Rileggiamo per intero questo testo di fondamentale importanza per comprendere il pensiero di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI:
Elogio della Coscienza
del cardinale Joseph Ratzinger
Nell’attuale dibattito sulla natura propria della moralità e sulle modalità della sua conoscenza, la questione della coscienza è divenuta il punto nodale della discussione, soprattutto nell’ambito della teologia morale cattolica. Tale dibattito ruota intorno ai concetti di libertà e di norma, di autonomia e di eteronomia, di autodeterminazione e di determinazione dall’esterno mediante l’autorità. La coscienza vi è presentata come il baluardo della libertà di fronte alle limitazioni dell’esistenza imposte dall’autorità.
In tale contesto vengono così contrapposte due concezioni del cattolicesimo: da un lato sta una comprensione rinnovata della sua essenza, che spiega la fede cristiana a partire dalla libertà e come principio della libertà e, dall’altro lato, un modello superato, "pre-conciliare", che assoggetta l’esistenza cristiana all’autorità, la quale attraverso norme regola la vita fin nei suoi aspetti più intimi e cerca in tal modo di mantenere un potere di controllo sugli uomini.
Così "morale della coscienza" e "morale dell’autorità" sembrano contrapporsi tra di loro come due modelli incompatibili; la libertà dei cristiani sarebbe poi messa in salvo facendo appello al principio classico della tradizione morale, secondo cui la coscienza è la norma suprema, che dev’essere sempre seguita, anche in contrasto con l’autorità.
E se l’autorità — in questo caso: il Magistero ecclesiastico — vuol parlare in materia di morale, può certamente farlo, ma solo proponendo elementi per la formazione di un autonomo giudizio alla coscienza, la quale tuttavia deve sempre mantenere l’ultima parola. Tale carattere di ultima istanza proprio della coscienza viene ricondotto da alcuni autori alla formula secondo cui la coscienza è infallibile.
Non di meno può sorgere, a questo punto, una contraddizione. È fuori discussione che si deve sempre seguire un chiaro dettame della coscienza, o che almeno non si può mai andare contro di esso. Ma è questione del tutto diversa se il giudizio di coscienza, o ciò che uno prende come tale, abbia anche sempre ragione, se esso cioè sia infallibile.
Infatti se così fosse, ciò vorrebbe dire che non c’è nessuna verità — almeno in materia di morale e di religione, ossia nell’ambito dei fondamenti veri e propri della nostra esistenza. Dal momento che i giudizi di coscienza si contraddicono, ci sarebbe dunque solo una verità del soggetto, che si ridurrebbe alla sua sincerità. Non ci sarebbe nessuna porta e nessuna finestra che potrebbe condurre dal soggetto al mondo circostante e alla comunione degli uomini. Chi ha il coraggio di portare questa concezione fino alle sue ultime conseguenze arriva alla conclusione che non esiste dunque nessuna vera libertà e che quelli che supponiamo essere dettami della coscienza, in realtà non sono altro che riflessi delle condizioni sociali. Ciò dovrebbe condurre alla convinzione che la contrapposizione tra libertà e autorità lascia da parte qualcosa; che dev’esserci qualcosa di ancor più profondo, se si vuole che libertà e, quindi, umanità abbiano un senso.
1. UNA CONVERSAZIONE SULLA COSCIENZA ERRONEA ED ALCUNE PRIME CONCLUSIONI
In questo modo è diventato evidente che la questione della coscienza ci porta veramente al cuore del problema morale, così come la stessa questione dell’esistenza umana. Vorrei cercare ora di esporre tale questione non nella forma di una riflessione rigorosamente concettuale e quindi inevitabilmente molto astratta, ma prendendo piuttosto una via — come si dice oggi — narrativa, raccontando anzitutto la storia del mio approccio personale a questo problema. Fu all’inizio della mia attività accademica che, per la prima volta, divenni consapevole di tale questione in tutta la sua urgenza.
Una volta, un collega più anziano, cui stava molto a cuore la situazione dell’essere cristiano nel nostro tempo, nel corso di una discussione, espresse l’opinione che bisognava davvero esser grati a Dio, per aver concesso a così tanti uomini di poter essere non credenti in buona coscienza. Infatti se si fossero loro aperti gli occhi e fossero divenuti credenti, non sarebbero stati in grado, in un mondo come il nostro, di portare il peso della fede e dei doveri morali che ne derivano. Ora invece, dal momento che percorrono un’altra strada in buona coscienza, possono non di meno raggiungere la salvezza. Quello che mi sbalordì in quest’affermazione non fu innanzi tutto l’idea di una coscienza erronea concessa da Dio stesso, per poter salvare con questo stratagemma gli uomini, l’idea, per così dire, di un accecamento mandato da Dio stesso per la salvezza delle persone in questione. Ciò che mi turbò fu la concezione che la fede sia un peso difficile da portare e che sia adatto certo solo a nature particolarmente forti: quasi una forma di punizione, e comunque un insieme oneroso di esigenze cui non è facile far fronte. Secondo tale concezione, la fede, lungi dal rendere la salvezza più accessibile, la farebbe più difficile. Dovrebbe essere felice, pertanto, proprio colui cui non viene addossato l’onere di dover credere e di doversi sottomettere a quel giogo morale, che la fede della Chiesa cattolica comporta.
La coscienza erronea, che consente di vivere una vita più facile e indica una via più umana, sarebbe dunque la vera grazia, la via normale alla salvezza. La non verità, il restare lontani dalla verità, sarebbe per l’uomo meglio della verità. Non sarebbe la verità a liberarlo, anzi egli dovrebbe piuttosto esserne liberato. L’uomo starebbe a casa propria più nelle tenebre che nella luce; la fede non sarebbe un bel dono del buon Dio, ma piuttosto una maledizione.
Stando così le cose, come dalla fede potrebbe provenire gioia? Chi potrebbe avere addirittura il coraggio di trasmettere la fede ad altri? Non sarebbe invece meglio risparmiar loro questo peso o anche tenerli lontani da esso?
Negli ultimi decenni, concezioni di questo tipo hanno visibilmente paralizzato lo slancio dell’evangelizzazione: chi intende la fede come un carico pesante, come un’imposizione di esigenze morali, non può invitare gli altri a credere; egli preferisce piuttosto lasciarli nella presunta libertà della loro buona fede.
Colui che parlava in tal modo era un sincero credente, anzi direi: un cattolico rigoroso, che adempiva al suo dovere con convinzione e scrupolosità. Tuttavia egli esprimeva in tal modo una modalità di esperienza di fede, che può solo inquietare e la cui diffusione potrebbe essere fatale per la fede. L’avversione addirittura traumatica di molti contro ciò che considerano un tipo di cattolicesimo "pre-conciliare", deriva, secondo me, dall’incontro con una fede di tal genere, rimasta ormai quasi solo un peso. A questo punto sorgono davvero questioni della massima importanza: una fede simile può essere veramente un incontro con la verità? La verità sull’uomo e su Dio è davvero così triste e così pesante, o invece la verità non consiste proprio nel superamento di un tale legalismo? Essa non consiste anzi nella libertà? Ma dove conduce la libertà? Quale strada essa ci indica? Nella conclusione dovremo riprendere questi problemi fondamentali dell’esistenza cristiana oggi; ma è necessario prima ritornare al nucleo centrale del nostro tema, all’argomento della coscienza. Come ho detto, ciò che mi spaventò nell’argomento sopra menzionato fu soprattutto la caricatura della fede, che mi pareva di potervi riscontrare. Tuttavia, seguendo un secondo filo di riflessioni, mi sembrò che fosse falso anche il concetto di coscienza, che veniva presupposto. La coscienza erronea protegge l’uomo dalle onerose esigenze della verità e così la salva...: questa era l’argomentazione. Qui la coscienza non si presenta come la finestra, che spalanca all’uomo la vista su quella verità universale, che fonda e sostiene tutti noi e che in tal modo rende possibile, a partire dal suo comune riconoscimento, la solidarietà del volere e della responsabilità. In questa concezione la coscienza non è l’apertura dell’uomo al fondamento del suo essere, la possibilità di percepire quanto è più elevato e più essenziale. Essa sembra essere piuttosto il guscio della soggettività, in cui l’uomo può sfuggire alla realtà e nasconderlesi. A tal riguardo è qui presupposta proprio la concezione di coscienza del liberalismo. La coscienza non apre la strada al cammino liberante della verità, la quale o non esiste affatto o è troppo esigente per noi. La coscienza è l’istanza che ci dispensa dalla verità. Essa si trasforma nella giustificazione della soggettività, che non si lascia più mettere in questione, così come nella giustificazione del conformismo sociale, che come minimo comun denominatore tra le diverse soggettività, ha il compito di rendere possibile la vita nella società. Il dovere di cercare la verità viene meno, così come vengono meno i dubbi sulle tendenze generali predominanti nella società e su quanto in essa è diventato abitudine.
L’essere convinto delle proprie opinioni, così come l’adattarsi a quelle degli altri sono sufficienti. L’uomo è ridotto alle sue convinzioni superficiali e, quanto meno sono profonde, tanto meglio è per lui.
Quanto era stato per me solo marginalmente chiaro in questa discussione, divenne pienamente evidente un po’ dopo, in occasione di una disputa tra colleghi, a proposito del potere di giustificazione della coscienza erronea. Qualcuno obiettò a questa tesi che, se ciò dovesse avere un valore universale, allora persino i membri delle SS naziste sarebbero giustificati e dovremmo cercarli in paradiso. Essi infatti portarono a compimento le loro atrocità con fanatica convinzione ed anche con un’assoluta certezza di coscienza. Al che un altro rispose con la massima naturalezza che le cose stavano proprio così: non c’è proprio nessun dubbio che Hitler ed i suoi complici, che erano profondamente convinti della loro causa, non avrebbero potuto agire diversamente e che quindi, per quanto siano state oggettivamente spaventose le loro azioni, essi, a livello soggettivo, si comportarono moralmente bene. Dal momento che essi seguirono la loro coscienza — per quanto deformata —, si dovrebbe riconoscere che il loro comportamento era per loro morale e non si potrebbe pertanto mettere in dubbio la loro salvezza eterna.
Dopo una tale conversazione fui assolutamente sicuro che c’era qualcosa che non quadrava in questa teoria sul potere giustificativo della coscienza soggettiva, in altre parole: fui sicuro che doveva esser falsa una concezione di coscienza, che portava a simili conclusioni. Una ferma convinzione soggettiva e la conseguente mancanza di dubbi e scrupoli non giustificano affatto l’uomo.
Circa trent’anni dopo trovai sintetizzate nelle lucide parole dello psicologo Albert Görres le intuizioni, che da lungo tempo anch’io cercavo di articolare a livello concettuale. La loro elaborazione intende costituire il nucleo di questo contributo.
Görres mostra che il senso di colpa, la capacità di riconoscere la colpa appartiene all’essenza stessa della struttura psicologica dell’uomo. Il senso di colpa, che rompe una falsa serenità di coscienza e che può esser definito come una protesta della coscienza contro la mia esistenza soddisfatta di sé, è altrettanto necessario per l’uomo quanto il dolore fisico, quale sintomo, che permette di riconoscere i disturbi alle normali funzioni dell’organismo. Chi non è più capace di percepire la colpa è spiritualmente ammalato, è "un cadavere vivente, una maschera da teatro", come dice Görres. "Sono i mostri che, tra altri bruti, non hanno nessun senso di colpa. Forse ne erano totalmente sprovvisti Hitler o Himmler o Stalin. Forse non ne hanno nessuno i padrini della mafia, ma forse le loro spoglie sono solo ben nascoste in cantina. Anche i sensi di colpa abortiti... Tutti gli uomini hanno bisogno di sensi di colpa".
