Il Signore mi chiama a "salire sul monte", a dedicarmi ancora di più alla preghiera... (Benedetto XVI, 24 febbraio 2013)
sabato 1 dicembre 2012
SENTENZA DEL TRIBUNALE VATICANO NEL PROCEDIMENTO PENALE A CARICO DI CLAUDIO SCIARPELLETTI
VATILEAKS: I PROCESSI A PAOLO GABRIELE E CLAUDIO SCIARPELLETTI. LO SPECIALE DEL BLOG
SENTENZA DEL TRIBUNALE DELLO STATO DELLA CITTÀ DEL VATICANO NEL PROCEDIMENTO PENALE A CARICO DEL SIGNOR SCIARPELLETTI CLAUDIO , 01.12.2012
IL TRIBUNALE
Composto dai signori Magistrati
1) Ill.mo Sig. Prof. Giuseppe Dalla Torre, Presidente
2) Ill.mo Sig. Prof. Avv. Paolo Papanti-Pelletier, Giudice estensore
3) Ill.mo Sig. Prof. Avv. Venerando Marano, Giudice
riunito in Camera di Consiglio
ha pronunciato la seguente
SENTENZA
nel procedimento penale prot. N. 19/12 Reg. Gen. Pen.
a carico di
SCIARPELLETTI CLAUDIO, (...) nato a Roma il 29 luglio 1964, cittadino italiano, residente a (...), difeso in giudizio dall’Avv. Gianluca Benedetti, elettivamente domiciliato nella Città del Vaticano presso la Cancelleria del Tribunale,
imputato
del reato di favoreggiamento, ai sensi dell’art. 225 c.p.
Fatto e diritto
1. Con sentenza del 13 agosto 2012 il Giudice Istruttore presso questo Tribunale, Prof. Avv. Piero Antonio Bonnet, dichiarata la parziale chiusura dell’istruttoria ai sensi dell’art. 265 seg. c.p.p., rinviava Paolo Gabriele a giudizio davanti al Tribunale per il reato di furto aggravato ai sensi degli art. 402, 403, 1° e 404, 1° c.p.; dichiarava non doversi procedere nei confronti dell’imputato Claudio Sciarpelletti per il reato di violazione del segreto, ai sensi dell’art. 159 c.p., per carenza di prova e per il reato di concorso nel reato di furto aggravato, ai sensi degli art. 63, 402, 403, 1° e 404, 1° c.p., per insufficienza di prove; rinviava il medesimo Claudio Sciarpelletti a giudizio davanti al Tribunale per il reato di favoreggiamento ai sensi dell’art. 225 c.p. Chiedeva quindi la notifica della sentenza al Promotore di giustizia, agli imputati ed ai loro difensori ed al Corpo della Gendarmeria.
Con atto del 4 settembre 2012 il Promotore di Giustizia, vista la sentenza del Giudice Istruttore del 13 agosto 2012, chiedeva al Presidente di questo Tribunale di voler emettere decreto di citazione a comparire dinanzi al Tribunale medesimo nei confronti di Paolo Gabriele e di Claudio Sciarpelletti, per rispondere ciascuno dei reati ad essi ascritti nella sentenza istruttoria.
A seguito di tale richiesta il Presidente del Tribunale provvedeva con Decreto del 17 settembre 2012, nel quale ordinava la citazione di Paolo Gabriele e Claudio Sciarpelletti a comparire dinanzi al Tribunale, nell’aula delle udienze, il giorno 29 settembre 2012 alle ore 9, 30, con l’avvertenza che non comparendo sarebbero stati giudicati in contumacia.
Nello stesso provvedimento era stabilita la composizione del collegio giudicante nelle persone dei magistrati Prof. Giuseppe Dalla Torre Presidente, Prof. Avv. Paolo Papanti-Pelletier giudice, Prof. Avv. Venerando Marano giudice; si avvertivano i difensori che durante il termine per comparire avevano la facoltà di riscontrare, nel luogo dove si trovavano, le cose sequestrate, di esaminare in Cancelleria gli atti e documenti e di estrarne copia; si fissava al giorno 26 settembre 2012, alle ore 12,30, il termine utile per proporre le prove a difesa; si ordinava la notifica del Decreto con la richiesta del Promotore di Giustizia agli imputati, e la comunicazione al Promotore di Giustizia, ai difensori e al Direttore dei Servizi di Sicurezza e Protezione Civile, custode della documentazione per la quale il Giudice Istruttore aveva disposto il sequestro giudiziario con la citata sentenza del 13 agosto 2012.
2. In data 21 settembre 2012 il difensore del Sig. Claudio Sciarpelletti, Avv. Gianluca Benedetti, presentava al Presidente del Tribunale istanza con la quale chiedeva la divisione dei procedimenti e la separata trattazione di quello relativo al suo assistito; con Decreto del giorno successivo il Presidente del Tribunale si riservava di provvedere in merito in udienza.
