesta il sentire della maggioranza della comunità internazionale e riconosce una presenza più significativa ai Palestinesi in seno alle Nazioni Unite. In pari tempo, è convinzione della Santa Sede che tale risultato non costituisca, di per sé, una soluzione sufficiente ai problemi esistenti nella Regione: ad essi, infatti, si potrà rispondere adeguatamente solo impegnandosi effettivamente a costruire la pace e la stabilità nella giustizia e nel rispetto delle legittime aspirazioni, tanto degli Israeliani quanto dei Palestinesi.
Perciò la Santa Sede, a più riprese, ha invitato i responsabili dei due Popoli a riprendere i negoziati in buona fede e ad evitare di compiere azioni o di porre condizioni che contraddicano le dichiarazioni di buona volontà e la sincera ricerca di soluzioni che divengano fondamenta sicure di una pace duratura. Inoltre, la Santa Sede ha rivolto un pressante appello alla Comunità internazionale ad accrescere il proprio impegno e ad incentivare la propria creatività, per adottare adeguate iniziative che aiutino a raggiungere una pace duratura, nel rispetto dei diritti degli Israeliani e dei Palestinesi. La pace ha bisogno di decisioni coraggiose!
Considerato l’esito della votazione odierna all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e per incoraggiare la comunità internazionale, ed in particolare le Parti più direttamente interessate, ad un’azione incisiva in vista dei succitati obiettivi - la Santa Sede accoglie con favore la decisione dell’Assemblea Generale, con la quale la Palestina è diventata Stato Osservatore non membro delle Nazioni Unite. L’occasione è propizia per ricordare anche la posizione comune che la Santa Sede e l’OLP hanno espresso nel loro Basic Agreement del 15 febbraio 2000, volta a sostenere il riconoscimento di uno statuto speciale internazionalmente garantito per la città di Gerusalemme, ai fini in particolare di preservare la libertà di religione e di coscienza, l’identità e il carattere di Gerusalemme quale Città Santa, e il rispetto e l’accesso ai Luoghi Santi situati in essa.
Bollettino Ufficiale Santa Sede
La vita di Joseph Ratzinger diventa un film (Pianta)
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Evangelizzazione in atto. Il cardinale Ryłko a Rio de Janeiro per l'incontro internazionale in preparazione alla Giornata mondiale della gioventù 2013 (O.R.)
Il cardinale Ryłko a Rio de Janeiro per l'incontro internazionale in preparazione alla Giornata mondiale della gioventù 2013
Evangelizzazione in atto
«Non sprechiamo il dono immenso che ci viene dato. Viviamo questo tempo di preparazione con gioia ed entusiasmo, nonostante le difficoltà», perché la Giornata mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro non sia il «fuoco di paglia di qualche giorno», bensì «una lunga semina che porta frutti nella vita». È la raccomandazione che il cardinale Stanisław Ryłko, presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, ha rivolto ai duecento delegati di 75 Paesi e 40 tra movimenti e aggregazioni, datisi appuntamento nella città carioca dal 25 al 29 novembre per l'incontro preparatorio in vista del raduno delle nuove generazioni in programma a luglio. Il porporato ha anche assicurato che «Benedetto XVI segue con particolare attenzione i preparativi della Gmg, cui affida grandi speranze per la Chiesa».
Mancano del resto solo otto mesi alla celebrazione della ventottesima Giornata mondiale della gioventù e in tutte le 276 diocesi del Brasile la macchina organizzativa è in pieno movimento. Lo testimonia l'annuncio -- dato dal sindaco Edoardo da Costa Paes -- della scelta della zona di Guaratiba per la veglia serale del 27 luglio e la messa finale di domenica 28. Situata nella parte ovest di Rio, l'area può contenere due milioni e mezzo di persone.
L'incontro preparatorio di questi giorni segue quello svoltosi a Roma nell'aprile scorso. La giornata di mercoledì 28 è stata caratterizzata dall'intervento del cardinale Ryłko, che ha esortato i presenti a non lasciarsi «privare di quella componente importante che è la gioia, che risveglia il coraggio di affrontare sfide sempre nuove, per portare i giovani a Cristo e Cristo ai giovani». E ha ricordato in proposito il magistero di Benedetto XVI, per il quale le Gmg sono «nuova evangelizzazione in atto. L'evangelizzazione è il cuore pulsante di ogni Gmg. La fiducia in Dio e il coraggio, la consapevolezza che dalle piccole cose ne possono nascere di grandi» sono, per il porporato, le basi principali di ogni sforzo evangelizzatore. «Viviamo questa ultima tappa per Rio con grande senso di responsabilità -- ha concluso -- per non sprecare il dono immenso che ci viene dato». E ha invitato a diffondere il messaggio del Papa per la Gmg e a non dimenticare quanti non potranno intervenire «ma hanno diritto a partecipare almeno in modo spirituale, anche attraverso l'uso delle nuove tecnologie e di internet».
Portando il saluto del Governo, il ministro Gilberto Carvalho, della segreteria della Presidenza della Repubblica, ha definito la Gmg «un progetto dall'enorme significato storico poiché realizza una forte collaborazione tra Chiesa e istituzioni, e ne travalica il significato religioso, rivolgendosi non solo alla gioventù cattolica, collocandosi nella prospettiva della costruzione di una nuova società al servizio della comunità e contro le piaghe della droga, della violenza, aspetti negativi ben presenti in Brasile, dove ogni mese 600 giovani perdono la vita per questi motivi». Si tratta, dunque, di lavorare «per una nuova società e per una nuova speranza».