Del resto anche solo uno sguardo alla Sacra Scrittura avrebbe potuto preservare da simili diagnosi e da una simile teoria della giustificazione mediante la coscienza erronea. Nel salmo 19, 13 è contenuta quest’affermazione, sempre meritevole di ponderazione: "Chi si accorge dei propri errori? Liberami dalle colpe che non vedo!". Qui non si tratta di oggettivismo veterotestamentario, ma della più profonda saggezza umana; il non vedere più le colpe, l’ammutolirsi della voce della coscienza in così numerosi ambiti della vita è una malattia spirituale molto più pericolosa della colpa, che uno è ancora in grado di riconoscere come tale. Chi non è più in grado di riconoscere che uccidere è peccato, è caduto più profondamente di chi può ancora riconoscere la malizia del proprio comportamento, poiché si è allontanato maggiormente dalla verità e dalla conversione. Non per niente, nell’incontro con Gesù, chi si autogiustifica appare come colui che è veramente perduto. Se il pubblicano, con tutti i suoi innegabili peccati, sta davanti a Dio più giustificato del fariseo con tutte le sue opere veramente buone (Lc 18, 9-14), ciò avviene non perché in qualche modo i peccati del pubblicano non siano veramente peccati e le buone opere del fariseo non siano buone opere. Ciò non significa affatto che il bene che l’uomo compie non sia bene davanti a Dio e che il male non sia male davanti a Lui e neppure che ciò non sia poi in fondo così importante. La ragione vera di questo giudizio paradossale di Dio si mostra proprio a partire dalla nostra questione: il fariseo non sa più che anch’egli ha delle colpe. È completamente in pace con la sua coscienza. Ma questo silenzio della coscienza lo rende impenetrabile per Dio e per gli uomini. Invece il grido della coscienza, che non da tregua al pubblicano, lo fa capace di verità e di amore. Per questo Gesù può operare con successo nei peccatori, perché essi non sono diventati, dietro il paravento di una coscienza erronea, impermeabili a quel cambiamento, che Dio attende da essi, così come da ciascuno di noi. Egli non può invece avere successo con i "giusti", precisamente perché ad essi sembra di non aver bisogno di perdono e di conversione; infatti la loro coscienza non li accusa più, ma piuttosto li giustifica.
Qualcosa di analogo possiamo trovare anche in San Paolo, il quale ci dice che i pagani conoscono molto bene, anche senza legge, ciò che Dio attende da loro (Rm 2, 1-16). Tutta quanta la teoria della salvezza mediante l’ignoranza crolla in questo versetto: c’è nell’uomo la presenza del tutto inevitabile della verità — di una verità del Creatore, la quale è stata poi anche messa per iscritto nella rivelazione della storia della salvezza. L’uomo può vedere la verità di Dio a motivo del suo essere creaturale. Non vederla è peccato. Essa non viene vista, solo quando e perché non si vuole vederla. Tale rifiuto della volontà, che impedisce la conoscenza, è colpevole. Perciò se la spia luminosa non si accende, ciò è dovuto ad un deliberato sottrarsi a quanto non desideriamo vedere.
A questo punto delle nostre riflessioni è possibile tirare le prime conseguenze per rispondere alla questione sulla natura della coscienza.
Possiamo dire ora: non si può identificare la coscienza dell’uomo con l’autocoscienza dell’io, con la certezza soggettiva su di sé e sul proprio comportamento morale. Questa consapevolezza, da una parte può essere un mero riflesso dell’ambiente sociale e delle opinioni ivi diffuse.
D’altra parte può derivare da una carenza di autocritica, da una incapacità di ascoltare le profondità del proprio spirito. Quanto è venuto alla luce dopo il crollo del sistema marxista nell’Europa orientale, conferma questa diagnosi. Le personalità più attente e nobili dei popoli finalmente liberati parlano di un’immane devastazione spirituale, che si è verificata negli anni della deformazione intellettuale. Essi rilevano un ottundimento del senso morale, che rappresenta una perdita e un pericolo ben più grave dei danni economici, che sono accaduti.
Il nuovo patriarca di Mosca lo denunciò in maniera impressionante all’inizio del suo ministero, nell’estate 1990: la capacità di percezione degli uomini, vissuti in un sistema di menzogna, si era — secondo lui — oscurata. La società aveva perso la capacità di misericordia e i sentimenti umani erano andati perduti. Un’intera generazione era perduta per il bene, per azioni degne dell’uomo. "Abbiamo il compito di ricondurre la società ai valori morali eterni", cioè: il compito di sviluppare nuovamente nel cuore degli uomini l’udito ormai quasi spento per ascoltare i suggerimenti di Dio. L’errore, la "coscienza erronea", solo a prima vista è comoda. Infatti, se non si reagisce, l’ammutolirsi della coscienza porta alla disumanizzazione del mondo e ad un pericolo mortale.
Detto con altre parole: l’identificazione della coscienza con la consapevolezza superficiale, la riduzione dell’uomo alla sua soggettività non libera affatto, ma rende schiavo; essa ci rende totalmente dipendenti dalle opinioni dominanti ed abbassa anche il livello di queste ultime giorno dopo giorno.
Chi fa coincidere la coscienza con convinzioni superficiali, la identifica con una sicurezza pseudo-razionale, intessuta di autogiustificazione, conformismo e pigrizia. La coscienza si degrada a meccanismo di decolpevolizzazione, mentre essa rappresenta proprio la trasparenza del soggetto per il divino e quindi anche la dignità e la grandezza specifiche dell’uomo. La riduzione della coscienza alla certezza soggettiva significa nello stesso tempo la rinuncia alla verità. Quando il salmo, anticipando la visione di Gesù sul peccato e la giustizia, prega per la liberazione da colpe non consapevoli, esso attira l’attenzione su tale connessione. Certamente si deve seguire la coscienza erronea. Tuttavia quella rinuncia alla verità, che è avvenuta precedentemente e che ora prende la sua rivincita, è la vera colpa, una colpa che sulle prime culla l’uomo in una falsa sicurezza, ma poi lo abbandona in un deserto privo di sentieri.
2. NEWMAN E SOCRATE: GUIDE PER LA COSCIENZA
A questo punto vorrei fare una breve digressione. Prima di tentare di formulare risposte coerenti alle questioni sulla natura della coscienza, occorre che allarghiamo un po’ le basi della riflessione, al di là della dimensione personale da cui abbiamo preso l’avvio. Per la verità non ho l’intenzione di sviluppare qui una dotta trattazione sulla storia delle teorie della coscienza, argomento sul quale proprio di recente sono stati pubblicati diversi contributi. Preferirei invece mantenermi anche qui ad un approccio di tipo esemplaristico e, per così dire, narrativo. Un primo sguardo deve rivolgersi al cardinale Newman, la cui vita ed opera potrebbero ben essere designati come un unico grande commento al problema della coscienza. Ma neppure Newman potrà essere qui indagato in modo specialistico. In questa cornice non ci è permesso di soffermarci sulle particolarità del concetto newmaniano di coscienza. Vorrei solo cercare di indicare il posto dell’idea di coscienza nell’insieme della vita e del pensiero di Newman. Le prospettive così guadagnate approfondiranno lo sguardo sui problemi attuali e apriranno collegamenti con la storia, cioè condurranno ai grandi testimoni della coscienza e alle origini della dottrina cristiana sulla vita secondo la coscienza. A chi non viene in mente, a proposito del tema "Newman e la coscienza", la famosa frase della Lettera al Duca di Norfolk:
"Certamente se io dovessi portare la religione in un brindisi dopo un pranzo — cosa che non è molto indicato fare — allora io brinderei per il Papa. Ma prima per la coscienza e poi per il Papa"?
Secondo l’intenzione di Newman questo doveva essere — in contrasto con le affermazioni di Gladstone — una chiara confessione del papato, ma anche — contro le deformazioni "ultramontanistiche" — un’interpretazione del papato, il quale è rettamente inteso solo quando è visto insieme col primato della coscienza — dunque non ad essa contrapposto, ma piuttosto su di essa fondato e garantito. Comprendere ciò è difficile per l’uomo moderno, che pensa a partire dalla contrapposizione di autorità e soggettività. Per lui la coscienza sta dalla parte della soggettività ed è espressione della libertà del soggetto, mentre l’autorità sembra restringere, minacciare o addirittura negare tale libertà. Dobbiamo quindi andare un po’ più in profondità, per imparare a comprendere di nuovo una concezione, in cui questo tipo di contrapposizione non vale più.
Per Newman il termine medio che assicura la connessione tra i due elementi della coscienza e dell’autorità è la verità. Non esito ad affermare che quella di verità è l’idea centrale della concezione intellettuale di Newman; la coscienza occupa un posto centrale nel suo pensiero proprio perché al centro c’è la verità. In altre parole: la centralità del concetto di coscienza è in Newman legata alla precedente centralità del concetto di verità e può essere compresa solo a partire da questa. La presenza preponderante dell’idea di coscienza in Newman non significa che egli, nel XIX secolo e in contrasto con l’oggettivismo della neoscolastica abbia sostenuto per così dire una filosofia o teologia della soggettività. Certamente è vero che in Newman il soggetto trova un’attenzione che non aveva più ricevuto, nell’ambito della teologia cattolica, forse dal tempo di Sant’Agostino. Ma si tratta di un’attenzione nella linea di Agostino e non in quella della filosofia soggettivistica della modernità. In occasione della sua elevazione al cardinalato, Newman confessò che tutta la sua vita era stata una battaglia contro il liberalismo. Potremmo aggiungere: anche contro il soggettivismo nel cristianesimo, quale egli lo incontrò nel movimento evangelico del suo tempo e che, per la verità, costituì per lui la prima tappa di quel cammino di conversione che durò tutta la sua vita.
La coscienza non significa per Newman che il soggetto è il criterio decisivo di fronte alle pretese dell’autorità, in un mondo in cui la verità è assente e che si sostiene mediante il compromesso tra esigenze del soggetto ed esigenze dell’ordine sociale. Essa significa piuttosto la presenza percepibile ed imperiosa della voce della verità all’interno del soggetto stesso; la coscienza è il superamento della mera soggettività nell’incontro tra l’interiorità dell’uomo e la verità che proviene da Dio.
È significativo il verso, che Newman compose in Sicilia nel 1833: "Amavo scegliere e capire la mia strada. Ora invece prego: Signore, guidami tu!".
La conversione al cattolicesimo non fu per Newman una scelta determinata da gusto personale, da bisogni spirituali soggettivi. Così egli si espresse nel 1844, quando era ancora, per così dire, sulla soglia della conversione: "Nessuno può avere un’opinione più sfavorevole della mia sul presente stato dei romano-cattolici". Ciò che per Newman era invece importante era il dovere di obbedire più alla verità riconosciuta che al proprio gusto, addirittura anche in contrasto con i propri sentimenti e con i legami dell’amicizia e di una comune formazione. Mi sembra significativo che Newman, nella gerarchia delle virtù sottolinei il primato della verità sulla bontà o, per esprimerci più chiaramente: egli mette in risalto il primato della verità sul consenso, sulla capacità di accomodazione di gruppo. Direi quindi: quando parliamo di un uomo di coscienza, intendiamo qualcuno dotato di tali disposizioni interiori.
Un uomo di coscienza è uno che non compra mai, a prezzo della rinuncia alla verità, l’andar d’accordo, il benessere, il successo, la considerazione sociale e l’approvazione da parte dell’opinione dominante.
In questo Newman si ricollega all’altro grande testimone britannico della coscienza: Tommaso Moro, per il quale la coscienza non fu in alcun modo espressione di una sua testardaggine soggettiva o di eroismo caparbio. Egli stesso si pose nel numero di quei martiri angosciati, che solo dopo esitazioni e molte domande hanno costretto se stessi ad obbedire alla coscienza: ad obbedire a quella verità, che deve stare più in alto di qualsiasi istanza sociale e di qualsiasi forma di gusto personale. Si evidenziano così due criteri per discernere la presenza di un’autentica voce della coscienza: essa non coincide con i propri desideri e coi propri gusti; essa non si identifica con ciò che è socialmente più vantaggioso, col consenso di gruppo o con le esigenze del potere politico o sociale.
È utile, a questo punto, gettare uno sguardo alla problematica attuale. L’individuo non può pagare il suo avanzamento, il suo benessere, a prezzo di un tradimento della verità riconosciuta. Neppure l’umanità intera può farlo. Tocchiamo qui il punto veramente critico della modernità: l’idea di verità è stata nella pratica eliminata e sostituita con quella di progresso. Il progresso stesso "è" la verità. Tuttavia in quest’apparente esaltazione esso diventa privo di direzione e si vanifica da solo. Infatti, se non c’è nessuna direzione, tutto quanto può essere altrettanto bene progresso quanto regresso. La teoria della relatività formulata da Einstein concerne, come tale, il mondo fisico. A me sembra però che possa descrivere adeguatamente anche la situazione del mondo spirituale del nostro tempo. La teoria della relatività afferma che all’interno dell’universo non si dà nessun sistema fisso di riferimento. Quando poniamo un sistema come punto di riferimento, a partire dal quale cerchiamo di misurare il tutto, in realtà si tratta di una nostra decisione, motivata dal fatto che di fatto solo così noi possiamo giungere ad un qualche risultato. Tuttavia la decisione sarebbe potuta essere sempre anche diversa da quella che è stata. Quanto è stato detto a proposito del mondo fisico, riflette anche la seconda svolta "copernicana" verificatasi nel nostro atteggiamento fondamentale verso la realtà: la verità come tale, l’assoluto, il vero punto di riferimento del pensiero non è più visibile. Perciò, proprio anche dal punto di vista spirituale, non c’è più un sopra e un sotto. In un mondo senza punti fissi di riferimento non ci sono più direzioni. Ciò cui guardiamo come ad orientamento, non si basa su un criterio vero in se stesso, ma su una nostra decisione, ultimamente su considerazioni di utilità.
