Il Signore mi chiama a "salire sul monte", a dedicarmi ancora di più alla preghiera... (Benedetto XVI, 24 febbraio 2013)
sabato 30 marzo 2013
Vian: Papa Francesco sta mostrando dolcezza e misericordia (Izzo)
PAPA: OSSERVATORE, STA MOSTRANDO DOLCEZZA E MISERICORDIA
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 mar.
Papa Francesco "sta progressivamente mostrando il suo volto di dolcezza e misericordia, grazie a parole e gesti semplici che arrivano a tutti".
Lo scrive l'Osservatore Romano in un editoriale a firma del direttore Giovanni Maria Vian che commenta "le immagini della lavanda dei piedi a dodici giovani nel carcere minorile della citta', una celebrazione toccante e sconvolgente". Lo stesso volto, scrive il professor Vian, emerge dalle omelie durante la messa crismale e per la domenica delle Palme.
"Proprio in questi giorni centrali del tempo liturgico e' risuonata con forza la voce di un Papa per la prima volta venuto quasi dalla 'fine del mondo', come lui stesso ha detto subito dopo l'elezione, lui che in tutta la sua vita di sacerdote e di vescovo ha sempre mostrato una preoccupazione speciale per le periferie materiali e spirituali. Ed e' li' infatti che come donne e uomini mai tristi bisogna portare Gesu'". "Appare allora chiaro a tutti - conclude il direttore dell'Osservatore - quanto non era difficile capire, e cioe' il significato della scelta di Benedetto XVI, notoriamente attentissimo alla liturgia, di rinunciare al Pontificato nel cuore della Quaresima. Grazie al tempo scelto per questa decisione, infatti, il suo successore ha potuto far coincidere gli inizi del suo servizio come successore di Pietro con la celebrazione piu' importante per la fede in Cristo risorto dai morti, durante il triduo sacro che culmina con la veglia pasquale".
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Via Crucis al Colosseo. Papa Francesco: "La croce: risposta di Dio al male del mondo"
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Al Colosseo Francesco ringrazia Dio per la convivenza tra cristiani e musulmani (Galeazzi)
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venerdì 29 marzo 2013
Prof. Ratzinger: La porta della morte resta aperta, da quando nella morte abita la vita: l'amore...
Grazie al lavoro della nostra Gemma rileggiamo questo brano straordinario tratto dal capolavoro di Joseph Ratzinger, "Introduzione al Cristianesimo" (1968):
Introduzione al Cristianesimo
parte seconda - Gesù Cristo
2. Lo sviluppo della professione di fede in Cristo negli articoli di fede cristologica
3. << Discese agli inferi >>
Forse nessun articolo di fede suona così estraneo alla nostra coscienza odierna come questo.
Assieme alla confessione della nascita di Gesù dalla vergine Maria e dell'Ascensione del Signore al cielo, esso è un forte stimolo alla "demitizzazione", che qui sembra possibile senza alcun pericolo e senza scandali. I pochi passi nei quali la Scrittura sembra dire qualcosa sull'argomento (1 Pt 3,19s; 4,6; Ef 4,9; Rm 10,7; Mt 12,40; At 2,27,31) sono di così difficile comprensione da poter essere facilmente interpretati nelle direzioni più diverse. Sicchè, se alla fine si elimina del tutto l'affermazione, sembra di aver ottenuto il vantaggio di liberarsi di una questione strana e diffcilmente inquadrabile nel nostro pensiero, pur senza rendersi colpevoli di una particolare infedeltà. Ma così facendo, si è davvero guadagnato qualcosa? O non si è piuttosto soltanto evitato di affrontare un aspetto difficile e oscuro del reale? Si può cercare di sfuggire ai problemi semplicemente negandoli, oppure si può cercare di risolverli prendendoli di petto. La prima via è certo più comoda, ma soltanto la seconda fa progredire.
Invece di accantonare il problema, non dovremmo dunque imparare piuttosto a vedere come questo articolo di fede, al quale nel corso dell'anno liturgico è liturgicamente correlato il Sabato santo, ci interessi oggi più che mai da vicino, in quanto esprime in modo del tutto speciale l'esperienza del nostro tempo?
Al Venerdi santo, il nostro sguardo rimane sempre puntato sul Crocifisso; il Sabato santo, invece, è il giorno della "morte di Dio", il giorno che esprime e anticipa l'ineaudita esperienza del nostro tempo: la sensazione che Dio è semplicemente assente, che la tomba lo ricopre, che egli non è più desto, non parla più, sicchè non c'è più nemmeno bisogno di contestarne l'esistenza, ma si può tranquillamente farne a meno.
"Dio è morto, e noi l'abbiamo ucciso" . Questa lapidaria affermazione di Nietzsche appartiene, quanto a linguaggio, alla tradizione della pietà cristiana centrata sulla Passione ed esprime il senso del Sabato santo, la 'discesa agli inferi'.
In relazione a questo articolo mi vengono sempre alla mente due scene bibliche. Innanzitutto quel crudele episodio dell'Antico Testamento , in cui Elia incita i sacerdoti di Baal a impetrare dal loro Dio il fuoco per il sacrificio. Essi lo fanno, ma naturalmente non succede nulla. Allora egli lo schernisce, esattamente come un illuminista sbeffeggia la persona pia, trovandola ridicola quando non ottiene nulla con la sua preghiera. Il profeta li prende in giro, facendo loro osservare che forse non hanno pregato a voce abbastanza alta: "Gridate con voce più alta, perchè certo egli è un dio! Forse è soprappensiero oppure indaffarato e in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglierà!" (1 Re 18,27). Rileggendo oggi questo scherno rivolto ai devoti di Baal , ci si può certamente sentire un pò sconcertati; si può avere la sensazione che ora noi stessi ci troviamo in una situazione del genere, e che quello scherno tocchi ora a noi.
Nessun grido sembra più capace di risvegliare Dio. Il razionalista pare tranquillamente autorizzato a dirci: pregate più forte, forse allora il vostro Dio si sveglierà. "Discese nel regno dei morti": questa frase sembra proprio dire la verità della nostra ora, lo sprofondamento di Dio nel mutismo, nel cupo silenzio dell'assente.
Ma accanto alla storia di Elia e alla sua analogia neotestamentaria nel racconto del Signore che dorme durante l'infuriare della tempesta sul lago (Mc 4,35-41 par.), affiora qui alla memoria anche il racconto di Emmaus (lLc 24,13-35). I discepoli sconvolti parlano della morte della loro speranza. Per essi è accaduto quacosa che assomiglia alla morte di Dio: il punto in cui Dio sembrava avere defìnitivamente parlato è stato cancellato. L'inviato di Dio è morto, e quindi si è fatto il vuoto assoluto.
Nulla più risponde. Ma proprio mentre vanno parlando della morte della loro speranza, ormai incapaci di vedere Dio, essi non avvertono che proprio questa speranza è lì viva in mezzo a loro. Non avvertono che 'Dio', o piuttosto l'idea che si erano fatti della sua promessa, doveva morire per poi rivivere più grande di prima. L'immagine che si erano formata di Dio, e nella quale avevano tentato di comprimerlo, doveva essere distrutta perchè essi potessero, per così dire sulle rovine della casa demolita, rivedere il cielo e Quello stesso che resta sempre l'infinitamente più grande. IL poeta Eichendorff ha formulato questo pensiero con ricchezza di sentimento, in un modo che a noi appare quasi ingenuo, ma è tipico del suo secolo:
Tu sei colui che distrugge con mite mano ciò che noi costruiamo sul nostro capo; e lo fai dolcemente, per farci rivedere il cielo.
Ecco perchè non me ne lamento.
Allo stesso modo, l'articolo di fede sulla discesa del Signore agli inferi ci rammenta come della rivelazione cristiana non faccia parte solo la parola di Dio, ma anche il silenzio di Dio.
Dio non è soltanto la parola comprensibile che viene a noi; è anche il fondamento nascosto e inaccessibile, incompreso e inafferrabile, che si sottrae a noi. Certo, nel cristianesimo c'è un primato del Logos, della Parola, sul silenzio. Dio ha parlato. Dio è parola. Ma non dobbiamo per questo dimenticare la verità del perenne nascondimento di Dio. Solo dopo averlo sperimentato come silenzio, possiamo sperare di percepire anche il suo parlare che risuona nel silenzio.
La cristologia procede oltre la croce, il momento in cui si coglie l'amore divino, per entrare nella morte, nel silenzio e nell'occultamento di Dio. Possiamo allora meravigliarci se la chiesa, se la vita stessa del singolo, vengono continuamente introdotte in quest'ora del silenzio, nel dimenticato e accantonato articolo "Discese agli inferi"?
Se si pensa a questo, la questione delle prove dalla 'Scrittura' si risolve da sè. Per lo meno nel grido di Gesù al momento della sua morte: "Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?" (Mc 15,34), percepiamo il mistero della discesa di Gesù agli inferi come un lampo nell'oscurità della notte. Non dimentichiamo che questa invocazione del Crocifisso è la frase iniziale di una preghiera di Israele (Sal 22(21),2), nella quale si riassumono in maniera toccante l'afflizione e la speranza di questo popolo scelto da Dio e ora da lui abbandonato nel modo apparentemente più desolante.