Il medesimo Avv. Benedetti depositava in Cancelleria, in data 26 settembre 2012, una Memoria per l’udienza dibattimentale del 29 settembre 2012 con la quale reiterava l’istanza di separazione dei due citati procedimenti, motivando con la mancata connessione tra gli addebiti contestati ai due imputati o comunque con l’assenza di un’effettiva utilità della trattazione degli stessi nell’ambito del medesimo giudizio. Eccepiva inoltre la nullità della richiesta di rinvio a giudizio formulata dal Promotore di Giustizia e del Decreto di rinvio a giudizio, sostenendo che nella richiesta del Promotore l’imputazione di "favoreggiamento ai sensi dell’art. 225 c.p." non fosse idonea ad identificare la reale fattispecie di reato contestata (favoreggiamento reale o personale, distinto, quest’ultimo, in due distinte previsioni normative). La suddetta richiesta sarebbe anche nulla perché non conterrebbe l’"enunciazione del fatto", secondo quanto richiesto dall’art. 355 n. 2 c.p.p. Nella stessa Memoria inoltre si contestava nel merito che nel comportamento tenuto dall’imputato Sciarpelletti fosse configurabile il reato di favoreggiamento. Infine, venivano formulate istanze istruttorie, volte all’ammissione di prova per interrogatorio e per testi su circostanze specificamente enunciate, nonché all’acquisizione di varia documentazione.
3. Con Decreto del 26 settembre 2012 il Presidente del Tribunale, con riferimento alle richieste degli Avv.ti Benedetti ed Arru, ammetteva i testi richiesti dalla difesa dei due imputati, ordinandone la citazione per l’udienza del 29 settembre; dichiarava non ammissibile la richiesta audizione quale testimone del Prof. Roberto Tatarelli, in quanto consulente tecnico d’ufficio, facendo riserva di sentirlo eventualmente in tale qualità; ammetteva il controesame dei testi; rilevava, quanto alla richiesta di esibizione del corpo del reato, che la documentazione di rilievo per la procedura era già acquisita al fascicolo di ufficio; riservava al Collegio la decisione circa la richiesta perizia dattiloscopica sulla "presunta pepita" e la richiesta di esibizione della planimetria dello studio dei Segretari particolari del Santo Padre, nonché l’acquisizione delle deposizioni rese da tutte le persone audite dalla Eminentissima Commissione Cardinalizia; non accoglieva, in quanto esorbitante dai poteri del Tribunale, la richiesta che detta Commissione Cardinalizia convocasse gli Em.mi Cardinali Ivan Dias e Georges Marie Martin Cottier.
In data 27 settembre il Presidente del Tribunale autorizzava la Gendarmeria ad avvalersi dell’ausilio della Sig.ra Nadia Zappone, dipendente della Direzione di Sanità ed Igiene dello Stato della Città del Vaticano, per il controllo delle persone di sesso femminile autorizzate all’accesso nell’aula delle udienze nel corso del processo.
4. Il dibattimento aveva inizio il giorno 29 settembre 2012. Nel corso dell’udienza il Tribunale emanava Ordinanza motivata nella quale, fra l’altro, con riferimento alla richiesta della difesa del Sig. Sciarpelletti, disponeva la divisione dei giudizi, ordinando la prosecuzione nei soli confronti dell’imputato Gabriele ed il rinvio, a data da destinarsi, del giudizio sul medesimo imputato Sciarpelletti.
Con Decreto del 13 ottobre 2012 il Presidente del Tribunale citava l’imputato Sciarpelletti all’udienza del 5 novembre 2012 ed ammetteva i testi indicati dalla difesa nella citata memoria, ordinandone la citazione per la suddetta udienza.
Con Memoria in data 22 ottobre 2012, depositata il giorno successivo, in previsione dell’udienza del 5 novembre 2012, l’Avv. Benedetti reiterava l’eccezione di nullità della richiesta di rinvio a giudizio formulata dal Promotore di Giustizia e del Decreto presidenziale di rinvio a giudizio, sviluppando le tesi già prospettate nella Memoria depositata il 26 settembre 2012. Inoltre contestava la configurabilità del comportamento del suo assistito alla stregua della fattispecie criminosa ascrittagli: ciò, non solo per dibattere il merito, ma anche allo scopo di suffragare la tesi della nullità dei due citati provvedimenti per la mancata "enunciazione del fatto".