In un simile contesto "relativistico" un’etica teleologica o consequenzialistica diventa ultimamente nichilistica, anche se essa non ne ha la percezione. E quanto in questa concezione della realtà viene chiamato "coscienza", ad una più profonda riflessione, si mostra essere un modo eufemistico per dire che non c’è nessuna coscienza in senso proprio, cioè nessun "con-sapere" con la verità. Ognuno determina da solo i propri criteri e, nell’universale relatività, nessuno può neppure essere d’aiuto ad un altro in questo campo, e meno ancora prescrivergli qualche cosa.
A questo punto diventa chiara l’estrema radicalità dell’odierna disputa sull’etica e sul suo centro, la coscienza. Mi sembra che un parallelo adeguato nella storia del pensiero lo si possa trovare nella disputa tra Socrate-Platone e i Sofisti. In essa viene messa alla prova la decisione cruciale tra due atteggiamenti fondamentali: la fiducia nella possibilità per l’uomo di conoscere la verità, da una parte, e d’altra parte una visione del mondo in cui l’uomo da se stesso crea i criteri per la sua vita. Il fatto che Socrate, un pagano, sia potuto diventare in un certo senso il profeta di Gesù Cristo ha, secondo me, la sua giustificazione proprio in tale questione fondamentale. Ciò suppone che alla maniera di filosofare da lui ispirata sia stato concesso per così dire un privilegio storico salvifico e che essa sia stata resa forma adeguata per il Logos cristiano, in quanto si tratta di una liberazione mediante la verità e per la verità. Se si prescinde dalle contingenze storiche, in cui la controversia di Socrate si svolse, si riconosce subito quanto essa — pur con argomenti diversi e altra terminologia — riguardi in fondo la medesima questione di fronte a cui ci troviamo noi oggi. La rinuncia ad ammettere la possibilità per l’uomo di conoscere la verità conduce dapprima ad un uso puramente formalistico delle parole e dei concetti. A sua volta la perdita dei contenuti porta ad un mero formalismo dei giudizi, ieri come oggi.
In molti ambienti oggi non ci si chiede più che cosa un uomo pensi. Si ha già pronto un giudizio sul suo pensiero, nella misura in cui lo si può catalogare con una delle corrispondenti etichette formali: conservatore, reazionario, fondamentalista, progressista, rivoluzionario. La catalogazione in uno schema formale basta a rendere superfluo il confronto con i contenuti.
La stessa cosa si può vedere, in modo ancor più netto, nell’arte: ciò che un’opera d’arte esprime è del tutto indifferente; essa può esaltare Dio o il diavolo — l’unico criterio è la sua esecuzione tecnico-formale.
Abbiamo così raggiunto il punto veramente scottante della questione: quando i contenuti non contano più, quando ha il predominio una mera prassologia, la tecnica diventa il criterio supremo. Ma ciò significa: il potere diventa la categoria che domina ogni cosa — sia esso rivoluzionario o reazionario. Questa è precisamente la forma perversa della somiglianza con Dio, di cui parla il racconto del peccato originale: la strada di una mera capacità tecnica, la strada del puro potere è contraffazione di un idolo e non realizzazione della somiglianza con Dio. Lo specifico dell’uomo in quanto uomo consiste nel suo interrogarsi non sul "potere", ma sul "dovere", nel suo aprirsi alla voce della verità e delle sue esigenze. Questo fu, a mio parere, il contenuto ultimo della ricerca socratica e questo è anche il senso più profondo della testimonianza di tutti i martiri: essi attestano la capacità di verità dell’uomo quale limite di ogni potere e garanzia della sua somiglianza divina. È proprio in questo senso che i martiri sono i grandi testimoni della coscienza, della capacità concessa all’uomo di percepire, oltre al potere, anche il dovere e quindi di aprire la via al vero progresso, alla vera ascesa.
3. CONSEGUENZE SISTEMATICHE: I DUE LIVELLI DELLA COSCIENZA
A) ANAMNESIS
Dopo tutte queste scorribande attraverso la storia del pensiero è giunto il momento di tirare le somme, cioè di formulare un concetto di coscienza. La tradizione medioevale giustamente aveva individuato due livelli del concetto di coscienza, che si devono distinguere accuratamente, ma anche mettere sempre in rapporto l’uno con l’altro. Molte tesi inaccettabili sul problema della coscienza mi sembrano dipendere dal fatto che si è trascurata o la distinzione o la correlazione tra i due elementi. La corrente principale della scolastica ha espresso i due livelli della coscienza con i concetti di sinderesi e di coscienza. Il termine sinderesi (synteresis) confluì nella tradizione medioevale sulla coscienza dalla dottrina stoica del microcosmo. Rimase però non chiaro nel suo esatto significato e venne così a costituire un ostacolo per un accurato sviluppo della riflessione su questo aspetto essenziale della questione globale circa la coscienza. Vorrei quindi, pur senza entrare nel dibattito sulla storia del pensiero, sostituire questo termine problematico con il concetto platonico, molto più nettamente definito, di anamnesi, il quale ha il vantaggio non solo di essere linguisticamente più chiaro, più profondo e più puro, ma anche soprattutto di concordare con temi essenziali del pensiero biblico e con l’antropologia sviluppata a partire dalla Bibbia. Col termine anamnesi si deve qui intendere precisamente quanto Paolo, nel secondo capitolo della lettera ai Romani, così espresse: "Quando dunque i pagani, che non hanno la legge, per natura agiscono secondo la legge, essi, pur non avendo legge, sono legge a se stessi; essi dimostrano che quanto la legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza..." (2, 14s). La medesima idea si trova sviluppata in modo impressionante nella grande regola monastica di San Basilio. Lì possiamo leggere: "L’amore di Dio non dipende da una disciplina impostaci dall’esterno, ma è costitutivamente inscritto in noi come capacità e necessità della nostra natura razionale". Basilio, coniando un’espressione divenuta poi importante nella mistica medioevale, parla della "scintilla dell’amore divino, che è stata nascosta nel nostro intimo". Nello spirito della teologia giovannea egli sa che l’amore consiste nell’osservanza dei comandamenti, e che pertanto la scintilla dell’amore, infusa in noi dal Creatore, significa questo: "Abbiamo ricevuto interiormente un’originaria capacità e prontezza a compiere tutti i comandamenti divini... Essi non sono qualcosa che ci viene imposto dall’esterno". È la stessa idea che in proposito anche Sant’Agostino afferma, riconducendola al suo nucleo essenziale: "Nei nostri giudizi non ci sarebbe possibile dire che una cosa è meglio di un’altra se non fosse impressa in noi una conoscenza fondamentale del bene". Ciò significa che il primo, per così dire ontologico livello del fenomeno della coscienza consiste nel fatto che è stato infuso in noi qualcosa di simile ad una originaria memoria del bene e del vero (le due realtà coincidono); che c’è una tendenza intima dell’essere dell’uomo, fatto a immagine di Dio, verso quanto a Dio è conforme. Fin dalla sua radice l’essere dell’uomo avverte un’armonia con alcune cose e si trova in contraddizione con altre. Questa anamnesi dell’origine che deriva dal fatto che il nostro essere è costituito a somiglianza di Dio, non è un sapere già articolato concettualmente, uno scrigno di contenuti che aspetterebbero solo di venir richiamati fuori. Essa è, per così dire, un senso ulteriore, una capacità di riconoscimento, così che colui che ne viene interpellato, se non è interiormente ripiegato su se stesso, è capace di riconoscerne in sé l’eco. Egli se ne accorge: "Questo è ciò a cui mi inclina la mia natura e ciò che essa cerca!".
Su questa anamnesi del Creatore, che si identifica col fondamento stesso della nostra esistenza, si basa la possibilità e il diritto della missione. Il Vangelo può, anzi, dev’essere predicato ai pagani, perché essi stessi, nel loro intimo, lo attendono (cfr. Is 42,4). Infatti la missione si giustifica se i destinatari, nell’incontro con la parola del Vangelo, riconoscono: "Ecco, questo è proprio quello che io aspettavo". In tal senso Paolo può dire che i pagani sono legge a se stessi — non nel senso dell’idea moderna e liberalistica di autonomia, che preclude ogni trascendenza del soggetto, ma nel senso molto più profondo che nulla mi appartiene così poco quanto il mio stesso io, che il mio io personale è il luogo del più profondo superamento di me stesso e del contatto con ciò da cui provengo e verso cui sono diretto. In queste frasi Paolo esprime l’esperienza che aveva fatto in prima persona come missionario tra i pagani e che già prima Israele dovette sperimentare nel rapporto con i cosiddetti "timorati di Dio". Israele aveva potuto far esperienza nel mondo pagano di ciò che gli annunciatori di Gesù Cristo trovarono nuovamente confermato: la loro predicazione rispondeva ad una attesa. Essa veniva incontro ad un’antecedente conoscenza fondamentale circa gli elementi costanti essenziali della volontà di Dio, che furono espressi per iscritto nei comandamenti, ma che è possibile ritrovare in tutte le culture e che possono essere spiegati tanto più chiaramente quanto meno un arbitrario potere culturale interviene a distorcere questa conoscenza primordiale. Quanto più l’uomo vive nel "timor di Dio" — si confronti la storia di Cornelio — tanto più concretamente e chiaramente efficace diventa questa anamnesi.
Prendiamo in considerazione ancora un’idea di San Basilio: l’amore di Dio, che si concretizza nei comandamenti, non ci viene imposto dall’esterno — sottolinea questo Padre della Chiesa —, ma viene infuso in noi precedentemente. Il senso del bene è stato impresso in noi, dichiara Agostino. A partire da ciò siamo ora in grado di comprendere correttamente il brindisi di Newman prima per la coscienza e solo dopo per il Papa.
Il Papa non può imporre ai fedeli cattolici dei comandamenti, solo perché egli lo vuole o perché lo ritiene utile. Una simile concezione moderna e volontaristica dell’autorità può soltanto deformare l’autentico significato teologico del papato.
Così la vera natura del ministero di Pietro è diventata del tutto incomprensibile nell’epoca moderna precisamente perché in questo orizzonte mentale si può pensare all’autorità solo con categorie che non consentono più alcun ponte tra soggetto e oggetto. Pertanto tutto ciò che non proviene dal soggetto può essere solo una determinazione imposta dall’esterno. Ma le cose si presentano del tutto diverse a partire da un’antropologia della coscienza, quale abbiamo cercato di delineare a poco a poco in queste riflessioni. L’anamnesi infusa nel nostro essere ha bisogno, per così dire, di un aiuto dall’esterno per diventare cosciente di sé. Ma questo "dal di fuori" non è affatto qualcosa di contrapposto, anzi è piuttosto qualcosa di ordinato ad essa: esso ha una funzione maieutica, non le impone niente dal di fuori, ma porta a compimento quanto è proprio dell’anamnesi, cioè la sua interiore specifica apertura alla verità. Quando si parla della fede e della Chiesa, il cui raggio a partire dal Logos redentore si estende oltre il dono della creazione, dobbiamo tuttavia tener conto di una dimensione ancor più vasta, che è sviluppata soprattutto nella letteratura giovannea. Giovanni conosce la anamnesi del nuovo "noi", a cui partecipiamo mediante l’incorporazione in Cristo (un solo corpo: cioè un unico io con lui). In diversi passi del Vangelo si trova che essi compresero mediante un atto della memoria. L’incontro originale con Gesù ha offerto ai discepoli ciò che ora tutte le generazioni ricevono mediante il loro incontro fondamentale col Signore nel battesimo e nell’eucaristia: la nuova anamnesi della fede, che, analogamente all’anamnesi della creazione, si sviluppa in un dialogo permanente tra l’interiorità e l’esteriorità.
In contrasto con la pretesa dei dottori gnostici, i quali volevano convincere i fedeli che la loro fede ingenua avrebbe dovuto essere compresa e applicata in modo totalmente diverso, Giovanni poté affermare: "Voi non avete bisogno di una simile istruzione, dal momento che, come unti (battezzati), voi conoscete ogni cosa" (cfr. 1 Gv 2, 20.27). Ciò non significa che i credenti possiedano una fattuale onniscienza, ma indica piuttosto la certezza della memoria cristiana. Essa naturalmente impara di continuo, ma a partire dalla sua identità sacramentale, e operando così interiormente un discernimento tra quanto è uno sviluppo della memoria e quanto è una sua distruzione o una sua falsificazione.