Lunedì 26, aprendo i lavori, il cardinale presidente aveva presentato ai delegati l'esperienza ormai quasi trentennale del Pontificio Consiglio per i Laici nell'organizzazione delle Gmg volute da Giovanni Paolo II. L'arcivescovo di São Sebastião do Rio de Janeiro, monsignor Orani João Tempesta, da parte sua, ha riproposto il messaggio affidato ai giovani da Paolo VI a conclusione del concilio Vaticano II, invitando soprattutto i volontari «a raccogliere la fiaccola della fede e a trasmetterla ai coetanei. Siete voi -- li ha esortati -- i primi missionari. Evangelizzate i vostri amici».
Dell'organizzazione della Giornata ha parlato il nunzio apostolico Giovanni D'Aniello: «C'è un grande sforzo in atto e una collaborazione tra la Chiesa locale e le diverse autorità a livello statale e municipale. L'obiettivo è dare la migliore accoglienza a quanti verranno e fare in modo che la Gmg sia un successo». «Come Chiesa -- ha aggiunto il rappresentante pontificio in Brasile -- il successo che ricerchiamo è quello spirituale, non quello scenico. Vogliamo che dia un impulso alla vita di fede dei giovani del mondo intero». E in tal senso «la Giornata di Rio -- ha auspicato -- vorrebbe essere un trampolino di lancio per i giovani una volta tornati nei loro Paesi, dove sono chiamati a testimoniare la loro fede e a impegnarsi nella società».
A conclusione della giornata di lunedì son0 state fornite informazioni tecnico-logistiche: dagli alloggi al kit del pellegrino, dai ticket per cibo e trasporti al rilascio dei visti, dall'assicurazione alla sicurezza.
Martedì 27 il vescovo Josef Clemens, segretario del Pontificio Consiglio per i Laici, ha illustrato il recente messaggio di Benedetto XVI per la Gmg di Rio. «Le Giornate mondiali della Gioventù sono un laboratorio della missione, un'occasione provvidenziale per il rafforzamento della fede, un forte stimolo per il nostro impegno missionario», ha detto. E in questa ottica l'appuntamento in Brasile costituisce «un'occasione propizia e provvidenziale per rientrare ancora di più nella dinamica del nostro essere cristiani e contribuire all'opera di redenzione dell'umanità».
Rivolgendosi direttamente ai delegati presenti, il presule ha anche sottolineato come il messaggio sia «determinante per la preparazione alla Gmg. Accanto a quella previa a livello locale, in diocesi, vi è la preparazione delle catechesi, delle celebrazioni dei vescovi. Il messaggio -- ha spiegato -- è fondamentale per la condivisione della nostra fede». La parola chiave del documento di Benedetto XVI è «dinamismo»: «il cristiano -- ha puntualizzato il vescovo segretario -- è dinamico, non può restare chiuso e passivo nella propria fede ma muoversi verso gli altri per offrire e condividere la perla preziosa della fede». Il fatto, poi, che la Gmg si svolga nell'Anno della fede e in linea con la missione continentale nelle Chiese dell'America Latina lanciata ad Aparecida, avvalora ulteriormente la dimensione missionaria della Gmg di Rio.
Sono seguite comunicazioni riguardanti i luoghi degli avvenimenti della Giornata, le liturgie, le catechesi, il programma culturale: come la Fiera vocazionale, dove esporranno 156 movimenti, aggregazioni e associazioni laicali, che potranno far conoscere il loro carisma. Verranno allestiti anche 200 confessionali e una tenda dell'adorazione. Altro momento significativo sarà la settimana missionaria (così sono chiamate quest'anno le tradizionali giornate nelle diocesi prima della Gmg), durante la quale il Brasile sarà messo in uno stato permanente di missione. Infine è stato reso noto che la fondazione Giovanni Paolo II per la gioventù, in collaborazione con l'arcidiocesi fluminense, organizzerà un'esposizione artistica dall'11 giugno al 15 settembre al Museu nacional de belas artes.
Il viaggio in Brasile della delegazione del dicastero per i Laici prosegue venerdì 30 novembre e sabato 1° dicembre a Brasilia, per l'incontro con i delegati di pastorale giovanile delle diocesi brasiliane riuniti in convegno.
(©L'Osservatore Romano 30 novembre 2012)
Evangelizzazione in atto
«Non sprechiamo il dono immenso che ci viene dato. Viviamo questo tempo di preparazione con gioia ed entusiasmo, nonostante le difficoltà», perché la Giornata mondiale della Gioventù di Rio de Janeiro non sia il «fuoco di paglia di qualche giorno», bensì «una lunga semina che porta frutti nella vita». È la raccomandazione che il cardinale Stanisław Ryłko, presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, ha rivolto ai duecento delegati di 75 Paesi e 40 tra movimenti e aggregazioni, datisi appuntamento nella città carioca dal 25 al 29 novembre per l'incontro preparatorio in vista del raduno delle nuove generazioni in programma a luglio. Il porporato ha anche assicurato che «Benedetto XVI segue con particolare attenzione i preparativi della Gmg, cui affida grandi speranze per la Chiesa».
Mancano del resto solo otto mesi alla celebrazione della ventottesima Giornata mondiale della gioventù e in tutte le 276 diocesi del Brasile la macchina organizzativa è in pieno movimento. Lo testimonia l'annuncio -- dato dal sindaco Edoardo da Costa Paes -- della scelta della zona di Guaratiba per la veglia serale del 27 luglio e la messa finale di domenica 28. Situata nella parte ovest di Rio, l'area può contenere due milioni e mezzo di persone.