Tale preghiera, che sgorga dalla più profonda afflizione per la tenebra in cui Dio si è avvolto, termina con un inno alla grandezza di Dio . Anche questo è presente nel grido di morte emesso da Gesù, grido che Ernst Kasermann ha concisamente connotato come una preghiera dall'inferno, come l'ergersi del primo Comandamento nel deserto dell'apparente assenza di Dio: "Il Figlio mantiene ancora salda la fede, anche adesso che la fede sembra divenuta un non -senso e la realtà terrena proclama che Dio è assente, il Dio di cui non per nulla parlano il primo ladrone e la folla schernitrice. Il suo grido non è rivolto alla vita e alla sopravvivenza, non a se stesso, bensì al Padre. Il suo grido si contrappone alla realtà del mondo intero".
E allora, abbiamo ancora bisogno di chiederci che significato debba avere la preghiera nella nostra ora di tenebra? Può forse essere qualcosa di diverso dal grido dal profondo, assieme al Signore che è 'disceso agli inferi' e ha riaffermato la vicinanza di Dio proprio nel mezzo dell'abbandono da parte di Dio?
Tentiamo di fare anche un'altra riflessione, per penetrare in questo poliedrico mistero che da un lato solo non è possibile chiarire. Prendiamo innanzitutto atto di una constatazione esegetica. Ci si dice che, nel nostro articolo di fede, la parola 'inferi' ('inferno') sarebbe solo un'errata traduzione di She' ol (in greco Hades), con cui gli ebrei designavano lo stato oltre la morte, che veniva immaginato molto vagamente come una specie di esistenza umbratile, più un non-essere che un essere.
Pertanto, la frase avrebbe originariamente significato solo che Gesù era entrato nello She' ol, ossia che era morto. Ora, ciò potrà anche essere assolutamente giusto. Ma resta pur sempre da vedere se la cosa si è così davvero semplificata, divenendo meno misteriosa di prima. Io ritengo, invece, che proprio ora il problema presenti il suo vero volto: la morte e ciò che accade qunado uno muore, ossia quando entra nel regno della morte. Di fronte a questo problema dobbiamo tutti confessare il nostro imbarazzo. Nessuno sa realmente che cosa succeda, perchè tutti viviamo al di qua della morte, non abbiamo alcuna esperienza della morte.
Possiamo, però, forse tentare di avvicinarci proprio partendo ancora una volta dal grido di Gesù sulla croce, in cui abbiamo colto il nucleo centrale di ciò che significa la discesa di Gesù agli inferi, la sua partecipazione al destino di morte degli uomini..
In quest'ultima preghiera di Gesù, come del resto anche nella scelta dell'Orto degli ulivi, il nucleo più profondo della sua passione non sembra essere qualche dolore fisico, bensì la radicale solitudine, il completo abbandono. Ora qui viene alla luce, in definitiva, semplicemente l'abissale solitudine dell'uomo: dell'uomo che nel suo intimo è solo. Questa solitudine, che viene si per lo più camuffata in svariati modi, ma che rimane la vera situazione dell'uomo, denota al contempo la più stridente contraddizione con la natura dell'uomo, che non può vivere da solo, ma ha bisogno di essere con gli altri. La solitudine è perciò la regione dell'angoscia, radicata nella condizione di essere abbandonato in cui l'essere si trova, che deve essere e tuttavia è costretto ad affrontare l'impossibile.
Cerchiamo di spiegarci meglio con un esempio. Quando un bambino si trova obbligato ad attraversare un bosco da solo, in una notte oscura, è preso dal terrore, anche se gli è stato dimostrato nella maniera più convincente che non c'è assolutamente nulla di cui debba temere.
Nel momento in cui si trova solo nelle tenebre, e sperimenta così radicalmente il senso della solitudine, insorge in lui la paura, l'autentica paura dell'uomo, che non è paura di fronte a qualcosa, bensì paura e basta. La paura di fronte a qualcosa di determinato è in fondo innocua: può essere scacciata togliendo di mezzo l'oggetto che la provoca.
Tanto per fare un esempio, quando uno ha paura di un cane che morde, si fa presto a rimediare legando il cane alla catena. Nel caso nostro, invece, ci imbattiamo in qualcosa di ben più profondo: l'uomo, allorchè finisce nell'estrema solitudine, non trema di fronte a qualcosa di determinato, che può esere eliminato; prova invece il terrore della solitudine, avverte l'aspetto inquietante e il senso di essere abbandonato propri della sua stessa condizione, non superabili per via razionale. Aggiungiamo ancora: quando uno deve vegliare un morto da solo e di notte in una stanza, avvertirà pur sempre la sua situazione con una certa inquietudine, anche se non vuole ammetterlo ed è in grado di convincersi razionalmente che le sue sensazioni sono prive di oggetto. Di per sè, egli sa benissimo che il morto non può fargli assolutamente nulla e che la sua situazione sarebbe probabilmente assai più pericolosa se la persona che veglia fosse ancora viva.
Ciò che qui affiora è un tipo completamente diverso di paura: non è la paura di fronte a qualcosa, bensì la sinistra angoscia della solitudine in sè, nell'essere solo con la morte, l'essere-abbondanato dell'esistenza.
Dobbiamo ora chiederci: com'è possibile vincere tale paura, se la prova dell'inconsistenza del pericolo fallisce? Ebbene, il bambino sarà libero dalla sua paura nel momento in cui troverà una mano che stringa la sua e lo guidi, quando sentirà una voce che gli parli; nel momento, quindi, in cui sperimenterà la compagnia di una persona che gli vuole bene.
E anche colui che si trova solo col morto, sentirà sparire la paura non appena un'altra persona sia con lui, non appena avverta la vicinanza di un 'tu'. In questo superamento della paura si rivela allo stesso tempo, di nuovo, la sua natura: come essa sia il terrore della solitudine, l'angoscia di un essere che può vivere solo insieme con altri. La vera paura dell'uomo può essere superata non con l'intelletto, bensì soltanto grazie alla presenza di una persona che gli voglia bene.
Dobbiamo approfondire ulteriormente il nostro interrogativo. Se ci fosse una solitudine in cui nessuna parola di un altro potesse più penetrare a cambiare la situazione, se si verificasse un abbandono talmente profondo da non permettere più ad alcun 'tu' di raggiungere chi è abbandonato, avremmo allora uno stato di vera e totale solitudine , quello stato spaventoso che il teologo chiama 'inferno' .
Che cosa significhi questa parola, lo possiamo esattamente definire a partire da quanto abbiamo detto: essa denota una solitudine in cui non penetra più la parola dell'amore e che costituisce quindi l'autentica situazione di esistenza abbandonata. A questo proposito, a chi non viene in mente come poeti e filosofi del nostro tempo esprimono l'opinione che, in fondo, tutti gli incontri fra uomini si arrestano alla superficie, sicchè nessun uomo ha accesso alla vera profondità dell'altro?
Nessuno, quindi, può realmente raggiungere l'intimo dell'altro; ogni incontro, per bello che sembri, si limita in sostanza ad anestetizzare l'insanabile ferita della solitudine. Nel più profondo della nostra esistenza, perciò, abiterebbe l'inferno, la disperazione: la solitudine, insomma, che è tanto ineluttabile quanto raccapricciante. E' noto come Sartre abbia costruito su quest'idea tutta la sua antropologia. Ma anche un poeta, in apparenza così conciliante e sereno come Hermann Hesse lascia trapelare, in fondo, gli stessi pensieri:
E' strano camminare nella nebbia!
Vivere vuol dire essere soli.
Nessun uomo conosce l'altro:ognuno è solo!
In effetti, una cosa è certa: c'è una notte nel cui abbandono non scende alcuna voce; c'è una porta per la quale possiamo passare esclusivamente da soli: la porta della morte. Ogni paura del mondo è, in definitiva, paura di questa solitudine. Si capisce allora perchè l'Antico Testamento abbia una sola parola per indicare sia gli inferi sia la morte: la parola She' ol. In fondo, per esso le due situazioni sono identiche. La morte è la solitudine, semplicemente. Ma quella solitudine in cui nemmeno l'amore riesce più a penetrare, quella è davvero l''inferno'.
Siamo così tornati nuovamente al punto di partenza, all'articolo di fede che afferma la discesa di Gesù agli inferi. Questa frase ci conferma quindi che Cisto ha varcato la soglia della nostra ultima solitudine, calandosi con la sua passione in questo abisso del nostro estremo abbandono. Là dove nessuna voce è più in grado di raggiungerci, lì egli è presente.
Con ciò l'inferno è vinto, o - per essere più esatti - la morte, che prima era l''inferno', ora non lo è più.
Nessuna delle due realtà è più la stessa di prima, perchè al centro della morte c'è la vita, perchè l'amore abita ora al centro di essa. Soltanto la chiusura in se stessi, voluta di proposito, è ora l''inferno', o- per dirla con la Bibbia - la seconda morte (per esempio, Ap 20,14).
Il morire, invece, non è più la via che porta alla solitudine glaciale, le porte dello She' ol sono state sfondate. Io credo che a partire da qui si possono comprendere le immagini dei Padri, a prima vista di sapore così mitologico, che ci parlano di Gesù che ha fatto uscire i morti, di apertura delle porte; e diventa comprensibile anche quel testo, apparentemente così mitico, del vangelo di Matteo, dove si afferma che alla morte di Gesù si sono aperti i sepolcri e sono risuscitati i corpi di molti santi (Mt 27, 52). La porta della morte resta aperta, da quando nella morte abita la vita: l'amore...