Nella stessa Memoria venivano formulati i capitoli di prova per interrogatorio dell’imputato e di prova testimoniale nei confronti dei testi ammessi; veniva, richiesta l’acquisizione delle evidenze relative al traffico telefonico tra le utenze fisse o di telefonia cellulare tra i Sigg.ri Sciarpelletti e Gabriele, limitatamente agli ultimi 5 anni, nonché l’acquisizione di analoga documentazione relativamente alle comunicazioni di posta elettronica intercorse tra i medesimi soggetti; veniva infine richiesta l’acquisizione del fascicolo personale del Sig. Claudio Sciarpelletti e la trasmissione alla difesa dell’imputato degli "atti di udienza (interrogatorio, verbali e requisitoria del P.G. e difesa del difensore ecc.) del procedimento n.r.g. 8/12 successivi al 29/9/2012 e sentenza".
5. Il giorno 5 novembre 2012 riprendeva il dibattimento nei soli confronti dell’imputato Sciarpelletti.
Con Ordinanza motivata pronunciata nella stessa udienza il Tribunale respingeva l’eccezione di nullità della richiesta di rinvio a giudizio; provvedeva in ordine all’ammissione dei capitoli di prova testimoniale; disponeva l’acquisizione agli atti di causa del fascicolo personale del Sig. Sciarpelletti; non ammetteva l’acquisizione delle evidenze relative al traffico telefonico e alle comunicazioni di posta elettronica tra il Sig. Sciarpelletti ed il Sig. Gabriele "poiché dalla eventuale acquisizione non potrebbero derivare elementi univoci di valutazione del tipo di rapporto intercorso tra i medesimi soggetti".
Con Memoria del 9 novembre 2012, depositata in pari data, in previsione dell’udienza del giorno successivo, la difesa dell’imputato contestava il provvedimento di rigetto della domanda di nullità dei Decreti di citazione a giudizio emessi nei confronti dell’imputato e, in specie, di quello in data 13 ottobre 2012, illustrando le eccezioni già riferite in ordine alla mancata enunciazione del fatto, di cui all’art. 355, n. 2, c.p.p., e denunciando l’inesistenza di una nuova richiesta di rinvio a giudizio – e del conseguente Decreto presidenziale – dopo la pronuncia della Sentenza di condanna dell’altro imputato, Paolo Gabriele.
Venivano inoltre reiterate le istanze istruttorie rigettate con l’Ordinanza del 5 novembre 2012, e specificamente la prova articolata in ordine alla mancata manutenzione del computer dell’imputato da parte del Sig. Paolo Gabriele nonché la richiesta di acquisizione del traffico telefonico e di posta elettronica intercorso tra tali due soggetti.
6. Acquisiti i documenti ammessi, espletati l’interrogatorio dell’imputato e la prova per testi, udite la requisitoria del Promotore di Giustizia e la difesa orale dell’Avv. Benedetti, il Tribunale, all’udienza del 10 novembre 2012 pronunciava la sentenza, dando lettura del dispositivo.
7. Al fine della risoluzione del caso, deve essere preliminarmente affrontato il problema, sollevato dalla difesa dell’imputato, della affermata nullità della richiesta di rinvio a giudizio, avanzata dal Promotore con suo atto del 4 settembre 2012 e del conseguente Decreto di citazione del Presidente del Tribunale in data 17 settembre 2012. In particolare, il Patrono dell’imputato sostiene la nullità della suddetta richiesta per la mancata "enunciazione del fatto"; il che peraltro avrebbe menomato il diritto di difesa.
Il Collegio ritiene di non discostarsi dalla deliberazione su questo punto già assunta nell’Ordinanza pronunciata all’udienza del 29 settembre 2012, allorché il rigetto di tale eccezione è stato motivato in base alla circostanza che nella citata richiesta di rinvio a giudizio "è fatto rinvio alla sentenza istruttoria". E, in effetti, l’atto del Promotore di Giustizia del 4 settembre 2012, dopo l’intestazione, inizia con le seguenti parole: "Vista la sentenza del Giudice Istruttore del 13 agosto 2012", alle quali, dopo aver citato gli artt. 353 e 355 c.p.p., segue la richiesta al Presidente del Tribunale dell’emissione del "Decreto di citazione a comparire dinanzi al Tribunale medesimo nei confronti delle seguenti persone per rispondere ciascuna dei reati ad essa ascritti nella sentenza istruttoria: (omissis) Sciarpelletti Claudio (…) imputato del reato di favoreggiamento ai sensi dell’art. 225 c.p. (…)".
A sua volta, la Sentenza istruttoria contiene, sul punto, alle pagg. 32 e segg., un’esauriente descrizione della fattispecie criminosa, in base alla quale il Giudice Istruttore ha rinviato a giudizio il Sig. Sciarpelletti per il reato di favoreggiamento ai sensi dell’art. 225 c.p.
La Sentenza istruttoria era stata peraltro preceduta dalla requisitoria scritta del Promotore di Giustizia, la quale al n. 7 (rectius: 8) ricostruisce dettagliatamente i fatti oggetto dell’indagine a carico del Sig. Sciarpelletti, del quale, conclusivamente, chiede il rinvio a giudizio per il reato di favoreggiamento (art. 225 c.p.).