L'incontro preparatorio di questi giorni segue quello svoltosi a Roma nell'aprile scorso. La giornata di mercoledì 28 è stata caratterizzata dall'intervento del cardinale Ryłko, che ha esortato i presenti a non lasciarsi «privare di quella componente importante che è la gioia, che risveglia il coraggio di affrontare sfide sempre nuove, per portare i giovani a Cristo e Cristo ai giovani». E ha ricordato in proposito il magistero di Benedetto XVI, per il quale le Gmg sono «nuova evangelizzazione in atto. L'evangelizzazione è il cuore pulsante di ogni Gmg. La fiducia in Dio e il coraggio, la consapevolezza che dalle piccole cose ne possono nascere di grandi» sono, per il porporato, le basi principali di ogni sforzo evangelizzatore. «Viviamo questa ultima tappa per Rio con grande senso di responsabilità -- ha concluso -- per non sprecare il dono immenso che ci viene dato». E ha invitato a diffondere il messaggio del Papa per la Gmg e a non dimenticare quanti non potranno intervenire «ma hanno diritto a partecipare almeno in modo spirituale, anche attraverso l'uso delle nuove tecnologie e di internet».
Portando il saluto del Governo, il ministro Gilberto Carvalho, della segreteria della Presidenza della Repubblica, ha definito la Gmg «un progetto dall'enorme significato storico poiché realizza una forte collaborazione tra Chiesa e istituzioni, e ne travalica il significato religioso, rivolgendosi non solo alla gioventù cattolica, collocandosi nella prospettiva della costruzione di una nuova società al servizio della comunità e contro le piaghe della droga, della violenza, aspetti negativi ben presenti in Brasile, dove ogni mese 600 giovani perdono la vita per questi motivi». Si tratta, dunque, di lavorare «per una nuova società e per una nuova speranza».
Lunedì 26, aprendo i lavori, il cardinale presidente aveva presentato ai delegati l'esperienza ormai quasi trentennale del Pontificio Consiglio per i Laici nell'organizzazione delle Gmg volute da Giovanni Paolo II. L'arcivescovo di São Sebastião do Rio de Janeiro, monsignor Orani João Tempesta, da parte sua, ha riproposto il messaggio affidato ai giovani da Paolo VI a conclusione del concilio Vaticano II, invitando soprattutto i volontari «a raccogliere la fiaccola della fede e a trasmetterla ai coetanei. Siete voi -- li ha esortati -- i primi missionari. Evangelizzate i vostri amici».
Dell'organizzazione della Giornata ha parlato il nunzio apostolico Giovanni D'Aniello: «C'è un grande sforzo in atto e una collaborazione tra la Chiesa locale e le diverse autorità a livello statale e municipale. L'obiettivo è dare la migliore accoglienza a quanti verranno e fare in modo che la Gmg sia un successo». «Come Chiesa -- ha aggiunto il rappresentante pontificio in Brasile -- il successo che ricerchiamo è quello spirituale, non quello scenico. Vogliamo che dia un impulso alla vita di fede dei giovani del mondo intero». E in tal senso «la Giornata di Rio -- ha auspicato -- vorrebbe essere un trampolino di lancio per i giovani una volta tornati nei loro Paesi, dove sono chiamati a testimoniare la loro fede e a impegnarsi nella società».
A conclusione della giornata di lunedì son0 state fornite informazioni tecnico-logistiche: dagli alloggi al kit del pellegrino, dai ticket per cibo e trasporti al rilascio dei visti, dall'assicurazione alla sicurezza.
Martedì 27 il vescovo Josef Clemens, segretario del Pontificio Consiglio per i Laici, ha illustrato il recente messaggio di Benedetto XVI per la Gmg di Rio. «Le Giornate mondiali della Gioventù sono un laboratorio della missione, un'occasione provvidenziale per il rafforzamento della fede, un forte stimolo per il nostro impegno missionario», ha detto. E in questa ottica l'appuntamento in Brasile costituisce «un'occasione propizia e provvidenziale per rientrare ancora di più nella dinamica del nostro essere cristiani e contribuire all'opera di redenzione dell'umanità».
Rivolgendosi direttamente ai delegati presenti, il presule ha anche sottolineato come il messaggio sia «determinante per la preparazione alla Gmg. Accanto a quella previa a livello locale, in diocesi, vi è la preparazione delle catechesi, delle celebrazioni dei vescovi. Il messaggio -- ha spiegato -- è fondamentale per la condivisione della nostra fede». La parola chiave del documento di Benedetto XVI è «dinamismo»: «il cristiano -- ha puntualizzato il vescovo segretario -- è dinamico, non può restare chiuso e passivo nella propria fede ma muoversi verso gli altri per offrire e condividere la perla preziosa della fede». Il fatto, poi, che la Gmg si svolga nell'Anno della fede e in linea con la missione continentale nelle Chiese dell'America Latina lanciata ad Aparecida, avvalora ulteriormente la dimensione missionaria della Gmg di Rio.