Da Joseph Ratzinger, "Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul Simbolo apostolico", Edizioni Queriniana 2005
Introduzione al Cristianesimo
parte seconda - Gesù Cristo
2. Lo sviluppo della professione di fede in Cristo negli articoli di fede cristologica
3. << Discese agli inferi >>
Forse nessun articolo di fede suona così estraneo alla nostra coscienza odierna come questo.
Assieme alla confessione della nascita di Gesù dalla vergine Maria e dell'Ascensione del Signore al cielo, esso è un forte stimolo alla "demitizzazione", che qui sembra possibile senza alcun pericolo e senza scandali. I pochi passi nei quali la Scrittura sembra dire qualcosa sull'argomento (1 Pt 3,19s; 4,6; Ef 4,9; Rm 10,7; Mt 12,40; At 2,27,31) sono di così difficile comprensione da poter essere facilmente interpretati nelle direzioni più diverse. Sicchè, se alla fine si elimina del tutto l'affermazione, sembra di aver ottenuto il vantaggio di liberarsi di una questione strana e diffcilmente inquadrabile nel nostro pensiero, pur senza rendersi colpevoli di una particolare infedeltà. Ma così facendo, si è davvero guadagnato qualcosa? O non si è piuttosto soltanto evitato di affrontare un aspetto difficile e oscuro del reale? Si può cercare di sfuggire ai problemi semplicemente negandoli, oppure si può cercare di risolverli prendendoli di petto. La prima via è certo più comoda, ma soltanto la seconda fa progredire.
Invece di accantonare il problema, non dovremmo dunque imparare piuttosto a vedere come questo articolo di fede, al quale nel corso dell'anno liturgico è liturgicamente correlato il Sabato santo, ci interessi oggi più che mai da vicino, in quanto esprime in modo del tutto speciale l'esperienza del nostro tempo?
Al Venerdi santo, il nostro sguardo rimane sempre puntato sul Crocifisso; il Sabato santo, invece, è il giorno della "morte di Dio", il giorno che esprime e anticipa l'ineaudita esperienza del nostro tempo: la sensazione che Dio è semplicemente assente, che la tomba lo ricopre, che egli non è più desto, non parla più, sicchè non c'è più nemmeno bisogno di contestarne l'esistenza, ma si può tranquillamente farne a meno.
"Dio è morto, e noi l'abbiamo ucciso" . Questa lapidaria affermazione di Nietzsche appartiene, quanto a linguaggio, alla tradizione della pietà cristiana centrata sulla Passione ed esprime il senso del Sabato santo, la 'discesa agli inferi'.
In relazione a questo articolo mi vengono sempre alla mente due scene bibliche. Innanzitutto quel crudele episodio dell'Antico Testamento , in cui Elia incita i sacerdoti di Baal a impetrare dal loro Dio il fuoco per il sacrificio. Essi lo fanno, ma naturalmente non succede nulla. Allora egli lo schernisce, esattamente come un illuminista sbeffeggia la persona pia, trovandola ridicola quando non ottiene nulla con la sua preghiera. Il profeta li prende in giro, facendo loro osservare che forse non hanno pregato a voce abbastanza alta: "Gridate con voce più alta, perchè certo egli è un dio! Forse è soprappensiero oppure indaffarato e in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglierà!" (1 Re 18,27). Rileggendo oggi questo scherno rivolto ai devoti di Baal , ci si può certamente sentire un pò sconcertati; si può avere la sensazione che ora noi stessi ci troviamo in una situazione del genere, e che quello scherno tocchi ora a noi.
Nessun grido sembra più capace di risvegliare Dio. Il razionalista pare tranquillamente autorizzato a dirci: pregate più forte, forse allora il vostro Dio si sveglierà. "Discese nel regno dei morti": questa frase sembra proprio dire la verità della nostra ora, lo sprofondamento di Dio nel mutismo, nel cupo silenzio dell'assente.
Ma accanto alla storia di Elia e alla sua analogia neotestamentaria nel racconto del Signore che dorme durante l'infuriare della tempesta sul lago (Mc 4,35-41 par.), affiora qui alla memoria anche il racconto di Emmaus (lLc 24,13-35). I discepoli sconvolti parlano della morte della loro speranza. Per essi è accaduto quacosa che assomiglia alla morte di Dio: il punto in cui Dio sembrava avere defìnitivamente parlato è stato cancellato. L'inviato di Dio è morto, e quindi si è fatto il vuoto assoluto.
Nulla più risponde. Ma proprio mentre vanno parlando della morte della loro speranza, ormai incapaci di vedere Dio, essi non avvertono che proprio questa speranza è lì viva in mezzo a loro. Non avvertono che 'Dio', o piuttosto l'idea che si erano fatti della sua promessa, doveva morire per poi rivivere più grande di prima. L'immagine che si erano formata di Dio, e nella quale avevano tentato di comprimerlo, doveva essere distrutta perchè essi potessero, per così dire sulle rovine della casa demolita, rivedere il cielo e Quello stesso che resta sempre l'infinitamente più grande. IL poeta Eichendorff ha formulato questo pensiero con ricchezza di sentimento, in un modo che a noi appare quasi ingenuo, ma è tipico del suo secolo:
Tu sei colui che distrugge con mite mano ciò che noi costruiamo sul nostro capo; e lo fai dolcemente, per farci rivedere il cielo.
Ecco perchè non me ne lamento.
Allo stesso modo, l'articolo di fede sulla discesa del Signore agli inferi ci rammenta come della rivelazione cristiana non faccia parte solo la parola di Dio, ma anche il silenzio di Dio.
Dio non è soltanto la parola comprensibile che viene a noi; è anche il fondamento nascosto e inaccessibile, incompreso e inafferrabile, che si sottrae a noi. Certo, nel cristianesimo c'è un primato del Logos, della Parola, sul silenzio. Dio ha parlato. Dio è parola. Ma non dobbiamo per questo dimenticare la verità del perenne nascondimento di Dio. Solo dopo averlo sperimentato come silenzio, possiamo sperare di percepire anche il suo parlare che risuona nel silenzio.
La cristologia procede oltre la croce, il momento in cui si coglie l'amore divino, per entrare nella morte, nel silenzio e nell'occultamento di Dio. Possiamo allora meravigliarci se la chiesa, se la vita stessa del singolo, vengono continuamente introdotte in quest'ora del silenzio, nel dimenticato e accantonato articolo "Discese agli inferi"?
Se si pensa a questo, la questione delle prove dalla 'Scrittura' si risolve da sè. Per lo meno nel grido di Gesù al momento della sua morte: "Dio mio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato?" (Mc 15,34), percepiamo il mistero della discesa di Gesù agli inferi come un lampo nell'oscurità della notte. Non dimentichiamo che questa invocazione del Crocifisso è la frase iniziale di una preghiera di Israele (Sal 22(21),2), nella quale si riassumono in maniera toccante l'afflizione e la speranza di questo popolo scelto da Dio e ora da lui abbandonato nel modo apparentemente più desolante.
Tale preghiera, che sgorga dalla più profonda afflizione per la tenebra in cui Dio si è avvolto, termina con un inno alla grandezza di Dio . Anche questo è presente nel grido di morte emesso da Gesù, grido che Ernst Kasermann ha concisamente connotato come una preghiera dall'inferno, come l'ergersi del primo Comandamento nel deserto dell'apparente assenza di Dio: "Il Figlio mantiene ancora salda la fede, anche adesso che la fede sembra divenuta un non -senso e la realtà terrena proclama che Dio è assente, il Dio di cui non per nulla parlano il primo ladrone e la folla schernitrice. Il suo grido non è rivolto alla vita e alla sopravvivenza, non a se stesso, bensì al Padre. Il suo grido si contrappone alla realtà del mondo intero".
E allora, abbiamo ancora bisogno di chiederci che significato debba avere la preghiera nella nostra ora di tenebra? Può forse essere qualcosa di diverso dal grido dal profondo, assieme al Signore che è 'disceso agli inferi' e ha riaffermato la vicinanza di Dio proprio nel mezzo dell'abbandono da parte di Dio?
Tentiamo di fare anche un'altra riflessione, per penetrare in questo poliedrico mistero che da un lato solo non è possibile chiarire. Prendiamo innanzitutto atto di una constatazione esegetica. Ci si dice che, nel nostro articolo di fede, la parola 'inferi' ('inferno') sarebbe solo un'errata traduzione di She' ol (in greco Hades), con cui gli ebrei designavano lo stato oltre la morte, che veniva immaginato molto vagamente come una specie di esistenza umbratile, più un non-essere che un essere.
Pertanto, la frase avrebbe originariamente significato solo che Gesù era entrato nello She' ol, ossia che era morto. Ora, ciò potrà anche essere assolutamente giusto. Ma resta pur sempre da vedere se la cosa si è così davvero semplificata, divenendo meno misteriosa di prima. Io ritengo, invece, che proprio ora il problema presenti il suo vero volto: la morte e ciò che accade qunado uno muore, ossia quando entra nel regno della morte. Di fronte a questo problema dobbiamo tutti confessare il nostro imbarazzo. Nessuno sa realmente che cosa succeda, perchè tutti viviamo al di qua della morte, non abbiamo alcuna esperienza della morte.
Possiamo, però, forse tentare di avvicinarci proprio partendo ancora una volta dal grido di Gesù sulla croce, in cui abbiamo colto il nucleo centrale di ciò che significa la discesa di Gesù agli inferi, la sua partecipazione al destino di morte degli uomini..