Oggi noi, proprio nella crisi attuale della Chiesa, stiamo sperimentando in modo nuovo la forza di questa memoria e la verità della parola apostolica: più delle direttive della gerarchia è la capacità di orientamento della memoria della fede semplice che porta al discernimento degli spiriti. Solo in tale contesto si può comprendere correttamente il primato del Papa e la sua correlazione con la coscienza cristiana.
Il significato autentico dell’autorità dottrinale del Papa consiste nel fatto che egli è il garante della memoria cristiana. Il Papa non impone dall’esterno, ma sviluppa la memoria cristiana e la difende. Per questo il brindisi per la coscienza deve precedere quello per il Papa, perché senza coscienza non ci sarebbe nessun papato.
Tutto il potere che egli ha è potere della coscienza: servizio al duplice ricordo, su cui si basa la fede e che dev’essere continuamente purificata, ampliata e difesa contro le forme di distruzione della memoria, la quale è minacciata tanto da una soggettività dimentica del proprio fondamento, quanto dalle pressioni di un conformismo sociale e culturale.
B) CONSCIENTIA
Dopo queste considerazioni sul primo livello — essenzialmente ontologico — del concetto di coscienza, dobbiamo ora rivolgerci alla sua seconda dimensione, il livello del giudicare e del decidere, che nella tradizione medioevale venne designato con l’unico termine di coscientia — coscienza. Presumibilmente questa tradizione terminologica ha contribuito non poco al moderno restringimento del concetto di coscienza. Dal momento che San Tommaso, per esempio, chiama col termine "conscientia" solo questo secondo livello, è coerente dal suo punto di vista che la coscienza non sia nessun "habitus", cioè nessuna stabile qualità inerente all’essere dell’uomo, ma piuttosto un "actus", un evento che si compie. Naturalmente Tommaso presuppone come dato il fondamento ontologico dell’anamnesi (synteresis); egli descrive quest’ultima come un’intima ripugnanza verso il male e un’intima attrazione verso il bene. L’atto della coscienza applica questa conoscenza basilare alle singole situazioni. Secondo San Tommaso esso si suddivide in tre elementi: riconoscere (recognoscere), rendere testimonianza (testificari) ed infine giudicare (iudicare). Si potrebbe parlare di interazione tra una funzione di controllo e una funzione di decisione. A partire dalla tradizione aristotelica Tommaso concepisce questo processo secondo il modello di un ragionamento deduttivo, di tipo sillogistico. Tuttavia egli segnala con forza la specificità di questa conoscenza delle azioni morali, le cui conclusioni non derivano solo da mera conoscenza o ragionamenti. In questo ambito se una cosa è riconosciuta o non riconosciuta dipende sempre anche dalla volontà, che sbarra la strada al riconoscimento oppure vi conduce. Ciò dipende dunque da un’impronta morale già data, che può venir quindi o ulteriormente deformata o maggiormente purificata. Su questo piano, il piano del giudicare (quello della conscientia in senso stretto) vale il principio che anche la coscienza erronea obbliga. Quest’affermazione è pienamente intellegibile nella tradizione di pensiero della scolastica. Nessuno può agire contro le sue convinzioni, come già San Paolo aveva detto (Rm 14, 23). Tuttavia il fatto che la convinzione acquisita sia ovviamente obbligatoria nel momento in cui si agisce, non significa nessuna canonizzazione della soggettività. Non è mai una colpa seguire le convinzioni che ci si è formate, anzi uno deve seguirle. Ma non di meno può essere una colpa che uno sia arrivato a formarsi convinzioni tanto sbagliate e che abbia calpestato la repulsione verso di esse, che avverte la memoria del suo essere. La colpa quindi si trova altrove, più in profondità: non nell’atto del momento, non nel presente giudizio della coscienza, ma in quella trascuratezza verso il mio stesso essere, che mi ha reso sordo alla voce della verità e ai suoi suggerimenti interiori. Per questo motivo, anche i criminali che agiscono con convinzione rimangono colpevoli. Questi esempi macroscopici non devono servire a tranquillizzarci nei nostri confronti, ma piuttosto risvegliarci e farci prendere sul serio la gravità della supplica: "liberami dalle colpe che non vedo" (Sal 19, 13).
EPILOGO: COSCIENZA E GRAZIA
A conclusione del nostro cammino rimane ancora aperta la questione dalla quale siamo partiti: la verità, almeno così come la fede della Chiesa ce la presenta, non è forse troppo alta e troppo difficile per l’uomo? Dopo tutte le considerazioni che siamo venuti facendo possiamo ora rispondere: certo, la via alta ed ardua che conduce alla verità e al bene non è una via comoda. Essa sfida l’uomo. Ma il rimanere tranquillamente chiusi in se stessi non libera; anzi, così facendo ci si deforma e ci si perde. Scalando le altezze del bene, l’uomo scopre sempre più la bellezza, che c’è nell’ardua fatica della verità, e scopre anche che proprio in essa sta per lui la redenzione.
Ma con questo non tutto è stato ancora detto. Noi dissolveremmo il cristianesimo in un moralismo se non fosse chiaro un annuncio, che supera il nostro proprio fare. Senza dover spendere troppe parole, ciò può diventar evidente in un’immagine tratta dal mondo greco, in cui possiamo notare nello stesso tempo come l’anamnesi del Creatore si protenda in noi verso il Redentore e come ogni uomo possa riconoscerlo come Redentore, dal momento che egli risponde alle nostre più intime attese. Mi riferisco alla storia dell’espiazione del matricidio di Oreste. Questi commise l’omicidio come un atto conforme alla sua coscienza, fatto che il linguaggio mitologico descrive come obbedienza all’ordine del dio Apollo. Ma ora viene perseguitato dalle Erinni, che sono pure da vedere come personificazione mitologica della coscienza, che dalla memoria profonda, straziandolo, gli rimprovera che la sua decisione di coscienza, la sua obbedienza al "comando divino" era in realtà colpevole. Tutta la tragicità della condizione umana emerge in questa lotta tra gli "dei", in questo conflitto intimo della coscienza. Nel tribunale sacro, la pietra bianca del voto di Atena porta ad Oreste l’assoluzione, la purificazione, in forza della quale le Erinni si trasformano in Eumenidi, in spiriti della riconciliazione.
In questo mito è rappresentato qualcosa di più del superamento del sistema della vendetta del sangue in favore di un ordinamento giuridico giusto della comunità. Così Hans Urs von Balthasar ha espresso questo qualcosa di più: "...la grazia rappacificante è per lui sempre ristabilimento comune della giustizia, non quella dell’antico tempo privo di grazia delle Erinni, ma quella di un diritto pieno di grazia".
In questo mito percepiamo la voce nostalgica che la sentenza di colpevolezza obiettivamente giusta della coscienza e la pena interiormente lacerante che ne deriva non siano l’ultima parola, ma che ci sia un potere della grazia, una forza di espiazione, che possa cancellare la colpa e rendere la verità finalmente liberante. Si tratta della nostalgia che la verità non si limiti solo ad interpellarci in modo esigente, ma anche ci trasformi mediante l’espiazione e il perdono. Attraverso di essi — come dice Eschilo — "la colpa è lavata via" e il nostro stesso essere è trasformato dall’interno, al di là delle nostre capacità.
Ora questa è proprio la novità specifica del cristianesimo: il Logos, la Verità in persona, è nello stesso tempo anche la riconciliazione, il perdono che trasforma oltre tutte le nostre capacità e incapacità personali. In ciò consiste la vera novità, su cui si fonda la più grande memoria cristiana, la quale è nello stesso tempo anche la risposta più profonda a ciò che l’anamnesi del Creatore attende in noi.
Laddove questo centro del messaggio cristiano non viene sufficientemente proclamato o percepito, là la verità si trasforma di fatto in un giogo, che risulta troppo pesante per le nostre spalle e dal quale dobbiamo cercare di liberarci. Ma la libertà ottenuta in tal modo è vuota. Essa ci porta nella terra desolata del nulla e così si distrugge da sola. Il giogo della verità è divenuto "leggero" (Mt 11, 30), quando la Verità è venuta, ci ha amato ed ha bruciato le nostre colpe nel suo amore. Solo quando noi conosciamo e sperimentiamo interiormente tutto ciò, diventiamo liberi di ascoltare con gioia e senza ansia il messaggio della coscienza.
© Copyright "Il Sabato", 16 marzo 1991
Il Signore mi chiama a "salire sul monte", a dedicarmi ancora di più alla preghiera... (Benedetto XVI, 24 febbraio 2013)
mercoledì 3 aprile 2013
L'importanza della predicazione e delle encicliche di Benedetto e Giovanni Paolo II nella formazione dei cattolici francesi impegnati nella difesa del matrimonio
Clicca qui per leggere il commento segnalatoci da Anna.
Benedetto XVI e la musica. La grazia di Dio nelle note di Mozart (Maniaci)
Clicca qui per leggere l'articolo segnalatoci da Eufemia.
«Luoghi dell'infinito» celebra l'amore di Benedetto XVI per la bellezza (Scaraffia)
«Luoghi dell'infinito» celebra l'amore di Benedetto XVI per la bellezza e l'elezione di Papa Francesco
Arte e speranza sono parenti strette
di Lucetta Scaraffia
Ogni numero della rivista «Luoghi dell'infinito», mensile del quotidiano «Avvenire», è una gioia per gli occhi e un inno alla bellezza, esempio di raffinatezza semplice che arriva a tutti ed è rara a realizzarsi. L'ultimo numero, quello di aprile, ha l'eleganza e la generosità di celebrare l'amore di Benedetto XVI per la bellezza, con la gratitudine di chi sa che, grazie alle sue parole, molti fedeli hanno capito meglio il significato spirituale delle opere d'arte sacra, dalla pittura alla musica e all'architettura.
A Benedetto dedica un componimento poetico Massimo Lippi, che in una spiegazione lo tratteggia come «obbediente amico di Gesù» e «creatura profondamente umile e nobile», mentre rievoca suggestivamente l'attesa della fumata bianca e le prime ore di Papa Francesco in un altro breve scritto: «In questa prima notte di pontificato, quando le stelle si sono sciolte in un pianto salutare, lo Spirito Santo era palpabile in piazza San Pietro, là dove si è percepito un alito misterioso di soave bontà».
Nell'articolo di apertura il coordinatore Giovanni Gazzaneo osserva che in Benedetto «l'amore per la ragione che indaga gli orizzonti ultimi è tutt'uno con l'amore per la musica, in particolare per Bach, e per le arti». La Chiesa alla quale egli pensa è quella in grado di «umanizzare» il mondo. Per questo essa deve essere «una casa del bello» e impegnarsi affinché «ciò che è adatto sia anche bello e degno della più importante azione ecclesiale in cui viene usato». Perché l'arte sola è capace di toccarci nell'intimo, di spezzare le catene degli slogan e delle mode e, soprattutto «di scoprire l'anima, quel filo sottile che lega il nostro cuore al cuore di Dio».
Tornano qui le parole di Ratzinger cardinale, che sottolinea come la bellezza sia soprattutto una via di speranza: «L'arte musicale è chiamata, in modo singolare, a infondere speranza nell'animo umano, così segnato e talvolta ferito dalla condizione terrena. Vi è una misteriosa e profonda parentela tra musica e speranza, tra canto e vita eterna: non per nulla la tradizione cristiana raffigura gli spiriti beati nell'atto di cantare in coro, rapiti ed estasiati dalla bellezza di Dio».
Nel discorso tenuto da Benedetto XVI durante l'incontro con gli artisti -- avvenuto nella Cappella Sistina il 21 novembre 2009, e integralmente riportato nella rivista -- il Papa ricordava il Beato Angelico, proclamato patrono degli artisti dal suo predecessore. Quel pittore che dipingeva per Dio e non per gli uomini, come deduciamo dal fatto che nelle sue opere anche la realizzazione delle parti più lontane e alte, quelle che l'occhio umano vede a stento e solo da lontano, è compiuta alla perfezione, per gloria del suo spettatore più importante, il vero destinatario del suo lavoro, il Signore. Perché il pittore mistico sapeva quello che secoli dopo scriverà Simone Weil, citata da Benedetto XVI: «In tutto quel che suscita in noi il sentimento puro e autentico del bello, c'è realmente la presenza di Dio».