Sono seguite comunicazioni riguardanti i luoghi degli avvenimenti della Giornata, le liturgie, le catechesi, il programma culturale: come la Fiera vocazionale, dove esporranno 156 movimenti, aggregazioni e associazioni laicali, che potranno far conoscere il loro carisma. Verranno allestiti anche 200 confessionali e una tenda dell'adorazione. Altro momento significativo sarà la settimana missionaria (così sono chiamate quest'anno le tradizionali giornate nelle diocesi prima della Gmg), durante la quale il Brasile sarà messo in uno stato permanente di missione. Infine è stato reso noto che la fondazione Giovanni Paolo II per la gioventù, in collaborazione con l'arcidiocesi fluminense, organizzerà un'esposizione artistica dall'11 giugno al 15 settembre al Museu nacional de belas artes.
Il viaggio in Brasile della delegazione del dicastero per i Laici prosegue venerdì 30 novembre e sabato 1° dicembre a Brasilia, per l'incontro con i delegati di pastorale giovanile delle diocesi brasiliane riuniti in convegno.
(©L'Osservatore Romano 30 novembre 2012)
giovedì 29 novembre 2012
"L'infanzia di Gesù", Mons. Fisichella: noi non crediamo alle favole (Izzo)
LIBRO PAPA: MONSIGNOR FISICHELLA, NOI NON CREDIAMO ALLE FAVOLE
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 nov.
"Noi non crediamo a favole, come ingenuamente qualcuno sostiene. La nostra fede e' radicata su una persona storica, realmente vissuta e di cui abbiamo documenti solidi".
Lo sottolinea monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, che commenta sul settimanale Oggi l'ultimo libro di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, "L'infanzia di Gesu'". "Benedetto XVI - ricorda Fisichella - ha speso tutta la sua vita a riflettere su cio' che e' piu' importante nella vita di un cristiano: Gesu' Cristo.
La fede chiede ai credenti di entrare in una conoscenza sempre piu' profonda del mistero cui si crede".
"L'esigenza di ritrovare i fatti storici e distinguerli dall'interpretazione che i discepoli o l'autore del Vangelo ne hanno voluto dare, e' un compito - ricorda l'arcivescovo - importante e non facile.
Richiede una preparazione specialistica, la conoscenza dell'ebraico, del greco e del latino, dei costumi e delle consuetudini dell'epoca e dei popoli confinanti, insomma, una conoscenza scientifica che permette di raggiungere risultati certi per dare un forte sostegno alla fede".
"Benedetto XVI, da gran teologo, ha gia' pubblicato due volumi su Gesu' di Nazareth per offrire il suo contributo a una ricerca che dura da 2000 anni e ancora continuera' nel futuro", rileva monsignor Fisichella, per il quale "il fascino che deriva dalla persona di Gesu' e dal suo insegnamento sara' sempre fonte di interesse e ricerca per gli uomini".
Per il capo dicastero, anche "l'ultimo volume che riguarda i racconti dell'infanzia, un capitolo molto difficile, perche' abbiamo pochi dati storici e anche i Vangeli sono molto parchi nel fornire notizie in proposito", sara' certamente "un altro best seller e una bella lettura, che permettera' di cogliere i tratti piu' salienti di Gesu' narrato nella sua infanzia e fanciullezza".
Ad appena una settimana dall'uscita, "L'Infanzia di Gesu'" risulta del resto gia' in testa alle classifiche dei libri piu' venduti.
E i blog cattolici "Amici di Papa Ratzinger" e "Cantuale Antonianum" commentano insieme: "'Non c'e' piu' religione', dicono. Pero' poi tutti comprano il libro del Papa (e tanti lo regalano per Natale). Dobbiamo dire che l'interesse per le cose religiose e soprattutto per Gesu', quello continua a resistere. Nonostante tutti i profeti di sventura. E intanto il Papa e' saldo al primo posto, che poi gli si addice proprio tanto bene come posto".
© Copyright (AGI)
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 nov.
"Noi non crediamo a favole, come ingenuamente qualcuno sostiene. La nostra fede e' radicata su una persona storica, realmente vissuta e di cui abbiamo documenti solidi".
Lo sottolinea monsignor Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, che commenta sul settimanale Oggi l'ultimo libro di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, "L'infanzia di Gesu'". "Benedetto XVI - ricorda Fisichella - ha speso tutta la sua vita a riflettere su cio' che e' piu' importante nella vita di un cristiano: Gesu' Cristo.
La fede chiede ai credenti di entrare in una conoscenza sempre piu' profonda del mistero cui si crede".
"L'esigenza di ritrovare i fatti storici e distinguerli dall'interpretazione che i discepoli o l'autore del Vangelo ne hanno voluto dare, e' un compito - ricorda l'arcivescovo - importante e non facile.
Richiede una preparazione specialistica, la conoscenza dell'ebraico, del greco e del latino, dei costumi e delle consuetudini dell'epoca e dei popoli confinanti, insomma, una conoscenza scientifica che permette di raggiungere risultati certi per dare un forte sostegno alla fede".
"Benedetto XVI, da gran teologo, ha gia' pubblicato due volumi su Gesu' di Nazareth per offrire il suo contributo a una ricerca che dura da 2000 anni e ancora continuera' nel futuro", rileva monsignor Fisichella, per il quale "il fascino che deriva dalla persona di Gesu' e dal suo insegnamento sara' sempre fonte di interesse e ricerca per gli uomini".
Per il capo dicastero, anche "l'ultimo volume che riguarda i racconti dell'infanzia, un capitolo molto difficile, perche' abbiamo pochi dati storici e anche i Vangeli sono molto parchi nel fornire notizie in proposito", sara' certamente "un altro best seller e una bella lettura, che permettera' di cogliere i tratti piu' salienti di Gesu' narrato nella sua infanzia e fanciullezza".