In quest'ultima preghiera di Gesù, come del resto anche nella scelta dell'Orto degli ulivi, il nucleo più profondo della sua passione non sembra essere qualche dolore fisico, bensì la radicale solitudine, il completo abbandono. Ora qui viene alla luce, in definitiva, semplicemente l'abissale solitudine dell'uomo: dell'uomo che nel suo intimo è solo. Questa solitudine, che viene si per lo più camuffata in svariati modi, ma che rimane la vera situazione dell'uomo, denota al contempo la più stridente contraddizione con la natura dell'uomo, che non può vivere da solo, ma ha bisogno di essere con gli altri. La solitudine è perciò la regione dell'angoscia, radicata nella condizione di essere abbandonato in cui l'essere si trova, che deve essere e tuttavia è costretto ad affrontare l'impossibile.
Cerchiamo di spiegarci meglio con un esempio. Quando un bambino si trova obbligato ad attraversare un bosco da solo, in una notte oscura, è preso dal terrore, anche se gli è stato dimostrato nella maniera più convincente che non c'è assolutamente nulla di cui debba temere.
Nel momento in cui si trova solo nelle tenebre, e sperimenta così radicalmente il senso della solitudine, insorge in lui la paura, l'autentica paura dell'uomo, che non è paura di fronte a qualcosa, bensì paura e basta. La paura di fronte a qualcosa di determinato è in fondo innocua: può essere scacciata togliendo di mezzo l'oggetto che la provoca.
Tanto per fare un esempio, quando uno ha paura di un cane che morde, si fa presto a rimediare legando il cane alla catena. Nel caso nostro, invece, ci imbattiamo in qualcosa di ben più profondo: l'uomo, allorchè finisce nell'estrema solitudine, non trema di fronte a qualcosa di determinato, che può esere eliminato; prova invece il terrore della solitudine, avverte l'aspetto inquietante e il senso di essere abbandonato propri della sua stessa condizione, non superabili per via razionale. Aggiungiamo ancora: quando uno deve vegliare un morto da solo e di notte in una stanza, avvertirà pur sempre la sua situazione con una certa inquietudine, anche se non vuole ammetterlo ed è in grado di convincersi razionalmente che le sue sensazioni sono prive di oggetto. Di per sè, egli sa benissimo che il morto non può fargli assolutamente nulla e che la sua situazione sarebbe probabilmente assai più pericolosa se la persona che veglia fosse ancora viva.
Ciò che qui affiora è un tipo completamente diverso di paura: non è la paura di fronte a qualcosa, bensì la sinistra angoscia della solitudine in sè, nell'essere solo con la morte, l'essere-abbondanato dell'esistenza.
Dobbiamo ora chiederci: com'è possibile vincere tale paura, se la prova dell'inconsistenza del pericolo fallisce? Ebbene, il bambino sarà libero dalla sua paura nel momento in cui troverà una mano che stringa la sua e lo guidi, quando sentirà una voce che gli parli; nel momento, quindi, in cui sperimenterà la compagnia di una persona che gli vuole bene.
E anche colui che si trova solo col morto, sentirà sparire la paura non appena un'altra persona sia con lui, non appena avverta la vicinanza di un 'tu'. In questo superamento della paura si rivela allo stesso tempo, di nuovo, la sua natura: come essa sia il terrore della solitudine, l'angoscia di un essere che può vivere solo insieme con altri. La vera paura dell'uomo può essere superata non con l'intelletto, bensì soltanto grazie alla presenza di una persona che gli voglia bene.
Dobbiamo approfondire ulteriormente il nostro interrogativo. Se ci fosse una solitudine in cui nessuna parola di un altro potesse più penetrare a cambiare la situazione, se si verificasse un abbandono talmente profondo da non permettere più ad alcun 'tu' di raggiungere chi è abbandonato, avremmo allora uno stato di vera e totale solitudine , quello stato spaventoso che il teologo chiama 'inferno' .
Che cosa significhi questa parola, lo possiamo esattamente definire a partire da quanto abbiamo detto: essa denota una solitudine in cui non penetra più la parola dell'amore e che costituisce quindi l'autentica situazione di esistenza abbandonata. A questo proposito, a chi non viene in mente come poeti e filosofi del nostro tempo esprimono l'opinione che, in fondo, tutti gli incontri fra uomini si arrestano alla superficie, sicchè nessun uomo ha accesso alla vera profondità dell'altro?
Nessuno, quindi, può realmente raggiungere l'intimo dell'altro; ogni incontro, per bello che sembri, si limita in sostanza ad anestetizzare l'insanabile ferita della solitudine. Nel più profondo della nostra esistenza, perciò, abiterebbe l'inferno, la disperazione: la solitudine, insomma, che è tanto ineluttabile quanto raccapricciante. E' noto come Sartre abbia costruito su quest'idea tutta la sua antropologia. Ma anche un poeta, in apparenza così conciliante e sereno come Hermann Hesse lascia trapelare, in fondo, gli stessi pensieri:
E' strano camminare nella nebbia!
Vivere vuol dire essere soli.
Nessun uomo conosce l'altro:ognuno è solo!
In effetti, una cosa è certa: c'è una notte nel cui abbandono non scende alcuna voce; c'è una porta per la quale possiamo passare esclusivamente da soli: la porta della morte. Ogni paura del mondo è, in definitiva, paura di questa solitudine. Si capisce allora perchè l'Antico Testamento abbia una sola parola per indicare sia gli inferi sia la morte: la parola She' ol. In fondo, per esso le due situazioni sono identiche. La morte è la solitudine, semplicemente. Ma quella solitudine in cui nemmeno l'amore riesce più a penetrare, quella è davvero l''inferno'.
Siamo così tornati nuovamente al punto di partenza, all'articolo di fede che afferma la discesa di Gesù agli inferi. Questa frase ci conferma quindi che Cisto ha varcato la soglia della nostra ultima solitudine, calandosi con la sua passione in questo abisso del nostro estremo abbandono. Là dove nessuna voce è più in grado di raggiungerci, lì egli è presente.
Con ciò l'inferno è vinto, o - per essere più esatti - la morte, che prima era l''inferno', ora non lo è più.
Nessuna delle due realtà è più la stessa di prima, perchè al centro della morte c'è la vita, perchè l'amore abita ora al centro di essa. Soltanto la chiusura in se stessi, voluta di proposito, è ora l''inferno', o- per dirla con la Bibbia - la seconda morte (per esempio, Ap 20,14).
Il morire, invece, non è più la via che porta alla solitudine glaciale, le porte dello She' ol sono state sfondate. Io credo che a partire da qui si possono comprendere le immagini dei Padri, a prima vista di sapore così mitologico, che ci parlano di Gesù che ha fatto uscire i morti, di apertura delle porte; e diventa comprensibile anche quel testo, apparentemente così mitico, del vangelo di Matteo, dove si afferma che alla morte di Gesù si sono aperti i sepolcri e sono risuscitati i corpi di molti santi (Mt 27, 52). La porta della morte resta aperta, da quando nella morte abita la vita: l'amore...
Da Joseph Ratzinger, "Introduzione al cristianesimo. Lezioni sul Simbolo apostolico", Edizioni Queriniana 2005
Ieri Papa Francesco ha telefonato a Benedetto XVI. Il contenuto del briefing di Lombardi nei commenti di Salvatore Izzo
PAPA: IERI HA TELEFONATO A BENEDETTO XVI
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 mar.
Ieri, dopo la Messa Crismale nella Basilica di San Pietro, Papa Francesco ha telefonato a Benedetto XVI, che si trova a Castel Gandolfo dal 28 febbraio scorso, per "esprimere comunione e affetto nel giorno in cui i presbiteri rinnovano le loro promesse sacerdotali".
"Ieri - ha poi confermato il portavoce padre Federico Lombardi nel suo briefing di oggi - il Papa dopo la celebrazione della messa del crisma ha chiamato il Papa Emerito, e' stata una lunga e intensa telefonata con il senso della comunione tra loro". Secondo il portavoce vaticano, e' stata "una telefonata molto bella, intensa e significativa".
© Copyright (AGI)
PAPA: LOMBARDI, IERI IL PRANZO CON I PRETI E' STATO DA BECCIU
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 mar.
"Ieri il Papa e' stato a pranzo con alcuni sacerdoti a casa di monsignor Angelo Giovanni Becciu, sostituto della Segreteria di Stato". Ne ha dato notizia il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, integrando le informazioni trapelate ieri sera.
"Monsignor Becciu - ha spiegato padre Lombardi - da quando era nunzio usa invitare a pranzo alcuni sacerdoti che lui conosce, impegnati in diversi modi soprattutto nel campo della pastorale, della caritas, dei rom. Un altro sacerdote e' handicappato, un altro e' la guida spirituale di altri sacerdoti". "Il Santo Padre ha voluto unirsi a questo pranzo, nell'appartamento del sostituto, dove c'e' stata una bella conversazione perche' c'erano molte storie da raccontare".
© Copyright (AGI)
PAPA: LOMBARDI, NON PARLA IN SPAGNOLO PER NON DARE IMPRESSIONE PRIVILEGI
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 mar.
"Certamente ha colpito che un Papa di lingua spagnola non ha letto sintesi e saluti in quella lingua all'Udienza Generale, penso che lo abbia fatto per non dare l'impressione di un criterio di preferenza per l'uno o l'altro, leggendo il testo solo in italiano per motivi di preparazione o di fatica". Cosi' il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano perche' Papa Francesco non abbia usato finora lo spagnolo ne' altre lingue a parte una frase pronunciata proprio in spagnolo il 16 febbraio nell'udienza con i giornalisti, per spiegare perche' per rispettare le loro coscienze li avrebbe benedetti nel suo cuore e non in modo solenne.