Non vi è dubbio pertanto che la relatio contenuta nell’atto del 4 settembre 2012 con cui il Promotore di Giustizia ha chiesto il rinvio a giudizio dell’imputato Sciarpelletti valga ad integrare l’atto medesimo, quanto alla "enunciazione del fatto", di cui all’art. 355 c.p.p., sottraendolo a qualunque censura di nullità.
Infine, va comunque rilevato, su questo punto, che se anche il suddetto atto del Promotore di richiesta di rinvio a giudizio dovesse considerarsi nullo, esso sarebbe comunque sanato, ai sensi dell’art. 140 c.p.p., dal fatto che la parte interessata è comparsa personalmente e tramite il suo difensore ed ha partecipato al dibattimento.
Né vale rilevare – secondo quanto si legge nella Memoria difensiva del 9 novembre 2012 – che la citata norma non potrebbe trovare applicazione nel caso di specie, giacché essa dispone in ordine alla sanatoria degli atti nulli, mentre nel caso di specie si tratterebbe di un atto "inesistente". È agevole infatti replicare che, se anche l’atto in esame fosse affetto da "incertezza assoluta sulle persone, sul titolo del reato, sui fatti che determinano l’imputazione, o sull’autorità da cui emanano gli atti o i provvedimenti, o avanti la quale si deve comparire", ovvero da una serie di ulteriori gravi vizi, si applicherebbe comunque l’art. 363 c.p.p. che dispone per tali mancanze la sanzione della nullità dell’atto e non già quella della sua inesistenza, con la conseguente applicabilità dell’art. 140 c.p.p.
Nel caso di specie deve ritenersi, in primo luogo, che non vi sia stata "incertezza assoluta" sui fatti che hanno determinato l’imputazione – dati i rilievi sopra svolti in ordine alla relatio alla sentenza di rinvio a giudizio – e che pertanto l’atto de quo non debba qualificarsi come nullo.
In secondo luogo, si rileva che, se anche l’atto medesimo fosse in ipotesi nullo, interverrebbe comunque la sanatoria del citato art. 140 c.p.
8. L’altro problema preliminare da affrontare riguarda la tesi, sostenuta anch’essa dalla difesa dell’imputato, secondo la quale nel giudizio in esame il Promotore di Giustizia avrebbe dovuto, dopo la pronuncia della sentenza nei confronti dell’imputato Gabriele, richiedere al Presidente del Tribunale una nuova citazione a giudizio nei confronti dell’imputato Sciarpelletti, giacché la precedente richiesta del 4 settembre 2012, emessa nei confronti di entrambi gli imputati, avrebbe "ormai esaurito la propria efficacia".
Non è ben chiaro quale sia il fondamento giuridico della tesi qui riportata. È sufficiente pertanto ripercorrere la sequenza degli atti del procedimento per rilevare la perfetta linearità dello stesso e, di conseguenza, per affermarne l’esenzione da qualunque vizio.
Dopo la sentenza del 13 agosto 2012, con la quale il Giudice Istruttore ha rinviato a giudizio, in particolare, il Sig. Claudio Sciarpelletti per il reato di favoreggiamento ai sensi dell’art. 255 c.p., il Promotore di Giustizia, con atto del 4 settembre 2012, ha chiesto al Presidente del Tribunale di voler emettere decreto di citazione a comparire dinanzi al Tribunale medesimo nei confronti dei due imputati, per rispondere ciascuno dei reati ad essi ascritti nella Sentenza istruttoria.
In calce a tale atto il Presidente del Tribunale, con suo Decreto del 17 settembre 2012, ha ordinato la citazione, in particolare, del Sig. Claudio Sciarpelletti a comparire dinanzi al Tribunale il giorno 29 settembre 2012.
All’udienza ora indicata il Tribunale ha pronunciato Ordinanza motivata, con la quale ha, fra l’altro, disposto la divisione dei giudizi, ha ordinato la prosecuzione del giudizio in corso nei soli confronti dell’imputato Gabriele e ha rinviato "a data da determinarsi la prosecuzione del giudizio nei confronti dell’imputato Sciarpelletti".
Terminato il giudizio nei confronti dell’imputato Gabriele, il Presidente del Tribunale, con suo Decreto del 13 ottobre 2012, visti gli atti sopra indicati, ha disposto la prosecuzione del giudizio nei confronti del Sig. Claudio Sciarpelletti, ordinandone la citazione a comparire dinanzi al Tribunale medesimo all’udienza del 5 novembre 2012. Peraltro, nel medesimo Decreto il Presidente ha adottato altri provvedimenti, fra cui l’ammissione e la citazione dei testi, indicati dalla difesa dell’imputato prima dell’emissione dell’Ordinanza con la quale è stata disposta la divisione dei due giudizi.