Ad appena una settimana dall'uscita, "L'Infanzia di Gesu'" risulta del resto gia' in testa alle classifiche dei libri piu' venduti.
E i blog cattolici "Amici di Papa Ratzinger" e "Cantuale Antonianum" commentano insieme: "'Non c'e' piu' religione', dicono. Pero' poi tutti comprano il libro del Papa (e tanti lo regalano per Natale). Dobbiamo dire che l'interesse per le cose religiose e soprattutto per Gesu', quello continua a resistere. Nonostante tutti i profeti di sventura. E intanto il Papa e' saldo al primo posto, che poi gli si addice proprio tanto bene come posto".
© Copyright (AGI)
Come parlare di Dio in centoquaranta battute. L'arcivescovo Celli sulle nuove tecnologie comunicative (Ponzi)
L'arcivescovo Celli sulle nuove tecnologie comunicative
Come parlare di Dio in centoquaranta battute
di Mario Ponzi
Certamente c'è già una parte del popolo della rete in fermento: sebbene non ancora ufficialmente presentata, la notizia del prossimo “cinguettio” di Benedetto XVI su twitter ha fatto rapidamente il giro del mondo.
Dunque il social network delle «centoquaranta battute» si accinge a ospitare ancora una volta il Papa. La prima volta fu infatti nel giugno 2011, quando Benedetto XVI lanciò il portale del Vaticano www.news.va accompagnando il gesto proprio con un tweet.
Ora bisognerà attendere qualche settimana, poi riprenderanno i “cinguettii” -- cinguettare è la traduzione in italiano del termine twitter -- di Benedetto XVI. «L'iniziativa -- ci ha detto l'arcivescovo Claudio Maria Celli, presidente del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali -- è dovuta al desiderio del Papa di utilizzare tutte le opportunità comunicative offerte dalle nuove tecnologie, tipiche del mondo di oggi».
Lo stesso motivo che ispirò l'account della Chiesa cattolica universale, @Pope2YouVatican, un profilo collegato al portale, creato per la comunicazione con i giovani su piattaforme social come YouTube e Facebook.
«Del resto -- ci ha spiegato l'arcivescovo -- proprio ieri, durante l'udienza generale, il Papa ha manifestato ancora una volta questa sua volontà di riuscire a parlare di Dio a tutti gli uomini con ogni mezzo possibile. Ha ricordato la fondamentale, originaria importanza della comunicazione per la trasmissione della fede. Ha parlato di un metodo di Dio nel comunicare, il metodo dell'umiltà per cui Dio non ha esitato a farsi uno di noi per mostrarsi. Ha parlato di Gesù comunicatore che si è rivolto agli uomini del suo tempo usando il loro linguaggio».
E a questo punto monsignor Celli fa una precisazione significativa: «Il Papa entrando nel mondo della comunicazione digitale compie un gesto che ha la sua originalità nella storia stessa della Chiesa. In un certo senso lo ha spiegato egli stesso proprio ieri, parlando ai fedeli nell'Aula Paolo VI, quando, riferendosi alla lettera ai Corinzi, ha citato le parole dell'apostolo Paolo: “...quando venni tra voi, non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l'eccellenza della parola o della sapienza...”.
Proprio in ciò è radicato il senso della presenza del Papa su twitter, il mondo del microblogging, della comunicazione moderna, veloce, immediata, inesorabile nel concedere solo centoquaranta battute per dire tutto quello che hai da dire.
Nel messaggio per la giornata mondiale delle comunicazioni sociali Papa Benedetto XVI dopo aver sottolineato il valore del silenzio che aiuta e dà sostanza alle nostre parole, scrisse che anche pochissime parole danno la possibilità di trasmettere grandissimi messaggi. Certamente quando proponeva queste riflessioni non pensava a twitter. Però potremmo applicare questa sua riflessione proprio a questo mondo singolare. Così nei modi, nei tempi e nel linguaggio dell'uomo moderno egli intende portare Cristo nel mondo di oggi. E come Paolo certamente non vuole crearsi una squadra di ammiratori, lo ha ricordato proprio ieri sempre nella catechesi. Non vuole cioè entrare nella storia come “capo di una scuola di grandi conoscenze”. Vuole solo “guadagnare le persone “per l'Altro, per Lui, per il Dio vero e reale”».
La nuova iniziativa dovrebbe essere avviata prima di Natale. Il Papa indicherà i punti salienti di alcuni suoi discorsi, omelie o messaggi, che dovranno poi essere sintetizzati e adattati per il social. Si comincerà con le riflessioni domenicali proposte ai fedeli durante l'appuntamento per la preghiera mariana dell'Angelus in piazza san Pietro.
(©L'Osservatore Romano 30 novembre 2012)
Il Papa e la questione di Dio nel mondo di oggi. Quell’ateo del mio vicino (José María Gil Tamayo)
Il Papa e la questione di Dio nel mondo di oggi
Quell’ateo del mio vicino
José María Gil Tamayo
Colpisce il fatto che il contenuto centrale del libro di Benedetto XVI L’infanzia di Gesù, in alcuni media sia stato messo in secondo piano dalla questione della presenza o meno nella grotta di Betlemme del bue e dell’asino.
Distogliendo l’attenzione dal punto focale dell’opera che, come lo stesso Papa ha sottolineato, non è un atto d’insegnamento pontificio, ma l’espressione della sua ricerca personale e teologica del volto del Signore.