(©L'Osservatore Romano 3 aprile 2013)
Arte e speranza sono parenti strette
di Lucetta Scaraffia
Ogni numero della rivista «Luoghi dell'infinito», mensile del quotidiano «Avvenire», è una gioia per gli occhi e un inno alla bellezza, esempio di raffinatezza semplice che arriva a tutti ed è rara a realizzarsi. L'ultimo numero, quello di aprile, ha l'eleganza e la generosità di celebrare l'amore di Benedetto XVI per la bellezza, con la gratitudine di chi sa che, grazie alle sue parole, molti fedeli hanno capito meglio il significato spirituale delle opere d'arte sacra, dalla pittura alla musica e all'architettura.
A Benedetto dedica un componimento poetico Massimo Lippi, che in una spiegazione lo tratteggia come «obbediente amico di Gesù» e «creatura profondamente umile e nobile», mentre rievoca suggestivamente l'attesa della fumata bianca e le prime ore di Papa Francesco in un altro breve scritto: «In questa prima notte di pontificato, quando le stelle si sono sciolte in un pianto salutare, lo Spirito Santo era palpabile in piazza San Pietro, là dove si è percepito un alito misterioso di soave bontà».
Nell'articolo di apertura il coordinatore Giovanni Gazzaneo osserva che in Benedetto «l'amore per la ragione che indaga gli orizzonti ultimi è tutt'uno con l'amore per la musica, in particolare per Bach, e per le arti». La Chiesa alla quale egli pensa è quella in grado di «umanizzare» il mondo. Per questo essa deve essere «una casa del bello» e impegnarsi affinché «ciò che è adatto sia anche bello e degno della più importante azione ecclesiale in cui viene usato». Perché l'arte sola è capace di toccarci nell'intimo, di spezzare le catene degli slogan e delle mode e, soprattutto «di scoprire l'anima, quel filo sottile che lega il nostro cuore al cuore di Dio».
Tornano qui le parole di Ratzinger cardinale, che sottolinea come la bellezza sia soprattutto una via di speranza: «L'arte musicale è chiamata, in modo singolare, a infondere speranza nell'animo umano, così segnato e talvolta ferito dalla condizione terrena. Vi è una misteriosa e profonda parentela tra musica e speranza, tra canto e vita eterna: non per nulla la tradizione cristiana raffigura gli spiriti beati nell'atto di cantare in coro, rapiti ed estasiati dalla bellezza di Dio».
Nel discorso tenuto da Benedetto XVI durante l'incontro con gli artisti -- avvenuto nella Cappella Sistina il 21 novembre 2009, e integralmente riportato nella rivista -- il Papa ricordava il Beato Angelico, proclamato patrono degli artisti dal suo predecessore. Quel pittore che dipingeva per Dio e non per gli uomini, come deduciamo dal fatto che nelle sue opere anche la realizzazione delle parti più lontane e alte, quelle che l'occhio umano vede a stento e solo da lontano, è compiuta alla perfezione, per gloria del suo spettatore più importante, il vero destinatario del suo lavoro, il Signore. Perché il pittore mistico sapeva quello che secoli dopo scriverà Simone Weil, citata da Benedetto XVI: «In tutto quel che suscita in noi il sentimento puro e autentico del bello, c'è realmente la presenza di Dio».
(©L'Osservatore Romano 3 aprile 2013)
martedì 2 aprile 2013
Benedetto XVI: "Liberata dal suo fardello materiale e politico, la Chiesa può dedicarsi meglio e in modo veramente cristiano al mondo intero, può essere veramente aperta al mondo. Può nuovamente vivere con più scioltezza la sua chiamata al ministero dell’adorazione di Dio e al servizio del prossimo"
Rileggiamo alcuni brani dello storico discorso pronunciato da Benedetto XVI a Friburgo ai cattolici impegnati nella Chiesa e nella società:
Alla beata Madre Teresa fu richiesto una volta di dire quale fosse, secondo lei, la prima cosa da cambiare nella Chiesa. La sua risposta fu: Lei ed io!
Questo piccolo episodio ci rende evidenti due cose: da un lato, la religiosa intende dire all’interlocutore che la Chiesa non sono soltanto gli altri, non soltanto la gerarchia, il Papa e i Vescovi: Chiesa siamo tutti noi, i battezzati.
Per compiere la sua missione, essa prenderà continuamente le distanze dal suo ambiente, deve, per così dire, essere “demondanizzata”.
La missione della Chiesa, infatti, deriva dal mistero del Dio uno e trino, dal mistero del suo amore creatore. L’amore non è soltanto presente in qualche modo in Dio: Egli stesso, per sua natura, è amore.
La fede cristiana sa che Dio ha collocato l’uomo in una libertà, in cui egli può veramente essere un “partner” ed entrare in uno scambio con Dio. Al tempo stesso, l’uomo è ben consapevole che tale scambio è possibile soltanto grazie alla generosità di Dio che accetta la povertà del mendicante come ricchezza, per rendere sopportabile il dono divino, che l’uomo non può ricambiare con nulla di equivalente.
Anche la Chiesa deve se stessa totalmente a questo scambio disuguale. Non possiede niente di autonomo di fronte a Colui che l’ha fondata. Essa trova il suo senso esclusivamente nell’impegno di essere strumento della redenzione, di pervadere il mondo con la parola di Dio e di trasformare il mondo introducendolo nell’unione d’amore con Dio. La Chiesa s’immerge totalmente nell’attenzione condiscendente del Redentore verso gli uomini. Essa stessa è sempre in movimento, deve continuamente mettersi al servizio della missione, che ha ricevuto dal Signore. La Chiesa deve sempre di nuovo aprirsi alle preoccupazioni del mondo e dedicarsi senza riserve ad esse, per continuare e rendere presente lo scambio sacro che ha preso inizio con l’Incarnazione.
Nello sviluppo storico della Chiesa si manifesta, però, anche una tendenza contraria: quella cioè di una Chiesa che si accomoda in questo mondo, diventa autosufficiente e si adatta ai criteri del mondo. Essa dà così all’organizzazione e all’istituzionalizzazione un’importanza maggiore che non alla sua chiamata all’apertura.
Per corrispondere al suo vero compito, la Chiesa deve sempre di nuovo fare lo sforzo di distaccarsi dalla mondanità del mondo. Con ciò essa segue le parole di Gesù: “Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo” (Gv 17,16).
In un certo senso, la storia viene in aiuto alla Chiesa attraverso le diverse epoche di secolarizzazione, che hanno contribuito in modo essenziale alla sua purificazione e riforma interiore.
Le secolarizzazioni infatti – fossero esse l’espropriazione di beni della Chiesa o la cancellazione di privilegi o cose simili – significarono ogni volta una profonda liberazione della Chiesa da forme di mondanità: essa si spogliava, per così dire, della sua ricchezza terrena e tornava ad abbracciare pienamente la sua povertà terrena.
Gli esempi storici mostrano che la testimonianza missionaria di una Chiesa “demondanizzata” emerge in modo più chiaro. Liberata dal suo fardello materiale e politico, la Chiesa può dedicarsi meglio e in modo veramente cristiano al mondo intero, può essere veramente aperta al mondo. Può nuovamente vivere con più scioltezza la sua chiamata al ministero dell’adorazione di Dio e al servizio del prossimo.
Il compito missionario, che è legato all’adorazione cristiana e dovrebbe determinare la struttura della Chiesa, si rende visibile in modo più chiaro.
La Chiesa si apre al mondo, non per ottenere l’adesione degli uomini per un’istituzione con le proprie pretese di potere, bensì per farli rientrare in se stessi e così condurli a Colui del quale ogni persona può dire con Agostino: Egli è più intimo a me di me stesso (cfr Conf. 3,6,11). Egli, che è infinitamente al di sopra di me, è tuttavia talmente in me stesso da essere la mia vera interiorità.
Mediante questo stile di apertura della Chiesa verso il mondo è, insieme, tracciata anche la forma in cui l’apertura al mondo da parte del singolo cristiano può realizzarsi in modo efficace e adeguato.
Non si tratta qui di trovare una nuova tattica per rilanciare la Chiesa. Si tratta piuttosto di deporre tutto ciò che è soltanto tattica e di cercare la piena sincerità, che non trascura né reprime alcunché della verità del nostro oggi, ma realizza la fede pienamente nell’oggi vivendola, appunto, totalmente nella sobrietà dell’oggi, portandola alla sua piena identità, togliendo da essa ciò che solo apparentemente è fede, ma in verità sono convenzioni ed abitudini.
“La carità non è per la Chiesa una specie di attività di assistenza sociale che si potrebbe anche lasciare ad altri, ma appartiene alla sua natura, è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza” (Lettera enciclica Deus caritas est, 25).
Essere aperti alle vicende del mondo significa quindi, per la Chiesa “demondanizzata”, testimoniare, secondo il Vangelo, con parole ed opere qui ed oggi la signoria dell’amore di Dio. E questo compito, inoltre, rimanda al di là del mondo presente: la vita presente, infatti, include il legame con la vita eterna.
Viviamo come singoli e come comunità della Chiesa la semplicità di un grande amore che, nel mondo, è insieme la cosa più facile e più difficile, perché esige nulla di più e nulla di meno che il donare se stessi.
INCONTRO CON CATTOLICI IMPEGNATI NELLA CHIESA E NELLA SOCIETÀ, AL KONZERTHAUS DI FREIBURG IM BREISGAU: TESTO INTEGRALE
Alla beata Madre Teresa fu richiesto una volta di dire quale fosse, secondo lei, la prima cosa da cambiare nella Chiesa. La sua risposta fu: Lei ed io!
Questo piccolo episodio ci rende evidenti due cose: da un lato, la religiosa intende dire all’interlocutore che la Chiesa non sono soltanto gli altri, non soltanto la gerarchia, il Papa e i Vescovi: Chiesa siamo tutti noi, i battezzati.
Per compiere la sua missione, essa prenderà continuamente le distanze dal suo ambiente, deve, per così dire, essere “demondanizzata”.
La missione della Chiesa, infatti, deriva dal mistero del Dio uno e trino, dal mistero del suo amore creatore. L’amore non è soltanto presente in qualche modo in Dio: Egli stesso, per sua natura, è amore.
La fede cristiana sa che Dio ha collocato l’uomo in una libertà, in cui egli può veramente essere un “partner” ed entrare in uno scambio con Dio. Al tempo stesso, l’uomo è ben consapevole che tale scambio è possibile soltanto grazie alla generosità di Dio che accetta la povertà del mendicante come ricchezza, per rendere sopportabile il dono divino, che l’uomo non può ricambiare con nulla di equivalente.
Anche la Chiesa deve se stessa totalmente a questo scambio disuguale. Non possiede niente di autonomo di fronte a Colui che l’ha fondata. Essa trova il suo senso esclusivamente nell’impegno di essere strumento della redenzione, di pervadere il mondo con la parola di Dio e di trasformare il mondo introducendolo nell’unione d’amore con Dio. La Chiesa s’immerge totalmente nell’attenzione condiscendente del Redentore verso gli uomini. Essa stessa è sempre in movimento, deve continuamente mettersi al servizio della missione, che ha ricevuto dal Signore. La Chiesa deve sempre di nuovo aprirsi alle preoccupazioni del mondo e dedicarsi senza riserve ad esse, per continuare e rendere presente lo scambio sacro che ha preso inizio con l’Incarnazione.
Nello sviluppo storico della Chiesa si manifesta, però, anche una tendenza contraria: quella cioè di una Chiesa che si accomoda in questo mondo, diventa autosufficiente e si adatta ai criteri del mondo. Essa dà così all’organizzazione e all’istituzionalizzazione un’importanza maggiore che non alla sua chiamata all’apertura.
Per corrispondere al suo vero compito, la Chiesa deve sempre di nuovo fare lo sforzo di distaccarsi dalla mondanità del mondo. Con ciò essa segue le parole di Gesù: “Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo” (Gv 17,16).
In un certo senso, la storia viene in aiuto alla Chiesa attraverso le diverse epoche di secolarizzazione, che hanno contribuito in modo essenziale alla sua purificazione e riforma interiore.
Le secolarizzazioni infatti – fossero esse l’espropriazione di beni della Chiesa o la cancellazione di privilegi o cose simili – significarono ogni volta una profonda liberazione della Chiesa da forme di mondanità: essa si spogliava, per così dire, della sua ricchezza terrena e tornava ad abbracciare pienamente la sua povertà terrena.