È pertanto evidente come le udienze che si sono tenute a partire da tale ultima data e, più in generale, tutta l’attività processuale successiva costituisca null’altro che la continuazione logica e giuridica del procedimento precedentemente iniziato nei confronti dei due imputati e poi diviso per ragioni di economia processuale.
In particolare, è priva di qualunque fondamento e va pertanto rigettata la tesi della difesa, secondo la quale la richiesta di rinvio a giudizio nei confronti dell’imputato Sciarpelletti avrebbe "esaurito la propria efficacia".
9. Accertata la legittimità del procedimento, occorre ora esaminare il merito della vicenda.
La fattispecie criminosa per la quale l’imputato Sciarpelletti è stato rinviato a giudizio riguarda il reato di favoreggiamento, previsto dall’art. 225 c.p. La sentenza di rinvio a giudizio, alla quale – come detto – si riferisce per relationem la richiesta del Promotore del Decreto di citazione, dopo aver distinto le due figure del favoreggiamento reale e del favoreggiamento personale, ritiene che in quest’ultima fattispecie vadano inquadrate "le contrastanti versioni dei fatti forniti dall’imputato Claudio Sciarpelletti", le quali "possono aversi come un intralcio alle indagini", configurandosi come una elusione delle investigazioni dell’Autorità.
Nella ricostruzione di tale fattispecie criminosa il Giudice Istruttore riferisce che, dopo il sequestro nell’ufficio del Sig. Sciarpelletti, avvenuto il 25 maggio 2012, di una busta contenente alcuni documenti recante sulla parte frontale la scritta "Personale P. Gabriele" e sul retro un timbro della Segreteria di Stato – Ufficio Informazioni e Documentazione, lo stesso Sig. Sciarpelletti ha fornito alla Polizia Giudiziaria, lo stesso giorno, la seguente versione: "Questa busta me l’ha data Paolo Gabriele circa un paio di anni fa, non ne sono matematicamente certo. Con Paolo non ho una grande amicizia ma vi è uno scambio di opinioni e per questo mi ha consegnato tutto il materiale contenuto nella busta affinché io gli esprimessi un parere. Preciso che quando Paolo mi ha dato la busta, questa era chiusa, e completamente in bianco, solo nella parte retrostante vi era il timbro a secco della Segreteria di Stato - Ufficio Informazioni e Documentazioni. Non so chi avesse applicato questo timbro, presumo che ce l’abbia messo Paolo. Era mia intenzione aprirla e leggerla, ma non l’ho mai fatto perché la cosa non mi interessava più di tanto, e a distanza di tanto tempo me ne sono dimenticato. Dopo pochi giorni ho scritto sul davanti la dicitura "Personale P. Gabriele" riproponendomi di leggerla successivamente. Fino a oggi, quando i Gendarmi sono venuti nel mio ufficio, è rimasta sempre nel cassetto della scrivania, né Paolo me l’ha più richiesta, come pure non mi ha mai più chiesto il parere che dovevo esprimergli".
Il giorno successivo l’imputato ha fornito alla stessa Polizia Giudiziaria la seguente diversa versione: "Dopo aver passato la notte a riordinare le idee posso precisare che la busta che avete sequestrato e che era all’interno della mia scrivania non mi è stata consegnata dal sig. Paolo Gabriele e la scritta "Personale P. Gabriele" è stata da me apposta. La busta era integralmente chiusa con timbro della Segreteria di Stato. Questa busta non mi fu consegna da Paolo Gabriele, ma da Mons. Carlo Maria Polvani affinché io la conservassi e la consegnassi a Paolo Gabriele. La busta mi è stata consegnata circa 2 anni fa ed è rimasta sempre chiusa e nella mia scrivania. Francamente io me ne ero dimenticato in quanto nessuno me l’aveva chiesta. Preciso che ho apposto la dicitura "Personale P. Gabriele" affinché potessi ricordare a chi era destinata. Né Mons. Polvani né Paolo Gabriele non mi hanno mai chiesto conferma dell’avvenuta consegna della busta. Per questo motivo me ne sono dimenticato".
Nell’interrogatorio davanti al Giudice Istruttore, all’udienza del 28 giugno 2012, l’imputato ha confermato, sia pur dubitativamente, la seconda versione, affermando "Presumo, ma non ne sono assolutamente certo, nonostante i miei tentativi di ricordare con certezza la vicenda, che si tratti della busta affidatami da Mons. Polvani per Paolo Gabriele".
Nella stessa istruttoria formale il Sig. Paolo Gabriele, allora interrogato nella sua veste di imputato, ha affermato, all’udienza del 21 luglio 2012, di essere stato lui, per averne un parere, a consegnare la documentazione all’imputato Sciarpelletti.