Forse, al di là dell’aspetto aneddotico, la confusione mediatica è un segnale della secolarizzazione e della desertificazione spirituale che Benedetto XVI individua come il problema principale che la Chiesa deve affrontare nel nostro tempo. E uno dei sintomi più dolorosi è l’emarginazione silenziosa e trasversale di Dio dalla vita personale e pubblica.
Lo afferma anche l’arcivescovo e teologo spagnolo Fernando Sebastián nella sua ultima opera La fe que nos salva, quando assicura che «il problema numero uno della Chiesa di oggi è aiutare la gente a credere». A suo parere, infatti, «ieri l’ateismo era nella mente di alcuni filosofi. Oggi l’ateismo lo abbiamo in casa, nei cugini, nipoti e vicini. L’ateismo ci coinvolge tutti e il vivere come se Dio non esistesse è diventato una sorta di ateismo per omissione».
Rimediare a questa situazione e porre nuovamente Dio al centro è ciò che sta facendo Benedetto XVI.
Per il Papa questo impegno è necessario anche nella Chiesa, poiché «la sfida di una mentalità chiusa al trascendente — ha detto il 25 novembre 2011 —obbliga anche gli stessi cristiani a tornare in modo più deciso alla centralità di Dio (…) Perciò non meno urgente è riproporre la questione di Dio anche nello stesso tessuto ecclesiale».
A questo impegno a tornare a Dio Benedetto XVI sta dedicando da oltre un mese le sue catechesi del mercoledì.
Come avvenuto in passato nelle lezioni di teologia che il professor Joseph Ratzinger impartiva agli studenti universitari di Tubinga — raccolte più di quarant’anni fa nel volume Einführung in das Christentum («Introduzione al Cristianesimo» — così nell’attuale ciclo di catechesi il Papa ha spiegato che la «fede non è un semplice assenso intellettuale dell’uomo a delle verità particolari su Dio; è un atto con cui mi affido liberamente a un Dio che è Padre e mi ama; è adesione a un “Tu” che mi dona speranza e fiducia. Certo questa adesione a Dio non è priva di contenuti: con essa siamo consapevoli che Dio stesso si è mostrato a noi in Cristo, ha fatto vedere il suo volto e si è fatto realmente vicino a ciascuno di noi» (24 ottobre 2012).
È questa la proposta fondamentale dell’Anno della fede che il Pontefice ha indetto per ravvivare nella Chiesa la gioia di credere attraverso il recupero del primato di Dio, poiché «se Dio perde la centralità, l’uomo perde il suo posto giusto, non trova più la sua collocazione nel creato, nelle relazioni con gli altri» (14 novembre 2012).
Senza Dio tutto si volge contro l’uomo.
Da parte sua l’uomo, che Benedetto XVI definisce «mendicante di Dio», porta in sé «un misterioso desiderio di Dio» (7 novembre 2012), che non può restare una passione inutile, ma si deve trasformare in un anelito profondo, nutrito dalle gioie autentiche e dal desiderio di pienezza.
Certo, la risposta dell’uomo è essenzialmente risposta a Dio: ma, anche e proprio per questo, è risposta agli altri attraverso l’opera di evangelizzazione, che a sua volta è comunicazione con Dio. «Parlare di Dio — ricorda il Papa — è comunicare, con forza e semplicità, con la parola e con la vita, ciò che è essenziale: il Dio di Gesù Cristo, quel Dio che ci ha mostrato un amore così grande da incarnarsi, morire e risorgere per noi; quel Dio che chiede di seguirlo e lasciarsi trasformare dal suo immenso amore per rinnovare la nostra vita e le nostre relazioni; quel Dio che ci ha donato la Chiesa, per camminare insieme e, attraverso la Parola e i Sacramenti, rinnovare l’intera Città degli uomini, affinché possa diventare Città di Dio». (28 novembre 2012).
Quelle di Benedetto XVI sono catechesi dell’essenziale, per condurre a Dio gli uomini e le donne del nostro tempo.
Quell’ateo del mio vicino
José María Gil Tamayo
Colpisce il fatto che il contenuto centrale del libro di Benedetto XVI L’infanzia di Gesù, in alcuni media sia stato messo in secondo piano dalla questione della presenza o meno nella grotta di Betlemme del bue e dell’asino.
Distogliendo l’attenzione dal punto focale dell’opera che, come lo stesso Papa ha sottolineato, non è un atto d’insegnamento pontificio, ma l’espressione della sua ricerca personale e teologica del volto del Signore.
Forse, al di là dell’aspetto aneddotico, la confusione mediatica è un segnale della secolarizzazione e della desertificazione spirituale che Benedetto XVI individua come il problema principale che la Chiesa deve affrontare nel nostro tempo. E uno dei sintomi più dolorosi è l’emarginazione silenziosa e trasversale di Dio dalla vita personale e pubblica.
Lo afferma anche l’arcivescovo e teologo spagnolo Fernando Sebastián nella sua ultima opera La fe que nos salva, quando assicura che «il problema numero uno della Chiesa di oggi è aiutare la gente a credere». A suo parere, infatti, «ieri l’ateismo era nella mente di alcuni filosofi. Oggi l’ateismo lo abbiamo in casa, nei cugini, nipoti e vicini. L’ateismo ci coinvolge tutti e il vivere come se Dio non esistesse è diventato una sorta di ateismo per omissione».
Rimediare a questa situazione e porre nuovamente Dio al centro è ciò che sta facendo Benedetto XVI.