Gli esempi storici mostrano che la testimonianza missionaria di una Chiesa “demondanizzata” emerge in modo più chiaro. Liberata dal suo fardello materiale e politico, la Chiesa può dedicarsi meglio e in modo veramente cristiano al mondo intero, può essere veramente aperta al mondo. Può nuovamente vivere con più scioltezza la sua chiamata al ministero dell’adorazione di Dio e al servizio del prossimo.
Il compito missionario, che è legato all’adorazione cristiana e dovrebbe determinare la struttura della Chiesa, si rende visibile in modo più chiaro.
La Chiesa si apre al mondo, non per ottenere l’adesione degli uomini per un’istituzione con le proprie pretese di potere, bensì per farli rientrare in se stessi e così condurli a Colui del quale ogni persona può dire con Agostino: Egli è più intimo a me di me stesso (cfr Conf. 3,6,11). Egli, che è infinitamente al di sopra di me, è tuttavia talmente in me stesso da essere la mia vera interiorità.
Mediante questo stile di apertura della Chiesa verso il mondo è, insieme, tracciata anche la forma in cui l’apertura al mondo da parte del singolo cristiano può realizzarsi in modo efficace e adeguato.
Non si tratta qui di trovare una nuova tattica per rilanciare la Chiesa. Si tratta piuttosto di deporre tutto ciò che è soltanto tattica e di cercare la piena sincerità, che non trascura né reprime alcunché della verità del nostro oggi, ma realizza la fede pienamente nell’oggi vivendola, appunto, totalmente nella sobrietà dell’oggi, portandola alla sua piena identità, togliendo da essa ciò che solo apparentemente è fede, ma in verità sono convenzioni ed abitudini.
“La carità non è per la Chiesa una specie di attività di assistenza sociale che si potrebbe anche lasciare ad altri, ma appartiene alla sua natura, è espressione irrinunciabile della sua stessa essenza” (Lettera enciclica Deus caritas est, 25).
Essere aperti alle vicende del mondo significa quindi, per la Chiesa “demondanizzata”, testimoniare, secondo il Vangelo, con parole ed opere qui ed oggi la signoria dell’amore di Dio. E questo compito, inoltre, rimanda al di là del mondo presente: la vita presente, infatti, include il legame con la vita eterna.
Viviamo come singoli e come comunità della Chiesa la semplicità di un grande amore che, nel mondo, è insieme la cosa più facile e più difficile, perché esige nulla di più e nulla di meno che il donare se stessi.
INCONTRO CON CATTOLICI IMPEGNATI NELLA CHIESA E NELLA SOCIETÀ, AL KONZERTHAUS DI FREIBURG IM BREISGAU: TESTO INTEGRALE
Secondo Rodari Benedetto XVI si preparerebbe a riprendere il ruolo di consulente teologico. Una sorta di "Ratzinger di Bergoglio"?
Clicca qui per leggere l'articolo segnalatoci da Gemma ed Eufemia.
Chissa'...non so che cosa augurarmi e soprattutto che cosa augurare a Benedetto XVI. Non vorrei che diventasse ancora una volta il comodo parafulmine di tutti e per tutti. Dopo essere stato il Ratzinger-cireneo di Wojtyla ed il "Ratzinger di Ratzinger" non sarebbe auspicabile vederlo trasformarsi nel Ratzinger-cireneo di Bergoglio.
Gli artisti e la fede. Califano "innamorato" di Ratzinger e la "carezza di Gesù" di Jannacci
In questi giorni ci hanno lasciato due grandi artisti italiani: il romano Califano ed il milanese Jannacci.
Entrambi avevano una grande fede che si esprimeva in modi diversi: più sanguigna quella di Califano, più introversa quella di Jannacci.
Propongo questa riflessione di Pianta sul romano e questo commento di Socci sul milanese.
Anche se i telegiornali fanno a gara per occultare la notizia mi ha colpito molto che Califano sia stato sepolto con una foto di Benedetto XVI, il "suo" amatissimo Papa, che l'ha ricondotto alla fede.
Grazie a Gemma per le segnalazioni :-)
Anselmo intervista il neodirettore del SIR, Delle Foglie, su Francesco e Benedetto
Clicca qui per leggere l'intervista segnalataci da Alessia.
Benedetto XVI, Doninelli: Non ho mai visto uno sguardo così lieto e fiducioso. Quest’uomo dall’intelligenza impareggiabile affidava come un bambino a Cristo tutti gli istanti della sua vita
NASCE UN NUOVO SPAZIO: IL BLOG DI RAFFAELLA :-)
NON HO MAI VISTO UNO SGUARDO COSI' LIETO
Luca Doninelli
BENEDETTO XVI
Gli avvenimenti hanno il potere di riaccendere la memoria, illuminando di senso particolari che erano rimasti nascosti, quasi dimenticati. Anche noi siamo come quei ricordi: quasi non esistiamo finché Qualcosa viene a illuminarci, a darci senso.
Quattro luglio 2011.
Due anni dopo il famoso incontro nella Cappella Sistina, con alcuni artisti ero stato invitato a celebrare con un dono personale gli ottantacinque anni di Benedetto XVI, in Vaticano. Era una giornata torrida e io sudavo nel mio abito grigio.
Il Papa tardava a giungere: un problema improvviso, enorme, rispetto al quale il nostro piccolo raduno era pressoché niente, lo aveva costretto a un lavoro supplementare.
Giunse chiedendoci scusa per il ritardo. Sorrideva, disse di essere felice di trovarsi lì, con noi. Intanto erano circolate voci circa la causa di quel ritardo, e io mi stupii all’idea che, dopo quel momento che doveva essere stato per lui molto complicato, potesse con tanta semplicità e letizia donarsi a noi.
Invece si interessò a ciascuno, rivolse domande a tutti. Quando me lo trovai davanti, gli chiesi in ginocchio di pregare per il mio amico Emanuele, che era molto malato. Lui si fece ripetere il nome per ricordarlo bene e mi assicurò la sua preghiera.
Non ho mai visto uno sguardo così lieto e fiducioso. Quest’uomo dall’intelligenza impareggiabile affidava come un bambino a Cristo tutti gli istanti della sua vita. Oggi non posso non pensare a quello sguardo, a quella luce. E anche se, sicuramente, un’ombra tragica grava sul cammino della Chiesa, non posso disgiungere la sua libera decisione da quello sguardo.
Dio può metterci alla prova anche con il Suo silenzio, dice quello sguardo, ma non ci abbandona, e non abbandona la Sua Chiesa, nemmeno per un istante. Questo abisso di fiducia e di positività è stato il suo grande dono di quel giorno, per tutti i giorni.
© Copyright Tracce, marzo 2013
NON HO MAI VISTO UNO SGUARDO COSI' LIETO
Luca Doninelli
BENEDETTO XVI
Gli avvenimenti hanno il potere di riaccendere la memoria, illuminando di senso particolari che erano rimasti nascosti, quasi dimenticati. Anche noi siamo come quei ricordi: quasi non esistiamo finché Qualcosa viene a illuminarci, a darci senso.
Quattro luglio 2011.
Due anni dopo il famoso incontro nella Cappella Sistina, con alcuni artisti ero stato invitato a celebrare con un dono personale gli ottantacinque anni di Benedetto XVI, in Vaticano. Era una giornata torrida e io sudavo nel mio abito grigio.
Il Papa tardava a giungere: un problema improvviso, enorme, rispetto al quale il nostro piccolo raduno era pressoché niente, lo aveva costretto a un lavoro supplementare.
Giunse chiedendoci scusa per il ritardo. Sorrideva, disse di essere felice di trovarsi lì, con noi. Intanto erano circolate voci circa la causa di quel ritardo, e io mi stupii all’idea che, dopo quel momento che doveva essere stato per lui molto complicato, potesse con tanta semplicità e letizia donarsi a noi.
Invece si interessò a ciascuno, rivolse domande a tutti. Quando me lo trovai davanti, gli chiesi in ginocchio di pregare per il mio amico Emanuele, che era molto malato. Lui si fece ripetere il nome per ricordarlo bene e mi assicurò la sua preghiera.
Non ho mai visto uno sguardo così lieto e fiducioso. Quest’uomo dall’intelligenza impareggiabile affidava come un bambino a Cristo tutti gli istanti della sua vita. Oggi non posso non pensare a quello sguardo, a quella luce. E anche se, sicuramente, un’ombra tragica grava sul cammino della Chiesa, non posso disgiungere la sua libera decisione da quello sguardo.
Dio può metterci alla prova anche con il Suo silenzio, dice quello sguardo, ma non ci abbandona, e non abbandona la Sua Chiesa, nemmeno per un istante. Questo abisso di fiducia e di positività è stato il suo grande dono di quel giorno, per tutti i giorni.
© Copyright Tracce, marzo 2013
NASCE UN NUOVO SPAZIO: IL BLOG DI RAFFAELLA :-)
Carissimi amici,
ecco la sorpresa di oggi!
Ho pensato di costruire un nuovo blog. Eccolo qui:
IL BLOG DI RAFFAELLA. I PAPI, IL VATICANO E LA CHIESA CATTOLICA
A questo indirizzo trovate la descrizione e lo scopo del nuovo spazio virtuale.
Il blog degli amici di Papa Benedetto XVI-Joseph Ratzinger resterà ancora aperto per il Romano Pontefice emerito. Qui sarà possibile trovare discorsi, omelie, testi e notizie su Benedetto XVI.
Ovviamente si potranno ancora lasciare commenti e segnalazioni.
Il nuovo blog si rende necessario, a mio avviso, per svincolare le nostre riflessioni dalla persona di Joseph Ratzinger a cui questo sito, come gli altri, è dedicato.
Il blog di Raffaella è aperto a tutti e spero che, con il vostro aiuto, potrà crescere.
Si tratta di una nuova avventura per la quale ho bisogno di tutti voi :-)
Un abbraccio
Raffaella
ecco la sorpresa di oggi!
Ho pensato di costruire un nuovo blog. Eccolo qui:
IL BLOG DI RAFFAELLA. I PAPI, IL VATICANO E LA CHIESA CATTOLICA
A questo indirizzo trovate la descrizione e lo scopo del nuovo spazio virtuale.
Il blog degli amici di Papa Benedetto XVI-Joseph Ratzinger resterà ancora aperto per il Romano Pontefice emerito. Qui sarà possibile trovare discorsi, omelie, testi e notizie su Benedetto XVI.
Ovviamente si potranno ancora lasciare commenti e segnalazioni.
Il nuovo blog si rende necessario, a mio avviso, per svincolare le nostre riflessioni dalla persona di Joseph Ratzinger a cui questo sito, come gli altri, è dedicato.
Il blog di Raffaella è aperto a tutti e spero che, con il vostro aiuto, potrà crescere.
Si tratta di una nuova avventura per la quale ho bisogno di tutti voi :-)
Un abbraccio
Raffaella
Ol’ga Sedakova: Quella volta in cui Benedetto XVI mi chiese: «Lei è una vera poetessa?»
Quella volta che mi chiese: «lei è una vera poetessa?»
Ol’ga Sedakova.
All’inizio non ci ho creduto. Mi sembrava inverosimile. Soprattutto perché, io come molti altri, avevamo in mente l’immagine del Pontificato precedente. Negli ultimi anni di Giovanni Paolo II alcuni avevano espresso l’opinione che in un tale stato di debolezza sarebbe stato meglio ritirarsi; ma Giovanni Paolo mostrò che il ministero vissuto nella debolezza ha un grande valore spirituale. Ad un mondo che ha paura della malattia e della vecchiaia, egli testimoniò la grande forza che «si compie nella debolezza». E il suo sacrificio mi aveva suscitato profonda venerazione.
La stessa profonda venerazione mi suscita ora la decisione di Benedetto XVI. Leggendo il testo della sua Declaratio, è impossibile non avvertire l’immenso lavoro spirituale sotteso a questa decisione, e come essa sia stata presa al cospetto di Dio che aveva affidato al Papa la Sua Chiesa, la «nave della Chiesa». Questa sensazione di uno stare di fronte al volto di Dio, di una profonda coscienza della responsabilità storica, è ciò che ho sempre percepito nelle opere teologiche di Benedetto XVI, anche di quelle firmate ancora con il nome di Joseph Ratzinger. Non c’è niente di esteriore, tutto scaturisce dal profondo di un’anima colma di fede e di un’intelligenza fulgida.