All’udienza dibattimentale del 10 novembre 2012 l’imputato Sciarpelletti ha confermato di aver fornito le due differenti versioni già riportate dell’episodio in contestazione, aggiungendo peraltro che il passaggio del tempo (oltre due anni) e lo stato d’animo in cui si trovava (al tempo della perquisizione, dell’arresto, della detenzione in cella e dallo stato di libertà provvisoria) avevano determinato "la difficoltà di ricordare le vicende originarie di questa busta". L’imputato ha comunque affermato – non invocando sul punto il beneficio del dubbio – che si trattava di una "busta, di cui non conoscevo il contenuto e che era sigillata sul retro". Ha inoltre aggiunto "debbo ritenere che la busta non provenisse da Mons. Polvani"; e ancora "non ricordo assolutamente quando mi è stata consegnata la busta". Infine ha affermato: "all’epoca in cui mi fu consegnata la busta non era ancora scoppiato il "caso" Gabriele".
Diversa è stata, sul punto, la versione fornita dal teste Gabriele. Costui ha confermato, sotto il vincolo del giuramento, quanto aveva già affermato nella veste di imputato nell’interrogatorio reso nella fase istruttoria, nella quale – come già sopra riportato – aveva affermato di essere stato lui a consegnate la "documentazione" al Sig. Sciarpelletti. In particolare, tale teste ha affermato: "non ricordo quando e come, se separatamente o insieme, ho dato i documenti che erano nella busta", ed ancora: "il contenuto della busta è stato consegnato da me. Non ricordo se i documenti li ho messi nella busta, certamente il timbro non è stato apposto da me".
Per quanto poi specificamente riguarda la versione dei fatti coinvolgente Mons. Carlo Maria Polvani, va, da un lato, rilevato che lo stesso imputato – come già ricordato – afferma: "considerando ex post i contenuti, debbo ritenere che la busta non venisse da Mons. Polvani"; dall’altro, che nelle deposizioni del Sig. Gabriele nella fase istruttoria e nella fase dibattimentale egli afferma con certezza di essere lui stesso l’autore della consegna dei documenti; dall’altro ancora, che lo stesso teste Mons. Polvani ha escluso categoricamente di essere stato lui l’autore della consegna della documentazione al Sig. Sciarpelletti. Egli ha infatti osservato, in particolare, "io ho saputo dell’esistenza di questa busta il 13 agosto 2012 [giorno del deposito della sentenza istruttoria: n.d.r.]. In via più generale, posso dire che, per la mia sensibilità religiosa e morale, non avrei mai pensato e tantomeno operato nel senso di passare documenti di ufficio riservati".
Lo stesso Mons. Polvani ha inoltre affermato che il Sig. Sciarpelletti lavora alle dipendenze del suo ufficio e che il punto di collegamento della struttura operativa è situato in un corridoio, nel quale, oltre al fax, vi sono diversi timbri ad inchiostro, tra cui quello che risulta apposto sul retro della busta.
Per quanto attiene al comportamento dell’imputato, ha rilevato: "notai, nel periodo tra maggio e giugno 2012, un mutamento di atteggiamento del Sig. Sciarpelletti nei miei confronti: da quello precedente molto espansivo e gioviale ad un atteggiamento più riservato e cupo, tant’è che decisi di andare a trovarlo, per ragioni d’ufficio, e lui mi rivolse delle espressioni come "mi dovrai comprendere, perdonare, debbo pensare ai miei figli". Allora non compresi il senso di queste espressioni, ma lo capii dopo il 13 agosto 2012".
Il teste Kloter ha confermato la collaborazione dell’imputato nella fase della perquisizione e del sequestro, specificando che la busta si trovava, all’interno di una cartella nera, in un cassetto che comunque sarebbe stato aperto nella stessa perquisizione.
Il teste Gauzzi Broccoletti, nel confermare quest’ultima circostanza, ha aggiunto, fra l’altro, che "il timbro apposto sul retro della busta si trova in fondo ad un corridoio ed è nella disponibilità di una pluralità di persone"; e che inoltre "durante la perquisizione e dopo trovata la busta lo stato d’animo del Sig. Sciarpelletti era di grande agitazione".
10. Sulla base delle surriferite risultanze istruttorie e dibattimentali, il Tribunale ritiene di ricostruire la vicenda de qua nei seguenti termini.
Va anzitutto rilevato che il fatto materiale non è contestato, e cioè il fatto che l’imputato abbia fornito differenti versioni in ordine alla consegna della busta o dei documenti: prima, la consegna da parte del Sig. Gabriele (al momento della perquisizione), poi, la consegna da parte di Mons. Polvani (il giorno seguente), successivamente, ancora la consegna da parte dello stesso Mons. Polvani (fase istruttoria), infine, l’esclusione che la consegna sia avvenuta da parte di Mons. Polvani (fase dibattimentale). Va precisato che tutte queste versioni sono state fornite dall’imputato con la specificazione di non essere certo dei propri ricordi.