Per il Papa questo impegno è necessario anche nella Chiesa, poiché «la sfida di una mentalità chiusa al trascendente — ha detto il 25 novembre 2011 —obbliga anche gli stessi cristiani a tornare in modo più deciso alla centralità di Dio (…) Perciò non meno urgente è riproporre la questione di Dio anche nello stesso tessuto ecclesiale».
A questo impegno a tornare a Dio Benedetto XVI sta dedicando da oltre un mese le sue catechesi del mercoledì.
Come avvenuto in passato nelle lezioni di teologia che il professor Joseph Ratzinger impartiva agli studenti universitari di Tubinga — raccolte più di quarant’anni fa nel volume Einführung in das Christentum («Introduzione al Cristianesimo» — così nell’attuale ciclo di catechesi il Papa ha spiegato che la «fede non è un semplice assenso intellettuale dell’uomo a delle verità particolari su Dio; è un atto con cui mi affido liberamente a un Dio che è Padre e mi ama; è adesione a un “Tu” che mi dona speranza e fiducia. Certo questa adesione a Dio non è priva di contenuti: con essa siamo consapevoli che Dio stesso si è mostrato a noi in Cristo, ha fatto vedere il suo volto e si è fatto realmente vicino a ciascuno di noi» (24 ottobre 2012).
È questa la proposta fondamentale dell’Anno della fede che il Pontefice ha indetto per ravvivare nella Chiesa la gioia di credere attraverso il recupero del primato di Dio, poiché «se Dio perde la centralità, l’uomo perde il suo posto giusto, non trova più la sua collocazione nel creato, nelle relazioni con gli altri» (14 novembre 2012).
Senza Dio tutto si volge contro l’uomo.
Da parte sua l’uomo, che Benedetto XVI definisce «mendicante di Dio», porta in sé «un misterioso desiderio di Dio» (7 novembre 2012), che non può restare una passione inutile, ma si deve trasformare in un anelito profondo, nutrito dalle gioie autentiche e dal desiderio di pienezza.
Certo, la risposta dell’uomo è essenzialmente risposta a Dio: ma, anche e proprio per questo, è risposta agli altri attraverso l’opera di evangelizzazione, che a sua volta è comunicazione con Dio. «Parlare di Dio — ricorda il Papa — è comunicare, con forza e semplicità, con la parola e con la vita, ciò che è essenziale: il Dio di Gesù Cristo, quel Dio che ci ha mostrato un amore così grande da incarnarsi, morire e risorgere per noi; quel Dio che chiede di seguirlo e lasciarsi trasformare dal suo immenso amore per rinnovare la nostra vita e le nostre relazioni; quel Dio che ci ha donato la Chiesa, per camminare insieme e, attraverso la Parola e i Sacramenti, rinnovare l’intera Città degli uomini, affinché possa diventare Città di Dio». (28 novembre 2012).
Quelle di Benedetto XVI sono catechesi dell’essenziale, per condurre a Dio gli uomini e le donne del nostro tempo.
(©L'Osservatore Romano 30 novembre 2012)
Domani il card. De Giorgi prema la fedeltà di Mons. Gaenswein. Padre Spadaro: Twitter può ben ospitare Vangelo e poesie (Izzo)
PAPA: DOMANI CARDINALE DE GIORGI PREMIA FEDELTA' GAENSWEIN
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 nov.
Domani pomeriggio, nel Palazzo Apostolico, il segretario di Benedetto XVI, monsignor Georg Gaenswein, ricevera' il premio "testimoni di santita'", che vuole segnalare la sua "assoluta fedelta' al sacerdozio e al successore dell'Apostolo Pietro".
A consegnare al collaboratore piu' vicino al Papa il riconoscimento (un'icona raffigurante San Pietro benedicente alla Cattedra, realizzata dallo scultore anagnino Egidio Ambrosetti) sara' l'arcivescovo emerito di Palermo, cardinale Salvatore De Giorgi, nella sua qualita' di presidente onorario del comitato scientifico dell'Associazione "Tu es Petrus".
© Copyright (AGI)
PAPA: PADRE SPADARO, TWITTER PUO' BEN OSPITARE VANGELO E POESIE
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 gen.
Benedetto XVI ritiene che "nella essenzialita' di brevi messaggi, spesso non piu' lunghi di un versetto biblico, e qui il riferimento mi sembra evidente, si possono esprimere pensieri profondi se ciascuno non trascura di coltivare la propria interiorita'".
Lo afferma padre Antonio Spadaro, direttore della Civilta' Cattolica, intervistato dalla Radio Vaticana sull'esordio del Papa nel social network Twitter, previsto per lunedi' prossimo.
Per padre Spadaro, su Internet, "e' possibile esprimere dei messaggi essenziali, detti con parole precise, che richiedono un lavoro quasi poetico sul linguaggio, per coniugare sapienza e precisione".
"Questa - sottolinea il gesuita - e' la strada maestra per cui l'espressione sintetica non va a detrimento della profondita' o della lentezza dell'assimilazione".
In sostanza, i tweet, in particolare quelli di Benedetto XVI, potrebbero rappresentare un "aggancio per una meditazione piu' affilata e densa", come "dimostra il grande successo dei versi, della poesia su Twitter". "Nella nostra vita frenetica - conclude padre Spadaro - si avverte l'esigenza di avere qualcosa di affilato e di sapiente che sia in grado di spaccare la quotidianita' frenetica e mettere un piccolo seme, un elemento di riflessione e meditazione".
© Copyright (AGI)
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 nov.