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PAPA: HA LAVATO PIEDI ANCHE A RAGAZZE PER RAGIONI PASTORALI
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 mar.
"La regola classica e' la lavanda dei piedi e' riservata agli uomini pensando ai 12 apostoli. La pratica pastorale della Chiesa, dei pastori cioe' che hanno l'odore delle pecore, tiene in conto pero' la situazione concreta, la comunita' quindi in cui si celebra, considerato che questo rito non e' codificato in leggi fondamentali.
Quella di Casal del Marmo era una comunita' particolare formata da ragazzi e ragazze, e il Papa voleva far sperimentare loro lo spirito di servizio". Padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, ha risposto cosi' alle domande dei giornalisti sulla presenza di ragazze nel gruppo dei 12 giovani detenuti ai quali il Papa ieri ha lavato i piedi nella cappella del carcere di Casal del Marmo.
"Era una comunita' - ha spiegato padre Lombardi ai giornalisti - a cui rivolgersi con cose essenziali e semplici, in questo senso la scelta di inserire anche ragazze nei 12 e' stata del tutto normale. Il criterio era rappresentare le diverse etnie presenti in questa comunita', e le ragazze erano parte importnti di questo gruppo. Per questo c'erano ragazze anche due islamici". Secondo il portavoce, quindi, quella del nuovo Papa "e' stata cioe' una lettura pastorale: tutti erano molto commossi, alcuni piangevano, e mi hanno detto che prima della lavanda uno dei giovani ha chiesto di essere sostituito perche' si sentiva troppo emozionato". Il Papa ha poi dato la benedizione a tutti, a differenza che nell'udienza del 16 marzo ai giornalisti (quando il Pontefice diede la benedizione nel suo cuore e non in modo solenne per rispettare le diverse appartenenze religiose) perche', ha concluso padre Lombardi, "tutti quelli che erano nella Cappella c'erano andati liberamente e c'era stato un cammino di preparazione e avvicinamento alla liturgia di ieri".
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PAPA: DOMANI VIDEOMESSAGGIO PER OSTENSIONE TELEVISIVA SINDONE
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 mar.
"Domani pomeriggio Papa Francesco interverra' con un videomessaggio all'Ostensione televisiva della Sindone nel giorno del sabato santo". Lo ha reso noto il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, che ha ricordato che la trasmissione, "molto ben preparata", e' a cura della Rai in collaborazione con il progranmma della Cei "A Sua Immagine". "Per questa occasione - ha detto - e' stato chiesto un messaggio al Papa, che e' stato gia' registrato ed e' pronto per essere inserito al momento che decideranno l'arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia e la regia".
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PAPA: LOMBARDI, PER ORA MONSIGNOR XUEREB E' IL SUO SEGRETARIO
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 mar.
"Monsignor Alfred Xuereb e' il segretario del Papa". Lo ha spiegato ai giornalisti il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, rispondendo a una domanda sul ruolo assunto, accanto a Papa Francesco, dal sacerdote maltese, secondo segretario di Benedetto XVI . "In questa fase - ha aggiunto Lombardi - e' cosi', ma se e' una soluzione stabile non lo so. Comunque siamo tutti molto contenti di lui e della sua cortesia ed efficienza".
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PAPA: LOMBARDI, I GESUITI NON CANTANO
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 mar.
"I gesuiti non cantano e non sono amanti delle rubriche liturgiche". E' un vecchio detto, che padre Federico Lombardi ha rispolverato oggi per rispondere a domande sul fatto che Papa Francesco preferisce uno stile molto austero nelle liturgie e finora non lo si e' sentito cantare.
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Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 mar.
Ieri, dopo la Messa Crismale nella Basilica di San Pietro, Papa Francesco ha telefonato a Benedetto XVI, che si trova a Castel Gandolfo dal 28 febbraio scorso, per "esprimere comunione e affetto nel giorno in cui i presbiteri rinnovano le loro promesse sacerdotali".
"Ieri - ha poi confermato il portavoce padre Federico Lombardi nel suo briefing di oggi - il Papa dopo la celebrazione della messa del crisma ha chiamato il Papa Emerito, e' stata una lunga e intensa telefonata con il senso della comunione tra loro". Secondo il portavoce vaticano, e' stata "una telefonata molto bella, intensa e significativa".
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PAPA: LOMBARDI, IERI IL PRANZO CON I PRETI E' STATO DA BECCIU
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 mar.
"Ieri il Papa e' stato a pranzo con alcuni sacerdoti a casa di monsignor Angelo Giovanni Becciu, sostituto della Segreteria di Stato". Ne ha dato notizia il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, integrando le informazioni trapelate ieri sera.
"Monsignor Becciu - ha spiegato padre Lombardi - da quando era nunzio usa invitare a pranzo alcuni sacerdoti che lui conosce, impegnati in diversi modi soprattutto nel campo della pastorale, della caritas, dei rom. Un altro sacerdote e' handicappato, un altro e' la guida spirituale di altri sacerdoti". "Il Santo Padre ha voluto unirsi a questo pranzo, nell'appartamento del sostituto, dove c'e' stata una bella conversazione perche' c'erano molte storie da raccontare".
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PAPA: LOMBARDI, NON PARLA IN SPAGNOLO PER NON DARE IMPRESSIONE PRIVILEGI
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 mar.
"Certamente ha colpito che un Papa di lingua spagnola non ha letto sintesi e saluti in quella lingua all'Udienza Generale, penso che lo abbia fatto per non dare l'impressione di un criterio di preferenza per l'uno o l'altro, leggendo il testo solo in italiano per motivi di preparazione o di fatica". Cosi' il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, ha risposto ai giornalisti che gli chiedevano perche' Papa Francesco non abbia usato finora lo spagnolo ne' altre lingue a parte una frase pronunciata proprio in spagnolo il 16 febbraio nell'udienza con i giornalisti, per spiegare perche' per rispettare le loro coscienze li avrebbe benedetti nel suo cuore e non in modo solenne.
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PAPA: HA LAVATO PIEDI ANCHE A RAGAZZE PER RAGIONI PASTORALI
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 mar.
"La regola classica e' la lavanda dei piedi e' riservata agli uomini pensando ai 12 apostoli. La pratica pastorale della Chiesa, dei pastori cioe' che hanno l'odore delle pecore, tiene in conto pero' la situazione concreta, la comunita' quindi in cui si celebra, considerato che questo rito non e' codificato in leggi fondamentali.
Quella di Casal del Marmo era una comunita' particolare formata da ragazzi e ragazze, e il Papa voleva far sperimentare loro lo spirito di servizio". Padre Federico Lombardi, portavoce della Santa Sede, ha risposto cosi' alle domande dei giornalisti sulla presenza di ragazze nel gruppo dei 12 giovani detenuti ai quali il Papa ieri ha lavato i piedi nella cappella del carcere di Casal del Marmo.
"Era una comunita' - ha spiegato padre Lombardi ai giornalisti - a cui rivolgersi con cose essenziali e semplici, in questo senso la scelta di inserire anche ragazze nei 12 e' stata del tutto normale. Il criterio era rappresentare le diverse etnie presenti in questa comunita', e le ragazze erano parte importnti di questo gruppo. Per questo c'erano ragazze anche due islamici". Secondo il portavoce, quindi, quella del nuovo Papa "e' stata cioe' una lettura pastorale: tutti erano molto commossi, alcuni piangevano, e mi hanno detto che prima della lavanda uno dei giovani ha chiesto di essere sostituito perche' si sentiva troppo emozionato". Il Papa ha poi dato la benedizione a tutti, a differenza che nell'udienza del 16 marzo ai giornalisti (quando il Pontefice diede la benedizione nel suo cuore e non in modo solenne per rispettare le diverse appartenenze religiose) perche', ha concluso padre Lombardi, "tutti quelli che erano nella Cappella c'erano andati liberamente e c'era stato un cammino di preparazione e avvicinamento alla liturgia di ieri".
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PAPA: DOMANI VIDEOMESSAGGIO PER OSTENSIONE TELEVISIVA SINDONE
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 mar.
"Domani pomeriggio Papa Francesco interverra' con un videomessaggio all'Ostensione televisiva della Sindone nel giorno del sabato santo". Lo ha reso noto il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, che ha ricordato che la trasmissione, "molto ben preparata", e' a cura della Rai in collaborazione con il progranmma della Cei "A Sua Immagine". "Per questa occasione - ha detto - e' stato chiesto un messaggio al Papa, che e' stato gia' registrato ed e' pronto per essere inserito al momento che decideranno l'arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia e la regia".
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PAPA: LOMBARDI, PER ORA MONSIGNOR XUEREB E' IL SUO SEGRETARIO
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 mar.
"Monsignor Alfred Xuereb e' il segretario del Papa". Lo ha spiegato ai giornalisti il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, rispondendo a una domanda sul ruolo assunto, accanto a Papa Francesco, dal sacerdote maltese, secondo segretario di Benedetto XVI . "In questa fase - ha aggiunto Lombardi - e' cosi', ma se e' una soluzione stabile non lo so. Comunque siamo tutti molto contenti di lui e della sua cortesia ed efficienza".
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PAPA: LOMBARDI, I GESUITI NON CANTANO
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 mar.