La versione che il Collegio ritiene più attendibile è che l’autore della consegna sia stato il Sig. Paolo Gabriele.
A favore di questa tesi militano, in particolare, i seguenti argomenti. Va rilevato anzitutto che questa circostanza è stata confermata in dibattimento dal teste Paolo Gabriele, il quale ha anche affermato che la motivazione di tale consegna era quella di avere un parere dall’imputato sulla documentazione. In secondo luogo, una conferma indiretta della prima versione si ottiene dalla testimonianza di Mons. Polvani, il quale non solo ha escluso categoricamente ogni suo coinvolgimento in questa vicenda, ma ha anche riferito quel colloquio confidenziale intercorso tra lui stesso e l’imputato, che può essere ragionevolmente interpretato come un tentativo di giustificazione per aver coinvolto l’interlocutore in una vicenda a cui quest’ultimo era del tutto estraneo. A tale proposito, è importante sottolineate che tale colloquio non è stato minimamente contestato in dibattimento da parte dell’imputato o del suo difensore. Più in generale, l’intera testimonianza di Mons. Polvani pare al Collegio altamente attendibile. In terzo luogo, il Collegio ritiene non credibile la tesi che l’imputato possa essersi dimenticato di una busta contenente documenti da consegnare a terzi, proveniente dal suo diretto Superiore gerarchico, tanto più considerando che – come ha riferito il teste Gauzzi Broccoletti – "durante la perquisizione e dopo trovata la busta lo stato d’animo del Sig. Sciarpelletti era di grande agitazione".
Ci si può allora domandare quale sia stata la ragione del coinvolgimento di Mons. Polvani. La risposta più probabile è che – come si specificherà infra – tale seconda versione sia stata fornita per aiutare il Sig. Gabriele, che era già indagato.
Del resto, il Sig. Sciarpelletti, proprio in ragione di questo suo comportamento "variabile ed altalenante" (così definito nella Sentenza istruttoria) era stato indagato, anche se poi assolto, nella stessa Sentenza, per concorso con il Sig. Paolo Gabriele nel reato di furto aggravato, di cui era accusato lo stesso Sig. Gabriele.
Dall’analisi delle risultanze probatorie ritiene inoltre il Tribunale di poter desumere che il Sig. Gabriele abbia consegnato all’imputato non la busta chiusa e sigillata, ma la documentazione, tutta insieme o separatamente, poi rinvenuta nella busta medesima, e, di conseguenza, che l’imputato ne abbia preso visione, o, quanto meno, sia stato posto in grado di prenderne visione. In tal senso, significativa è la già citata deposizione del teste Gauzzi Broccoletti, che dimostra proprio la presumibile conoscenza da parte dell’imputato dei documenti contenuti nella busta. Deve pertanto ritenersi non veritiera l’affermazione più volte ribadita dal Sig. Sciarpelletti, sulla quale egli non manifesta alcun dubbio, secondo cui a lui sarebbe stata consegnata una busta chiusa, della quale avrebbe ignorato il contenuto.
Per quanto riguarda l’autore della scritta "Personale P. Gabriele", vi è l’ammissione dell’imputato di averla apposto lui stesso. Tale ammissione è peraltro compatibile con la versione fornita dal Sig. Gabriele.
Per ciò che attiene al timbro – che peraltro è risultato essere ad inchiostro e non a secco –, nonostante l’affermazione dell’imputato di non sapere chi l’avesse apposto, ma di presumere che ciò fosse stato fatto dal Sig. Gabriele, il Collegio ritiene attendibile la testimonianza di quest’ultimo, il quale ha escluso di avere apposto il timbro, dato che egli non era addetto all’Ufficio che lo utilizzava. Appare allora altamente probabile che esso sia stato apposto dallo stesso imputato, unico ad avere la disponibilità della busta nonché soggetto che aveva facile accesso a tale timbro, posto a disposizione di tutto il personale del suo Ufficio.
La motivazione di tale comportamento – consistente della chiusura della busta e nell’apposizione del timbro sul lembo di chiusura - può con tutta probabilità rinvenirsi nel tentativo di impedire che altre persone potessero prendere visione dei documenti riservati ivi contenuti, dei quali egli era a conoscenza. Dalle prove acquisite è infatti risultata la particolare cura che il Sig. Sciarpelletti ha usato nel nascondere la busta, collocata in un cassetto quasi inaccessibile e all’interno di una cartella. Il che avvalora ulteriormente la tesi della sua conoscenza dei documenti e del loro carattere riservato, che lo avrebbe indotto ad adottate simili cautele.