La sua sensibilità del momento storico, della drammatica crisi attraversata dalla nostra civiltà emerge tutta in un piccolo episodio. Una volta, insieme ad un gruppo di uomini di cultura venuti da Mosca, ebbi l’occasione di incontrare il cardinale Ratzinger, e gli venimmo presentati tutti, uno a uno, con il nome e la professione. Io fui presentata come «poetessa». «Una vera poetessa?», chiese Ratzinger, guardandomi con molta attenzione (il suo sguardo mi ricordava un professore durante l’esame). Io ero imbarazzata a rispondere, ma i miei compagni (tra loro c’era anche il filosofo Sergej Averincev) confermarono con entusiasmo. «Allora mi trovi le sue poesie tradotte in qualunque lingua», disse ad uno dei suoi collaboratori: «Questa è una cosa molto importante».
L’audacia. «Perché è importante?», chiesi io stupita. Che cosa mai poteva importare ad un alto personaggio della Chiesa della qualità dei versi della prima venuta, tanto più in una lingua straniera? «Finché continueranno ad esistere dei veri poeti, dei veri artisti - rispose lui - significa che il nostro mondo non è ancora abbandonato dall’ispirazione, cioè dallo Spirito». L’ispirazione artistica - quando si tratti di un «vero» artista - aveva evidentemente per lui il valore di una testimonianza.
Un Papa che si era soliti definire «conservatore» ha preso una decisione di incredibile novità. Mi hanno commosso nel profondo le parole con cui conclude il suo messaggio, dicendo che affida la Chiesa al suo Capo, Cristo. Dietro a questa frase io vedo una sorta di profondissima visione evangelica dello stato delle cose nel mondo. Lui, sommo pastore, è stato mandato a «pascere le pecore», ma queste pecore appartengono allo stesso Cristo.
Io percepisco in questo la stessa libertà e audacia spirituale con cui Joseph Ratzinger, già nel 1969, pensava al futuro della Chiesa, e sono sicura che anche ora queste sue previsioni spaventano molti, mentre per molti diventano la strada: «Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare gli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la Fede al centro dell’esperienza. Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la sinistra e ora con la destra. Sarà povera e diventerà la Chiesa degli indigenti. Allora la gente vedrà quel piccolo gregge di credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto».
Ol’ga Sedakova.
All’inizio non ci ho creduto. Mi sembrava inverosimile. Soprattutto perché, io come molti altri, avevamo in mente l’immagine del Pontificato precedente. Negli ultimi anni di Giovanni Paolo II alcuni avevano espresso l’opinione che in un tale stato di debolezza sarebbe stato meglio ritirarsi; ma Giovanni Paolo mostrò che il ministero vissuto nella debolezza ha un grande valore spirituale. Ad un mondo che ha paura della malattia e della vecchiaia, egli testimoniò la grande forza che «si compie nella debolezza». E il suo sacrificio mi aveva suscitato profonda venerazione.
La stessa profonda venerazione mi suscita ora la decisione di Benedetto XVI. Leggendo il testo della sua Declaratio, è impossibile non avvertire l’immenso lavoro spirituale sotteso a questa decisione, e come essa sia stata presa al cospetto di Dio che aveva affidato al Papa la Sua Chiesa, la «nave della Chiesa». Questa sensazione di uno stare di fronte al volto di Dio, di una profonda coscienza della responsabilità storica, è ciò che ho sempre percepito nelle opere teologiche di Benedetto XVI, anche di quelle firmate ancora con il nome di Joseph Ratzinger. Non c’è niente di esteriore, tutto scaturisce dal profondo di un’anima colma di fede e di un’intelligenza fulgida.
La sua sensibilità del momento storico, della drammatica crisi attraversata dalla nostra civiltà emerge tutta in un piccolo episodio. Una volta, insieme ad un gruppo di uomini di cultura venuti da Mosca, ebbi l’occasione di incontrare il cardinale Ratzinger, e gli venimmo presentati tutti, uno a uno, con il nome e la professione. Io fui presentata come «poetessa». «Una vera poetessa?», chiese Ratzinger, guardandomi con molta attenzione (il suo sguardo mi ricordava un professore durante l’esame). Io ero imbarazzata a rispondere, ma i miei compagni (tra loro c’era anche il filosofo Sergej Averincev) confermarono con entusiasmo. «Allora mi trovi le sue poesie tradotte in qualunque lingua», disse ad uno dei suoi collaboratori: «Questa è una cosa molto importante».
L’audacia. «Perché è importante?», chiesi io stupita. Che cosa mai poteva importare ad un alto personaggio della Chiesa della qualità dei versi della prima venuta, tanto più in una lingua straniera? «Finché continueranno ad esistere dei veri poeti, dei veri artisti - rispose lui - significa che il nostro mondo non è ancora abbandonato dall’ispirazione, cioè dallo Spirito». L’ispirazione artistica - quando si tratti di un «vero» artista - aveva evidentemente per lui il valore di una testimonianza.
Un Papa che si era soliti definire «conservatore» ha preso una decisione di incredibile novità. Mi hanno commosso nel profondo le parole con cui conclude il suo messaggio, dicendo che affida la Chiesa al suo Capo, Cristo. Dietro a questa frase io vedo una sorta di profondissima visione evangelica dello stato delle cose nel mondo. Lui, sommo pastore, è stato mandato a «pascere le pecore», ma queste pecore appartengono allo stesso Cristo.
Io percepisco in questo la stessa libertà e audacia spirituale con cui Joseph Ratzinger, già nel 1969, pensava al futuro della Chiesa, e sono sicura che anche ora queste sue previsioni spaventano molti, mentre per molti diventano la strada: «Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare gli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la Fede al centro dell’esperienza. Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la sinistra e ora con la destra. Sarà povera e diventerà la Chiesa degli indigenti. Allora la gente vedrà quel piccolo gregge di credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto».
© Copyright Tracce, marzo 2013
Oggi una grande novità :-)
Carissimi amici, oggi ci sarà una novità.
Abbiate pazienza ancora un po'...
Un abbraccio
Raffaella
Abbiate pazienza ancora un po'...
Un abbraccio
Raffaella
lunedì 1 aprile 2013
Card. Ratzinger: Agostino dovette imparare che essere cristiani significa piuttosto percorrere un cammino sempre più faticoso con tutti i suoi alti e bassi. L'immagine dell'ascensione venne sostituita con quella di un iter, un cammino...
Su segnalazione di Gemma leggiamo questo brano quanto mai attuale ed istruttivo:
Mi viene in mente qui la figura di sant'Agostino, così affine alla figura di Newman. Quando si convertì nel giardino presso Cassiciaco, Agostino aveva compreso la conversione ancora secondo lo schema del venerato maestro Plotino e dei filosofi neoplatonici.
Pensava che la vita passata di peccato era adesso definitivamente superata; il convertito sarebbe stato d'ora in poi una persona completamente nuova e diversa, e il suo cammino successivo sarebbe consistito in una continua salita verso le altezze sempre più pure della vicinanza di Dio, qualcosa come ciò che ha descritto Gregorio di Nissa in De vita Moysis: "Proprio come i corpi, non appena hanno ricevuto il primo impulso verso il basso, anche senza ulteriori spinte, da se stessi sprofondano..., così ma in senso contrario, l'anima che si è liberata dalle passioni terrene, si eleva costantemente al di sopra di sé con un veloce movimento ascensionale... in un volo che punta sempre verso l'alto".
Ma la reale esperienza di Agostino era un'altra: egli dovette imparare che essere cristiani significa piuttosto percorrere un cammino sempre più faticoso con tutti i suoi alti e bassi. L'immagine dell'ascensione venne sostituita con quella di un iter, un cammino, dalle cui faticose asperità ci consolano e sostengono i momenti di luce, che noi di tanto in tanto possiamo ricevere. La conversione è un cammino, una strada che dura tutta una vita. Per questo la fede è sempre sviluppo, e proprio così maturazione dell'anima verso la Verità, che "ci è più intima di quanta noi lo siamo a noi stessi".
DISCORSO DI SUA EMINENZA IL CARD. JOSEPH RATZINGER IN OCCASIONE DEL CENTENARIO DELLA MORTE DEL CARD. JOHN HENRY NEWMAN: IL TESTO INTEGRALE
Mi viene in mente qui la figura di sant'Agostino, così affine alla figura di Newman. Quando si convertì nel giardino presso Cassiciaco, Agostino aveva compreso la conversione ancora secondo lo schema del venerato maestro Plotino e dei filosofi neoplatonici.
Pensava che la vita passata di peccato era adesso definitivamente superata; il convertito sarebbe stato d'ora in poi una persona completamente nuova e diversa, e il suo cammino successivo sarebbe consistito in una continua salita verso le altezze sempre più pure della vicinanza di Dio, qualcosa come ciò che ha descritto Gregorio di Nissa in De vita Moysis: "Proprio come i corpi, non appena hanno ricevuto il primo impulso verso il basso, anche senza ulteriori spinte, da se stessi sprofondano..., così ma in senso contrario, l'anima che si è liberata dalle passioni terrene, si eleva costantemente al di sopra di sé con un veloce movimento ascensionale... in un volo che punta sempre verso l'alto".
Ma la reale esperienza di Agostino era un'altra: egli dovette imparare che essere cristiani significa piuttosto percorrere un cammino sempre più faticoso con tutti i suoi alti e bassi. L'immagine dell'ascensione venne sostituita con quella di un iter, un cammino, dalle cui faticose asperità ci consolano e sostengono i momenti di luce, che noi di tanto in tanto possiamo ricevere. La conversione è un cammino, una strada che dura tutta una vita. Per questo la fede è sempre sviluppo, e proprio così maturazione dell'anima verso la Verità, che "ci è più intima di quanta noi lo siamo a noi stessi".
DISCORSO DI SUA EMINENZA IL CARD. JOSEPH RATZINGER IN OCCASIONE DEL CENTENARIO DELLA MORTE DEL CARD. JOHN HENRY NEWMAN: IL TESTO INTEGRALE
Due sane risate di Benedetto XVI alle prese con lo spagnolo ed il portoghese :-)
Grazie a Sonny per la segnaalazione :-)
Papa Francesco: solo convertendosi i Cristiani rinnovano la società. Tre quarti d'ora di visita alla Necropoli vaticana (Izzo)
PAPA: SOLO CONVERTENDOSI I CRISTIANI RINNOVANO LA SOCIETA'
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 1 apr.
"La Grazia contenuta nei Sacramenti pasquali e' un potenziale di rinnovamento enorme per l'esistenza personale, per la vita delle famiglie, per le relazioni sociali". Papa Francesco ha voluto ribadirlo nel suo secondo appuntamento mariano in piazza San Pietro, che nel tempo di Pasqua e' la recita del Regina Caeli. Senza la mozzetta bianca che Benedetto XVI indossava per segnalare questo particolare momento liturgico, il nuovo Pontefice ha riproposto pero' lo stesso accorato appello alla conversione che ha caratterizzato molti discorsi del suo predecessore.
"Tutto - ha spiegato Francesco ai 40mila fedeli presenti - passa attraverso il cuore umano: se io mi lascio raggiungere dalla grazia di Cristo risorto, se le permetto di cambiarmi in quel mio aspetto che non e' buono, che puo' far male a me e agli altri, io permetto alla vittoria di Cristo di affermarsi nella mia vita, di allargare la sua azione benefica. Questo e' il potere della grazia!". "Senza la grazia - ha poi ripetuto per due volte - non possiamo nulla". "E - ha continuato - con la grazia del Battesimo e della Comunione eucaristica posso diventare strumento della misericordia di Dio". In questo modo si concretizza nella vita di tutti il Mistero pasquale. L'auspicio del Papa e' infatti che esso "possa operare profondamente in noi e in questo nostro tempo, perche' l'odio lasci il posto all'amore, la menzogna alla verita', la vendetta al perdono, la tristezza alla gioia". E cioe' "che la forza della Risurrezione di Cristo possa raggiungere ogni persona, specialmente chi soffre, e tutte le situazioni piu' bisognose di fiducia e di speranza". "Cristo - ha scandito il Pontefice argentino - ha vinto il male in modo pieno e definitivo, ma spetta a noi, agli uomini di ogni tempo, accogliere questa vittoria nella nostra vita e nelle realta' concrete della storia e della societa'". "Per questo - ha spiegato il Papa - mi sembra importante sottolineare quello che oggi domandiamo a Dio nella liturgia: 'O Padre, che fai crescere la tua Chiesa donandole sempre nuovi figli, concedi ai tuoi fedeli di esprimere nella vita il sacramento che hanno ricevuto nella fede'". Per Papa Francesco, dunque, "il Battesimo che ci fa figli di Dio, l'Eucaristia che ci unisce a Cristo, devono diventare vita, tradursi cioe' in atteggiamenti, comportamenti, gesti, scelte". Occorre cioe' "esprimere nella vita il sacramento che abbiamo ricevuto: ecco, cari fratelli e sorelle, il nostro impegno quotidiano, ma direi anche - ha aggiunto - la nostra gioia quotidiana". "La gioia - ha concluso - di sentirsi strumenti della grazia di Cristo, come tralci della vite che e' Lui stesso, animati dalla linfa del suo Spirito".