"I gesuiti non cantano e non sono amanti delle rubriche liturgiche". E' un vecchio detto, che padre Federico Lombardi ha rispolverato oggi per rispondere a domande sul fatto che Papa Francesco preferisce uno stile molto austero nelle liturgie e finora non lo si e' sentito cantare.
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La celebrazione della Passione del Signore, l'omelia di Cantalamessa ed il commento di mons. Crociata (Izzo)
PAPA: SI STENDE SU PAVIMENTO S. PIETRO PER ADORARE LA CROCE
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 mar.
Papa Francesco si e' tolto la mitria e si e' steso sul pavimento della Basilica di San Pietro all'inizio del rito dell'adorazione della Croce. Lo stesso gesto aveva compiuto anche Benedetto XVI nei primi anni del suo Pontificato.
Successivamente, Papa Francesco, per baciare la croce, quando e' arrivata in processione davanti a lui, ha tolto casula e zucchetto. Benedetto XVI, in questo momento della celebrazione, toglieva anche le scarpe.
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PAPA: CANTALAMESSA SFERZA LA CURIA,NON IMPRIGIONARE IL VANGELO
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 mar.
La Chiesa non divenga mai un "castello complicato e ingombro", e "il messaggio possa uscire da essa libero e gioioso come quando inizio' la sua corsa".
E' stata questa l'esortazione che il predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa, ha rivolto - presente Papa Francesco - all'intera Curia Romana riunita nella Basilica di San Pietro per il rito dell'Adorazione della Croce. "Sappiamo quali sono gli impedimenti che possono trattenere il messaggero: i muri divisori, a partire da quelli che separano le varie chiese cristiane tra di loro, l'eccesso di burocrazia, i residui di cerimoniali, leggi e controversie passate, divenuti ormai solo dei detriti", ha detto il religioso dopo aver riassunto il celebre racconto del messaggero imprigionato nel castello, raccontato da Kafka.
"Nell'Apocalisse - ha aggiunto padre Cantalamessa - Gesu' dice che sta sulla porta e bussa. A volte, come ha osservato il nostro Papa Francesco, non bussa per entrare, ma bussa da dentro perche' vuole uscire: uscire - ha spiegato il cappuccino citando le parole di Papa Bergoglio - verso le periferie esistenziali del peccato, del dolore, dell'ingiustizia, dell'ignoranza e dell'indifferenza religiosa, di ogni forma di miseria".
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PAPA: CANTALAMESSA, FRANCESCO E' CHIAMATO A RIPARARE LA CHIESA
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 mar.
"Va', Francesco, ripara la mia Chiesa". Le parole rivolte al Poverello di Assisi dal Crocifisso della chiesetta di San Damiano sono risuonate questa sera nel massimo tempio della fede cattolica, la Basilica di San Pietro. A pronunciarle e' stato - alla presenza del nuovo Papa e dell'intera Curia Romana - padre Raniero Cantalamessa, il predicatore della Casa Pontificia.
Nell'omelia della celebrazione del Venerdi' Santo, il cappuccino ha paragonato la Chiesa di oggi a "certi edifici antichi che nel corso dei secoli, per adattarsi alle esigenze del momento, si sono riempiti di tramezzi, di scalinate, di stanze e stanzette". "Arriva il momento - ha spiegato - quando ci si accorge che tutti questi adattamenti non rispondono piu' alle esigenze attuali, anzi sono di ostacolo, e allora bisogna avere il coraggio di abbatterli e riportare l'edificio alla semplicita' e linearita' delle sue origini".
"Fu questa la missione che ricevette un giorno un uomo che pregava davanti al Crocifisso di San Damiano", ha osservato padre Cantalamessa nella sua omelia. Un impresa certo non facile, e il frate cappuccino ha voluto incoraggiare, con le parole di San Paolo, il Pontefice che vi si accinge. "'Chi mai e' all'altezza di questo compito?', si domandava atterrito l'Apostolo - ha ricordato il predicatore della Casa Pontificia - davanti al compito sovrumano di essere nel mondo 'il profumo di Cristo'; ed ecco la sua risposta che vale anche oggi: 'non gia' che siamo da noi stessi capaci di pensare qualcosa come se venisse da noi; la nostra capacita' viene da Dio. Egli ci ha resi idonei a essere ministri di un nuovo patto, non della lettera, ma dello Spirito; perche' la lettera uccide, ma lo Spirito vivifica'".
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PAPA: CANTALAMESSA, SI APRE PER LA CHIESA UN TEMPO NUOVO
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 mar.
Con l'inizio del Pontificato di Papa Francesco, "si apre per la Chiesa un tempo nuovo, pieno di speranza". Lo ha affermato il predicatore della Casa Pontificia, padre Raniero Cantalamessa, nell'omelia della celebrazione del Venerdi' Santo presieduta questa sera nella Basilica di San Pietro dal nuovo Papa. L'auspicio di padre Cantalamessa e' che "si ridesti negli uomini che sono alla finestra l'attesa del messaggio e nei messaggeri la volonta' di farlo giungere a essi, anche a costo della vita".
"Siamo giunti al vertice dell'Anno delle Fede, il dono che ci ha lasciato il Papa Emerito Benedetto XVI e abbiamo la possibilita' di prendere, in questo giorno, la decisione piu' importante della vita, quella - ha spiegato padre Raniero nell'omelia rivolta alla Curia Romana riunita in San Pietro - che spalanca davanti le porte dell'eternita': credere!".
"Cosa straordinaria - ha commentato - questo Venerdi' Santo celebrato in presenza del nuovo successore di Pietro, potrebbe essere, se lo vogliamo, il principio di una nuova vita. Basta che accettiamo di essere giustificati e non ci giustifichiamo da soli". "Sono gia' cominciati - ha assicurato Cantalamessa - i cieli nuovi e la terra nuova. Nonostante tutte le miserie, le ingiustizie, le mostruosita' esistenti sulla terra, in Gesu' si e' inaugurato gia' il definitivo ordine nel mondo.
Quello che vediamo con i nostri occhi puo' suggerirci il contrario, ma il male e la morte sono in realta' sconfitti per sempre. Le loro sorgenti sono disseccate; la realta' e' che Gesu' e' il Signore del mondo. Il male e' stato radicalmente vinto dalla redenzione da lui operata. La morte non e' piu' un muro contro cui si infrange ogni speranza umana; e' diventata un ponte verso l'eternita'. Un 'ponte dei sospiri', forse, perche' - ha concluso il religioso - a nessuno piace morire, ma un ponte, non piu' un abisso che tutto inghiotte".
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CATTOLICI: CROCIATA (CEI), DA ELEZIONE PAPA ARRIVA "UNA SVEGLIA"
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 mar.
Con l'elezione di Papa Francesco "tutto il mondo e' arrivato a casa nostra; il mondo intero, con le sue periferie, irrompe nella nostra esistenza e ci dice che non e' piu' tempo di tardare, di crogiolarsi. E' tempo di svegliarsi. Dobbiamo risvegliarci, andando verso gli altri, accogliendo il loro dono e le loro potenzialita'". Lo afferma il segretario della Cei, monsignor Mariano Crociata, in un'intervista al Servizio Informazione Religiosa. "L'augurio - sottolinea Crociata - e' che noi, come Chiesa, innanzitutto prendiamo coscienza e raccogliamo con gratitudine lo scossone, l'invito al risveglio, che ci viene da questo nuovo Pontificato". "I problemi che l'Italia vive in questo momento assumono un carattere drammatico e questo sguardo al nostro Paese ci permette di coniugare in maniera ulteriore la formidabile categoria della periferia", rileva Crociata nell'intervista.
"Queste condizioni periferiche - spiega - hanno un carattere profondamente drammatico che interpella tutti e, dunque, anche la comunita' ecclesiale, cui spetta il compito di stimolare la societa' e le istituzioni". "Papa Francesco - rileva monsignor Crociata - ha citato in uno degli interventi di questi giorni la 'dittatura del relativismo' di cui ha parlato piu' volte Benedetto XVI. La preoccupazione e' la stessa. Benedetto XVI l'ha affermato ripetutamente: questo Occidente si sta ripiegando su di se'". Per Crociata il messaggio dei due Papi e' lo stesso ed e' chiaro: " e' in atto una crisi di fede, che costituisce una grande minaccia". "Papa Francesco - ora - ci dice che non possiamo piu' guardare a tale dramma restando chiusi solo nel nostro mondo occidentale o europeo: per capire l'entita' del problema e per affrontarlo in modo adeguato abbiamo bisogno di collocarlo su scala mondiale, guardando ad esempio al Sud del mondo, con le grandi sue potenzialita' e con i suoi drammi spirituali e sociali". "Abbiamo bisogno - conclude il segretario della Cei - di questo grande orizzonte".
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GOVERNO: CROCIATA (CEI), RITARDI PER LE BEGHE TRA I PARTITI
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 29 mar.
"I problemi che l'Italia vive in questo momento assumono un carattere drammatico, il momento politico e' veramente cruciale e si rischia di non rispondere a esigenze pressanti ed essenziali per la vita dei cittadini a motivo di beghe tra le forze politiche". Lo denuncia il segretario della Cei, monsignor Mariano Crociata. "Pensiamo - spiega il vescovo - a coloro che perdono il lavoro o l'hanno visto notevolmente ridotto: persone di mezza eta', che intravedono il rischio di un fallimento della propria vita, senza possibilita' o, comunque, con scarsa possibilita' di rientrare nel mondo del lavoro. Pensiamo anche al numero incalcolabile di giovani che ritardano l'ingresso nel ciclo produttivo o lo vedono come un miraggio irraggiungibile".