Domani pomeriggio, nel Palazzo Apostolico, il segretario di Benedetto XVI, monsignor Georg Gaenswein, ricevera' il premio "testimoni di santita'", che vuole segnalare la sua "assoluta fedelta' al sacerdozio e al successore dell'Apostolo Pietro".
A consegnare al collaboratore piu' vicino al Papa il riconoscimento (un'icona raffigurante San Pietro benedicente alla Cattedra, realizzata dallo scultore anagnino Egidio Ambrosetti) sara' l'arcivescovo emerito di Palermo, cardinale Salvatore De Giorgi, nella sua qualita' di presidente onorario del comitato scientifico dell'Associazione "Tu es Petrus".
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PAPA: PADRE SPADARO, TWITTER PUO' BEN OSPITARE VANGELO E POESIE
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 gen.
Benedetto XVI ritiene che "nella essenzialita' di brevi messaggi, spesso non piu' lunghi di un versetto biblico, e qui il riferimento mi sembra evidente, si possono esprimere pensieri profondi se ciascuno non trascura di coltivare la propria interiorita'".
Lo afferma padre Antonio Spadaro, direttore della Civilta' Cattolica, intervistato dalla Radio Vaticana sull'esordio del Papa nel social network Twitter, previsto per lunedi' prossimo.
Per padre Spadaro, su Internet, "e' possibile esprimere dei messaggi essenziali, detti con parole precise, che richiedono un lavoro quasi poetico sul linguaggio, per coniugare sapienza e precisione".
"Questa - sottolinea il gesuita - e' la strada maestra per cui l'espressione sintetica non va a detrimento della profondita' o della lentezza dell'assimilazione".
In sostanza, i tweet, in particolare quelli di Benedetto XVI, potrebbero rappresentare un "aggancio per una meditazione piu' affilata e densa", come "dimostra il grande successo dei versi, della poesia su Twitter". "Nella nostra vita frenetica - conclude padre Spadaro - si avverte l'esigenza di avere qualcosa di affilato e di sapiente che sia in grado di spaccare la quotidianita' frenetica e mettere un piccolo seme, un elemento di riflessione e meditazione".
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Alla scuola del Concilio Vaticano II la missione chiede una fede robusta (Stefania Careddu)
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UE, Sir: su moneta slovacca si gioca la credibilità dell'Unione (Izzo)
UE: SIR, SU MONETA SLOVACCA SI GIOCA CREDIBILITA' UNIONE
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 nov.
Non e' affatto una questione di poco conto la contrapposizione tra Unione Europea e autorita' slovacche, divise dal conio di una moneta.
La divergenza, spiega il Servizio Informazione Religiosa della Cei, "riguarda il fatto che si possa ritenere una parte importante della storia religiosa, sociale e culturale di un'intera regione europea (Cirillo e Metodio sono venerati non solo in Slovacchia, ma anche in Repubblica ceca, Ungheria, Croazia, Slovenia e in altri Paesi) come un elemento secondario della storia comunitaria".
Come e' noto, all'origine del conflitto c'e' la moneta da 2 euro che la Banca centrale di Bratislava dovrebbe realizzare nel 2013 per ricordare i 1.150 anni della predicazione nell'Europa centro-orientale di Cirillo e Metodio, "evangelizzatori dei popoli slavi, figure chiave della storia e del cristianesimo del vecchio continente, proclamati co-patroni d'Europa da papa Giovanni Paolo II nel 1980".
"Tale moneta - ricostruisce l'agenzia Cei - avrebbe dovuto raffigurare, nella proposta iniziale, i due santi con croce e aureola. Da Bruxelles e' invece giunta una obiezione: trattandosi di monete che circoleranno in tutta Europa, devono rispettare un non meno precisato principio di neutralita' religiosa".
Cosi' nella proposta elaborata su indicazione dell'Ue "appaiono i due santi, senza aureola, che reggono la doppia croce, o croce patriarcale, che e' il simbolo della Slovacchia, richiamandone con tutta evidenza la diffusa fede cristiana".
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Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 nov.
Non e' affatto una questione di poco conto la contrapposizione tra Unione Europea e autorita' slovacche, divise dal conio di una moneta.
La divergenza, spiega il Servizio Informazione Religiosa della Cei, "riguarda il fatto che si possa ritenere una parte importante della storia religiosa, sociale e culturale di un'intera regione europea (Cirillo e Metodio sono venerati non solo in Slovacchia, ma anche in Repubblica ceca, Ungheria, Croazia, Slovenia e in altri Paesi) come un elemento secondario della storia comunitaria".
Come e' noto, all'origine del conflitto c'e' la moneta da 2 euro che la Banca centrale di Bratislava dovrebbe realizzare nel 2013 per ricordare i 1.150 anni della predicazione nell'Europa centro-orientale di Cirillo e Metodio, "evangelizzatori dei popoli slavi, figure chiave della storia e del cristianesimo del vecchio continente, proclamati co-patroni d'Europa da papa Giovanni Paolo II nel 1980".
"Tale moneta - ricostruisce l'agenzia Cei - avrebbe dovuto raffigurare, nella proposta iniziale, i due santi con croce e aureola. Da Bruxelles e' invece giunta una obiezione: trattandosi di monete che circoleranno in tutta Europa, devono rispettare un non meno precisato principio di neutralita' religiosa".
Cosi' nella proposta elaborata su indicazione dell'Ue "appaiono i due santi, senza aureola, che reggono la doppia croce, o croce patriarcale, che e' il simbolo della Slovacchia, richiamandone con tutta evidenza la diffusa fede cristiana".
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