© Copyright (AGI)
PAPA: TRE QUARTI D'ORA LA VISITA ALLA NECROPOLI VATICANA
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 1 apr.
E' durata tre quarti d'ora, dalle 17 alle 17,45, la visita di Papa Francesco alla Necropoli vaticana. E' stato - ha precisato il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi - il primo Papa a scendere negli scavi della Necropoli vaticana. "Papa Francesco ha percorso tutta la via centrale della Necropoli, che si trova sotto la Basilica e le Grotte vaticane, ascoltando le spiegazioni, avvicinandosi cosi' - in leggera salita - al luogo dove si trova la tomba di San Pietro, esattamente sotto l'altare centrale e la cupola della Basilica", ha aggiunto Lombardi. "Nella Cappella Clementina, il luogo piu' vicino alla tomba del Principe degli Apostoli, il Papa ha - poi - sostato in preghiera silenziosa, in raccoglimento profondo e commosso".
"La visita - ha detto ancora padre Lombardi - si e' conclusa nelle Grotte vaticane, rendendo omaggio alle tombe dei Papi del secolo scorso che vi si trovano: Benedetto XV, Pio XI, Pio XII, Paolo VI, Giovanni Paolo I. Uscendo dalla Grotte, il Papa ha salutato il personale presente ed e' rientrato a piedi a Santa Marta, come a piedi era giunto all'ingresso degli scavi sul fianco sinistro della Basilica". Il Pontefice era accompagnato dal cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica Vaticana, dal delegato della Fabbrica di San Pietro, monsignor Vittorio Lanzani, dal segretario monsignor Alfred Xuereb e dai responsabili della Necropoli vaticana, Pietro Zander e Mario Bosco.
La Tomba di San Pietro e successivamente le sue ossa furono localizzate in modo del tutto inatteso. Gli scavi iniziarono nel 1939: Pio XI aveva dato ordine di essere sepolto in un dato luogo delle grotte vaticane e si decise di abbassare il pavimento per rendere piu' agevole il lavoro, fu cosi' che si scopri' quelli che inizialmente sembravano resti di un sarcofago, ma che ad un piu' attento esame si rilevo' essere il cornicione di una casa. Per ordine di Pio XII iniziarono cosi' gli scavi che portarono alla scoperta di una necropoli utilizzata da cristiani e non cristiani fino alla seconda meta' del III secolo, e situata a lato del Circo di Nerone. In essa fu rinvenuto un apparentemente insignificante tumulo di terra verso cui erano orientate le tombe, anche pagane, e che un muro di rispetto metteva in evidenza. Il famoso "muro rosso" davanti al quale gia' nel II secolo era stata eretta l'edicola del trofeo di Gaio che, con le sue colonnine, segnava l'ingresso alla "tomba gloriosa" dell'Apostolo Pietro: qui Costantino eresse nel IV secolo un'edicola che corrisponde all'attuale Altare della confessione. Pio XII ne diede l'annuncio alla Radio Vaticana in occasione dell'Anno Santo del 1950: "E' stata trovata - disse - la tomba del Principe degli Apostoli". Ma l'ossario era vuoto. Solo nel 1953 il ritrovamento fortunoso di alcune ossa di un uomo di 60-70 anni, avvolte in un prezioso panno di porpora intessuto con fili d'oro e con attendibilita' provenienti dal loculo (ma spostate ai tempi di Costantino nell'edicola, come rivelano frammenti di muro rosso), e poi anche l'interpretazione come "Pietro e' qui", da parte dell'epigrafista Margherita Garducci, del graffito succitato, diedero a Paolo VI la convinzione che doveva trattarsi con ogni probabilita' dei resti del corpo di San Pietro; i resti sono stati quindi ricollocati nella posizione originaria, racchiusi in una scatola di plexiglas insieme a un cartiglio chiuso in cui si afferma che "si pensa" che essi siano dell'Apostolo Pietro.
© Copyright (AGI)
Pontificati virtuali. Il commento di Padre Scalese
Clicca qui per leggere il commento segnalatoci da Antonio.
Monumentale questa parte:
"Ho l’impressione che si stia creando un pontificato virtuale, in contrapposizione a un pontificato virtuale precedente, di segno opposto. Mi vado chiedendo in questi giorni: ma che fine hanno fatto tutti i gravissimi problemi che affliggevano la Chiesa durante il pontificato di Benedetto XVI, e che qualcuno pensa possano in qualche modo essere all’origine della sua rinuncia? Sono tre settimane che nessuno parla piú di pedofilia nella Chiesa; nessuno parla piú di Vatileaks e dei veleni della Curia Romana; nessuno parla piú dello IOR. Tutto risolto? È bastato eleggere il nuovo Papa per risolvere automaticamente tutti i problemi? Due son le cose: o era tutta una montatura mediatica allora, o è tutta una montatura mediatica adesso. Non è possibile che problemi che stavano facendo vacillare la Chiesa di punto in bianco scompaiano nel nulla. Si noti bene che, a parte le stupidaggini, finora non è stata fatta nessuna riforma; l’unica nomina che è stata fatta è quella del nuovo Arcivescovo di Buenos Aires; eppure tutto fila liscio come l’olio. Sembrerebbe che il problema fosse uno solo: Joseph Ratzinger".
Si', il problema era Joseph Ratzinger!
R.
Monumentale questa parte:
"Ho l’impressione che si stia creando un pontificato virtuale, in contrapposizione a un pontificato virtuale precedente, di segno opposto. Mi vado chiedendo in questi giorni: ma che fine hanno fatto tutti i gravissimi problemi che affliggevano la Chiesa durante il pontificato di Benedetto XVI, e che qualcuno pensa possano in qualche modo essere all’origine della sua rinuncia? Sono tre settimane che nessuno parla piú di pedofilia nella Chiesa; nessuno parla piú di Vatileaks e dei veleni della Curia Romana; nessuno parla piú dello IOR. Tutto risolto? È bastato eleggere il nuovo Papa per risolvere automaticamente tutti i problemi? Due son le cose: o era tutta una montatura mediatica allora, o è tutta una montatura mediatica adesso. Non è possibile che problemi che stavano facendo vacillare la Chiesa di punto in bianco scompaiano nel nulla. Si noti bene che, a parte le stupidaggini, finora non è stata fatta nessuna riforma; l’unica nomina che è stata fatta è quella del nuovo Arcivescovo di Buenos Aires; eppure tutto fila liscio come l’olio. Sembrerebbe che il problema fosse uno solo: Joseph Ratzinger".
Si', il problema era Joseph Ratzinger!
R.
Francesco nel lunedì dell’Angelo: accogliere la vittoria di Cristo sul male nella nostra vita, nella società, nella storia
Francesco nel lunedì dell’Angelo: accogliere la vittoria di Cristo sul male nella nostra vita, nella società, nella storia
"Cristo ha vinto il male” e spetta a noi accogliere questa vittoria nella vita nella società nella storia. Così Papa Francesco nel Lunedì dell’Angelo, prima della recita del Regina Coeli, in questa prima Pasqua del suo pontificato, rivolto alle decine di migliaia di fedeli raccolti in piazza san Pietro. Il servizio di Roberta Gisotti:
“Perché l’odio lasci il posto all’amore, la menzogna alla verità, la vendetta al perdono, la tristezza alla gioia”, occorre “che il Mistero Pasquale possa operare profondamente in noi e in questo nostro tempo”. La preghiera del Papa stamane alla Madonna “nel nome del Signore morto e risorto”
“Cristo ha vinto il male in modo pieno e definitivo, ma spetta a noi, agli uomini di ogni tempo, accogliere questa vittoria nella nostra vita e nelle realtà concrete della storia e della società”.
Il primo pensiero di Francesco è andato ai sofferenti:
“Che la forza della Risurrezione di Cristo possa raggiungere ogni persona - specialmente chi soffre – e tutte le situazioni più bisognose di fiducia e di speranza”.
Ha sottolineato quindi come “la grazia contenuta nei Sacramenti pasquali è un potenziale di rinnovamento enorme per l’esistenza personale, per la vita delle famiglie, per le relazioni sociali”.
“Sì, il Battesimo che ci fa figli di Dio, l’Eucaristia che ci unisce a Cristo, devono diventare vita, tradursi cioé in atteggiamenti, comportamenti, gesti, scelte”.
Ma tutto passa attraverso il cuore umano:
“Se io mi lascio raggiungere dalla grazia di Cristo risorto, se le permetto di cambiarmi in quel mio aspetto che non è buono, che può far male a me e agli altri, io permetto alla vittoria di Cristo di affermarsi nella mia vita, di allargare la sua azione benefica. Questo è il potere della grazia! Senza la grazia non possiamo nulla”.
Si tratta quindi di “esprimere nella vita il sacramento che abbiamo ricevuto”:
“Ecco, cari fratelli e sorelle, il nostro impegno quotidiano, ma direi anche la nostra gioia quotidiana!”
Infine il saluto semplice e informale di Papa Francesco a tutti i fedeli:
“Buona Pasqua a tutti e buon pranzo!”.
© Copyright Radio Vaticana
Dopo i discorsi a braccio Papa Francesco è pronto a dotarsi di “ghostwriter” (Galeazzi)
Clicca qui per leggere il commento.
Questo Papa lo rovineremo con i quiproquò (freudiani). Lettera di Berlicche a Malacoda
Clicca qui per leggere il testo segnalatoci da Laura.
Tirare il Papa per la tonaca. Non sappiamo che farcene di una Chiesa secondo l’illuminata versione dei mass-media (Mangiarotti)
Clicca qui per leggere il commento segnalatoci da Elisabetta.
Spataro: La Sindone è un rinvio simbolico alla Passione di Cristo, va oltre alla questione se quel telo abbia o no avvolto il corpo di Cristo (Galeazzi)
"È un simbolo della Passione e non importa se sia vero"
GIACOMO GALEAZZI
CITTA' DEL VATICANO
Padre Antonio Spadaro, lei è direttore di Civiltà Cattolica, Ritiene che Francesco creda all’autenticità della Sindone?
«Il Papa non entra nella disputa sulla datazione. L’uomo della Sindone parla al cuore. Il Pontefice invita non a contemplare il mistero ma a farsi contemplare dal mistero. Lo chiedeva sant’Ignazio di Loyola, che voleva che chi prega sia “dentro” la scena evangelica che sta meditando. Sant’Ignazio era anche legato al culto delle reliquie. A Gerusalemme vendette quel poco che aveva con sé per pagare i custodi e contemplare una pietra sulla quale Gesù aveva poggiato i piedi. La meditazione è attiva. Ignazio chiede a chi prega di agire, di immaginare se stesso mentre parla con Gesù o di fare delle cose o guardarne altre».
Qual è il senso del messaggio papale?
«La Sindone è un rinvio simbolico alla Passione di Cristo, va oltre alla questione se quel telo abbia o no avvolto il corpo di Cristo. In quello sguardo il credente può trovare consolazione spirituale. Davanti al sacro lino ci si mette in presenza del Signore. Lo stile di Francesco è lo stesso di quando si è affacciato dalla loggia della benedizioni e ha chinato il capo in preghiera: è un esercizio di presenza davanti a Dio. Papa Francesco ci invita a pregare agendo: a salire al Calvario. Da cardinale di Buenos Aires, Bergoglio ha vissuto queste meditazioni visitando i barrios e mettendo al centro della sua visione del servizio non tanto le analisi sociologica, quanto la conversione del cuore».
Cosa la colpisce nel testo?
«Esorta a contemplare senza perdere di vista il mondo e le sue necessità. La Compagnia di Gesù si caratterizza per una spiritualità centrata su Cristo che serve e obbedisce al Padre, e dalla possibilità di concretizzare il bene edificando realtà importanti come le università e le opere sociali, ma partendo dalla spiritualità. La conversione del cuore a Cristo offre la spinta per cambiare le strutture; d’altro canto la fede senza le opere è vuota di contenuti. E contemplare il volto della Sindone fa vivere quella che Ignazio di Loyola definisce “consolazione” spirituale. È la pace profonda, l’“energia contenuta e potente”, come dice il Papa, che si prova quando si vive tutto dentro lo sguardo misericordioso del Signore».
© Copyright La Stampa, 31 marzo 2013
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