Nell'intervista diffusa dal Servizio Informazione Religiosa della Chiesa Italiana, monsignor Crociata ammette che "il risultato elettorale ha reso veramente arduo il compito, e questo deve far riflettere tutti". "Ma adesso - osserva il segretario della Cei - le forze politiche hanno il compito di trovare una risposta". Monsignor Crociata evoca in proposito un'immagine cara a Papa Francesco, "la formidabile categoria delle periferie". "Occorre impegnarsi - sottolinea - perche' queste periferie non diventino luoghi di drammi umani, in qualche caso gia' in atto e che rischiano di aggravarsi sempre piu'". "Queste condizioni periferiche - rileva - hanno un carattere profondamente drammatico che interpella tutti e, dunque, anche la comunita' ecclesiale, cui spetta il compito di stimolare la societa' e le istituzioni". "Questo momento politico - conclude Crociata - e' veramente cruciale e si rischia di non rispondere a esigenze pressanti ed essenziali per la vita dei cittadini a motivo di beghe tra le forze politiche".
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Venerdì Santo, Papa Francesco prega steso per terra a S.Pietro come Benedetto XVI
Venerdì Santo, Papa Francesco prega steso per terra a S.Pietro
Emozione durante la celebrazione dei riti della Passione
Città del Vaticano (TMNews)
Emozione a San Pietro: durante le celebrazioni della Passione, Papa Francesco si è steso sul pavimento della basilica per pregare davanti alla Croce.Un gesto che anche Benedetto XVI aveva compiuto nei primi anni del proprio pontificato, ma che oggi assume, almeno nella lettura dei media, una valenza ancora più forte alla luce della consolidata immagine di umiltà e sobrietà che viene riconosciuta a Papa Bergoglio.E il pontefice argentino sembra aver lasciato la propria forte impronta anche sulle celebrazione della sua prima Settimana santa dopo l'elezione a successore di Pietro. (TMNews)
E certo...cio' che ha fatto Benedetto ha sempre una valenza minore...infatti si sa che egli non era ne' umile ne' sobrio. Cosi' poco umile e poco sobrio che si e' addirittura dimesso spogliandosi di tutto...R.
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| Benedetto XVI |
| Francesco |
I giovani libanesi della Via Crucis si raccontano: “Siamo fieri di essere un ponte tra Benedetto XVI e Francesco” (Assaf)
Clicca qui per leggere l'intervista segnalataci da Alessia.
Sindone, la battaglia dei reperti. Ma Fanti li ha buoni…(Tosatti)
Clicca qui per leggere il commento segnalatoci da Laura.
In comunione sacerdotale con Benedetto XVI (O.R.)
Su segnalazione di Laura leggiamo:
In comunione sacerdotale con Benedetto XVI
Papa Francesco ha telefonato a Benedetto XVI nella tarda mattinata del 28 marzo, dopo la celebrazione della messa crismale presieduta nella basilica vaticana. Nel giorno in cui i preti rinnovano le loro promesse il Pontefice ha voluto esprimere, in un lungo e significativo colloquio, il senso della comunione sacerdotale con il suo predecessore.
(©L'Osservatore Romano 30 marzo 2013)
In comunione sacerdotale con Benedetto XVI
Papa Francesco ha telefonato a Benedetto XVI nella tarda mattinata del 28 marzo, dopo la celebrazione della messa crismale presieduta nella basilica vaticana. Nel giorno in cui i preti rinnovano le loro promesse il Pontefice ha voluto esprimere, in un lungo e significativo colloquio, il senso della comunione sacerdotale con il suo predecessore.
(©L'Osservatore Romano 30 marzo 2013)
È venerdì santo. A Gesù hanno tolto tutto, la libertà, gli amici, la forza fisica. Adesso gli tolgono anche il suo corpo (Bosio)
Su segnalazione di Laura leggiamo:
Mai più altri sacrifici
Quell'uomo morto in croce, nudo, solo, abbandonato anche dal suo Dio, si è liberamente donato perché non siano possibili altri sacrifici. Come possono darsi altri sacrifici oltre a quello? Dopo la croce di Gesù, ogni uomo sacrificato sarà un uomo ucciso: sarà omicidio. Non si può più mettere a morte nessuno, nessuna morte può avere valore sacrale. L'epoca delle torture e dei sacrifici è chiusa per sempre
Laura Bosio
È venerdì santo. A Gesù hanno tolto tutto, la libertà, gli amici, la forza fisica. Adesso gli tolgono anche il suo corpo. Spogliato dei vestiti, viene esposto agli occhi di ognuno, nudo. Degli insolenti, che lo deridono; degli increduli, che lo sbeffeggiano; dei nemici, che lo condannano; degli impietosi, che lo disprezzano e lo insultano; dei pietosi, che distolgono lo sguardo; degli amici, che lo piangono.
Gesù viene incatenato alla croce, lo strumento di tortura riservato ai servi: il culmine della passione, nella breve parabola della sua esistenza sulla terra. Era già apparso sofferente in numerose vicende precedenti, fino al tristis est anima mea del Getsemani. Il termine greco, perilupos, rende meglio questa realtà rispetto al latino tristis: l’anima di Gesù non è soltanto triste e angosciata, è avvolta di dolore. Ormai sulla croce - il simbolo che in una lunga tradizione rimanda a un ordito che tutto connette, a una trama di linee verticali e orizzontali che nulla esclude - non può più niente se non pendere in silenzio e sopportare.
Per tre ore Gesù soffre. Sua madre e l’amico più caro sono ai piedi della croce. “Questo è tuo figlio” dice alla madre. “Questa è tua madre” dice a Giovanni. Stacca da sé persino il loro amore. È solo, non si può altrimenti: ha preso su di sé la colpa degli uomini e da solo la porterà davanti alla Giustizia. Nessuno deve essergli accanto quando regolerà la “terribile faccenda” con Dio.
Poi muore. E i “molti” che stanno attorno, dopo le sue ultime parole - che il Padre dovesse perdonare tutti perché nulla capivano, che era possibile essere quel giorno stesso con lui in paradiso, che aveva tremendamente sete e che tutto era davvero compiuto -, cominciano a sentire dentro di sé che forse quello che è accaduto li riguarda.
Quell’uomo morto in croce, nudo, solo, abbandonato anche dal suo Dio, si è liberamente donato perché non siano possibili altri sacrifici. Come possono darsi altri sacrifici oltre a quello? Dopo la croce di Gesù, ogni uomo sacrificato sarà un uomo ucciso: sarà omicidio. Non si può più mettere a morte nessuno, nessuna morte può avere valore sacrale. L’epoca delle torture e dei sacrifici è chiusa per sempre.
Tutti, credenti e non credenti, siamo chiamati in causa, siamo resi responsabili, ciascuno di noi: responsabili di chi non ha nemmeno l’essenziale per la sopravvivenza, di chi è malato e non ha di che curarsi, di chi è incarcerato perché crede in un Dio diverso o ama in modo diverso, di chi è costretto a tacere per censura preventiva, di chi è lasciato o spinto ai margini per pregiudizio, di chi è discriminato ed escluso per genere, etnia, appartenenza sociale e religiosa. Responsabili della salvezza degli altri, a partire anche dal sentimento all’apparenza più banale: non fare il male, prestare attenzione al prossimo. È un imperativo etico, è una legge della libertà.
“Tentiamo di scoprire il Dio che si rivela in Gesù davanti a tutti i nostri falsi dèi” scriveva David M. Turoldo in una Via Crucis: “Davanti al dio impassibile, al dio dominatore, al dio-vendetta, al dio garante delle nostre insicurezze, al dio-interesse, al dio-rifugio delle nostre viltà, al dio-paura… a quanti altri dèi?”.
Le ultime parole di Gesù sono parole di perdono per coloro che non sanno cosa fanno, parole di speranza per il suo compagno di supplizio, di consegna di noi tutti a una madre ideale, una donna capace di ascolto, di integrità, di comprensione. Amore senza ripensamenti, portato all’estremo.
Con la morte in croce di Gesù, la logica sacrificale viene interrotta: occhio per occhio, sacrificio dopo sacrificio, omicidio dopo omicidio. Gli uomini continuano a uccidere, a torturare, a discriminare, a far soffrire, ma non hanno più alcuna giustificazione per questo, umana e soprattutto divina. Non si possono fare guerre, infliggere supplizi carnali o morali in nome di Dio. Né si può vivere la misericordia senza essere squassati nel cuore di fronte all’ingiustizia, alla miseria, al dolore.
© Copyright Sir
Grazie Papa Benedetto! Una riflessione
Clicca qui per leggere la riflessione (che forse non tutti condivideranno) segnalataci da Giacomo.
Via Crucis al Colosseo. Le meditazioni scritte da giovani libanesi
Stasera prima Via Crucis di Papa Francesco al Colosseo. Le meditazioni scritte da giovani libanesi
Per la prima volta, questa sera, dalle 21.15, Papa Francesco sarà al Colosseo per presiedere il rito della Via Crucis in diretta mondovisione. Autori delle meditazioni di quest’anno sono alcuni giovani libanesi, sotto la guida del patriarca maronita, il cardinale Béchara Boutros Raï, che hanno sviluppato una intensa preghiera che abbraccia singole categorie di persone, come le donne e la loro dignità spesso violata, o i giovani vittime di felicità “artificiali”. Con una preghiera per la Chiesa, in particolare per quella che patisce in Medio Oriente. Il servizio di Alessandro De Carolis:
Ci sarà il mondo questa sera a portare la Croce tra le penombre create ad arte tra le arcate del Colosseo. Dalla Terra Santa alla Cina, dall’Africa all’America Latina, in poco più di venti si alterneranno nel seguire la pista sonora delle meditazioni che scandiranno le tappe della Via Dolorosa di Gesù, a partire dalla sua condanna che fa emergere in filigrana quei molti ‘Pilato’ che – si legge nel testo – “tengono nelle mani le leve del potere e ne fanno uso al servizio dei più forti”. Mentre al peso della Croce che piega le spalle di Gesù si aggiunge quello del mondo che piega le sue spalle sotto il “laicismo cieco”, che vuole soffocare la fede e la morale, o il “fondamentalismo violento che prende a pretesto la difesa dei valori religiosi”.
Poi, Gesù cade una prima volta – come spesso cade l’umanità quando si “accontenta” delle risposte parziali della scienza e non si pone le domande fondamentali della vita – quindi incontra sua Madre. Qui è il contatto tra due sofferenze che si cercano e dalle quali, si legge, “nasce un’umanità nuova”. E nasce anche una preghiera per le famiglie, perché in tempi per loro difficili siano “luoghi” della presenza di Gesù. La Via Crucis prosegue e sulla scena compare il Cireneo. È il simbolo dell’uomo che portando la sua croce dietro Gesù la accetta perché essa – si legge – “può inchiodare alla sedia ma non impedire di sognare”, “può appesantire l’anima ma non derubare della libertà”. Il gesto di pietà della Veronica che asciuga il viso di Gesù invita a fare altrettanto per l’uomo in miseria, che soffre. Aiutaci, invoca la preghiera che segue, ad “asciugare dal suo volto le tracce della povertà e dell’ingiustizia”. Arriva poi la seconda caduta. Gesù, si sottolinea, si rialza “forte della fiducia infinita” che nutre in Dio suo Padre. Per l’autore è l’occasione di ricordare chi questa fiducia rischia di perderla – come i cristiani in Medio Oriente – e dunque di pregare perché, pur in “una terra lacerata dall’ingiustizia”, siano consolati e resi forti.
L’incontro di Gesù con le donne lungo la Via Dolorosa è occasione per riflettere sulla loro dignità e quella di ogni donna. “Il mondo è pieno di madri afflitte”, di donne “violentate dalle discriminazioni, dall’ingiustizia e dalla sofferenza. O Cristo sofferente – termina la preghiera – sii la loro pace e il balsamo delle loro ferite”. La terza caduta di Gesù prima di giungere alla Croce accende la riflessione sulla Chiesa “oppressa sotto la croce delle divisioni” e la preghiera perché i cristiani si rialzino e avanzino “sulla via dell’unità”. La decima stazione – Gesù spogliato delle vesti – è in certo modo eco della settima: il pensiero va, si legge, “ai figli delle Chiese orientali” spogliati e indeboliti “da varie difficoltà”, come la persecuzione e l’emigrazione, per i quali viene invocato “il coraggio di restare nei loro Paesi e comunicare la Buona Novella”.
Nell’11.ma stazione riecheggiano i colpi di martello che inchiodano Gesù alla croce, ognuno dei quali è paragonato a un “battito del cuore” immolato che diventa rifugio per ogni persona. In particolare, qui la preghiera è per quei giovani, “vittime della droga, delle sette e delle perversioni”, perché la felicità che cercano la scoprano nell’Amore di chi ha dato la vita per loro. La dodicesima stazione è il momento del grido di abbandono e della morte e il pensiero è perché sia aperto il cuore di chi la morte la provoca pensando di difendere un diritto con l’aborto, l’eutanasia, o la mette in pericolo con tecniche rischiose. Poi, Gesù viene calato dalla croce in braccio a sua Madre. Sembra la vittoria della violenza e invece è un seme di pace: quella che in questa circostanza viene invocata per i Paesi in guerra e specie per il Medio Oriente, perché – è l’auspicio – “recuperi lo splendore della sua vocazione di culla di civiltà e di valori spirituali e umani”. Infine, il sepolcro. È il momento in cui, si nota, la morte “esige una speranza salda, una fede viva”. La preghiera è per chi “cerca il senso della vita” e per “quanti hanno perso la speranza”, perché non si accontentino più “di una vita priva di bellezza e di significato”.
Tre degli autori delle meditazioni della Via Crucis porteranno stasera la Croce e le fiaccole durante il rito al Colosseo. Sono Gioia, Carlos e Marielle, tutti membri del Patriarcato maronita di Berké. Al microfono di Marie Duhamel, della redazione francese della nostra emittente, raccontano dei pensieri che hanno voluto trasfondere nei loro testo e della loro reazione alla richiesta di preparare la Via Crucis per Papa Francesco:
R. – E’ stato veramente un privilegio, l’onore di preparare qualcosa di così grande come questo.
R. – Signore, mi sono detto, è una Grazia: chi sono io, poi, per redigere i testi delle meditazioni per la Via Crucis?...
R. – E’ stato uno choc all’inizio, c’è stato panico, non sapevamo cosa fare, in cosa aiutare… Poi, man mano, abbiamo visto come funzionava e abbiamo cominciato…
R. – Tutti i giovani delle Chiese hanno partecipato alla stesura di queste meditazioni. I giovani della Chiesa latina hanno scritto per una stazione, poi i giovani di quella melkita-cattolica, i giovani armeni, i caldei… C’era proprio un grande spirito di comunione.
D. – Ci siamo presi una vacanza dal nostro lavoro giornaliero, qualche giorno per pensare, per pregare. Siamo stati come una famiglia che lavora insieme per la preparazione e dunque il tempo di questa preparazione è stato un tempo molto forte, di fratellanza.
R. – A livello personale non ero troppo ferrata nelle Scritture, forse non ho tutto questo bagaglio ma certo sono stata presente con la mia preghiera. Ho pregato sempre per comunicare al mondo quello che abbiamo vissuto, perché queste stazioni riflettano veramente quello che stiamo vivendo.
R. – Abbiamo cercato di portare, con la croce di Gesù, le sofferenze dell’Oriente.
R. - Abbiamo pregato per i giovani siriani, i giovani iracheni, i giovani della Terra Santa che stanno attraversando un tempo di guerra e di terrorismo. Siamo in comunione, soprattutto i noi cristiani di questa regione.
R. - Tutti cercano la fede, tutti difendono la vita umana, sono punti comuni all’Oriente e all’Occidente. Ma, certo, abbiamo la nostra sofferenza, il nostro grido per la pace, per la non discriminazione, il nostro grido per la vita… veramente, è il nostro grido dell’Oriente!
R. - Sì, la sofferenza crea una maturità, aiuta molto a scrivere di cuore.
R. - Leggendo queste preghiere, troverete sì la sofferenza ma anche la speranza.
R. - Sappiamo di essere nel cuore del Signore. Abbiamo condiviso questo Calvario, se così si può dire, in un altro modo, ma non ci fermiamo qui. Non ci fermiamo alla 14.ma stazione della Via Crucis: c’è una 15.ma stazione, che è la Risurrezione, che ci porta a vivere nuovamente e pienamente.
R. – Anche se portiamo l’Oriente con tutte le sue sofferenze, abbiamo la piena fiducia che il nostro Oriente sia anche un porto di speranza, un luogo di testimonianza, un luogo dove veramente si può vivere la fede.
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Benedetto XVI: Esiste una inscindibile connessione fra l’Ultima Cena e la morte di Gesù
Dalla catechesi di Benedetto XVI pronunciata il 31 marzo 2010:
Il Venerdì Santo faremo memoria della passione e della morte del Signore. Gesù ha voluto offrire la sua vita in sacrificio per la remissione dei peccati dell’umanità, scegliendo a tal fine la morte più crudele ed umiliante: la crocifissione. Esiste una inscindibile connessione fra l’Ultima Cena e la morte di Gesù. Nella prima Gesù dona il suo Corpo e il suo Sangue, ossia la sua esistenza terrena, se stesso, anticipando la sua morte e trasformandola in un atto di amore. Così la morte che, per sua natura, è la fine, la distruzione di ogni relazione, viene da lui resa atto di comunicazione di sé, strumento di salvezza e proclamazione della vittoria dell’amore. In tal modo, Gesù diventa la chiave per comprendere l’Ultima Cena che è anticipazione della trasformazione della morte violenta in sacrificio volontario, in atto di amore che redime e salva il mondo.
IL TESTO INTEGRALE DELLA CATECHESI
Il Venerdì Santo faremo memoria della passione e della morte del Signore. Gesù ha voluto offrire la sua vita in sacrificio per la remissione dei peccati dell’umanità, scegliendo a tal fine la morte più crudele ed umiliante: la crocifissione. Esiste una inscindibile connessione fra l’Ultima Cena e la morte di Gesù. Nella prima Gesù dona il suo Corpo e il suo Sangue, ossia la sua esistenza terrena, se stesso, anticipando la sua morte e trasformandola in un atto di amore. Così la morte che, per sua natura, è la fine, la distruzione di ogni relazione, viene da lui resa atto di comunicazione di sé, strumento di salvezza e proclamazione della vittoria dell’amore. In tal modo, Gesù diventa la chiave per comprendere l’Ultima Cena che è anticipazione della trasformazione della morte violenta in sacrificio volontario, in atto di amore che redime e salva il mondo.
IL TESTO INTEGRALE DELLA CATECHESI
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