11. Così ricostruito il fatto nel suo elemento materiale, occorre procedere alla qualificazione giuridica, per accertare, in particolare, se esso configuri la fattispecie del reato di favoreggiamento, di cui all’art. 225 c.p., per il quale l’imputato è stato rinviato a giudizio.
La requisitoria scritta del Promotore di Giustizia e la Sentenza di rinvio a giudizio distinguono, nell’analisi della citata disposizione, due ipotesi di reato, che peraltro successivamente in alcuni ordinamenti hanno assunto la denominazione di favoreggiamento personale e di favoreggiamento reale. Ad esempio, nel vigente codice penale italiano, la prima è contemplata all’art. 378, mentre l’altra è prevista all’art. 379.
La fattispecie qui contestata si configura quando "chiunque, dopo che fu commesso un delitto per il quale è stabilita una pena non inferiore alla detenzione, senza concerto anteriore al delitto stesso e senza contribuire a portarlo a conseguenze ulteriori, aiuta taluno (…) a eludere le investigazioni dell’Autorità, ovvero a sottrarsi alle ricerche della medesima o alla esecuzione della condanna, e chiunque sopprime o in qualsiasi modo disperde o altera le tracce o gli indizi di un delitto che importi la pena suddetta".
Con questa fattispecie l’ordinamento tutela le investigazioni dell’Autorità e le ricerche della Polizia Giudiziaria e, quindi, l’interesse dell’amministrazione della giustizia al regolare svolgimento del processo penale, perché i fatti che la integrano tendono a fuorviare o ad ostacolare l’attività di accertamento e repressione dei reati.
Nel caso in esame ritiene il Collegio che nelle contrastanti versioni dei fatti sopra riferite con riguardo, in particolare, al soggetto autore della consegna della busta ovvero dei documenti in essa racchiusi, oggetto di indagine penale a carico dell’imputato Paolo Gabriele, debba configurarsi un’attività materiale di intralcio alla giustizia idoneo a realizzare quell’attività di "eludere le investigazioni dell’Autorità", prevista dall’art. 225 c.p.
12. Ma, nella previsione normativa tale attività di elusione delle investigazioni – nell’ipotesi considerata, come pure nelle altre ipotesi oggetto di distinta considerazione – deve essere finalizzata ad aiutare "taluno", cioè il "favorito".
Questo soggetto il Tribunale ritiene che debba identificarsi nel Sig. Paolo Gabriele, con il quale sicuramente l’imputato intratteneva buoni rapporti, il quale, al momento della perquisizione (25 maggio 2012) e tanto più il giorno successivo, allorché è stata fornita la seconda riferita versione, era già indagato, con atto del 23 maggio 2012 del Direttore dei Servizi di Sicurezza, per il reato di furto aggravato della documentazione trasmessa al giornalista Gianluigi Nuzzi. Lo stesso 23 maggio 2012 era stata eseguita la perquisizione dell’ufficio e dell’abitazione del Sig. Paolo Gabriele, con il sequestro di una grande mole di documenti. Di tale notizia, che aveva suscitato grande scalpore negli ambienti vaticani, era sicuramente a conoscenza il Sig. Sciarpelletti.
Quest’ultimo e il Sig. Gabriele, al di là delle normali occasioni di incontro nei luoghi di lavoro, si frequentavano anche con le rispettive famiglie e anche nella casa in Sabina del Sig. Sciarpelletti, come da quest’ultimo ammesso nel suo interrogatorio del 28 giugno 2012.
Poco importa, a questo proposito, se si trattasse di una grande o di una superficiale amicizia: sicuramente l’imputato e il testimone Gabriele hanno ammesso che si frequentavano, anche con le rispettive famiglie, anche in luoghi diversi dall’ambiente di lavoro.
Poco importa, inoltre, secondo quanto ha chiesto di provare la difesa, se il Sig. Gabriele si sia avvalso tanto o poco delle abilità informatiche del Sig. Sciarpelletti. Peraltro, è emerso dalla testimonianza in dibattimento del Sig. Gabriele che l’imputato è intervenuto qualche volta sul computer di quest’ultimo e che talvolta l’intervento è avvenuto mediante istruzioni impartite telefonicamente. Ma, ciò non assume rilievo, come non assume rilievo il fatto che i due si siano scambiati eventualmente telefonate o messaggi di posta elettronica, i quali peraltro avrebbero potuto avere ad oggetto rapporti di tipo professionale o di altro genere. A ragione di ciò il Tribunale nell’Ordinanza del 5 ottobre 2012 non ha ammesso la richiesta istruttoria della difesa, tendente all’acquisizione dei relativi tabulati "poiché dalla eventuale acquisizione non potrebbero derivare elementi univoci di valutazione del tipo di rapporto intercorso tra i medesimi soggetti".
Ciò che sicuramente deve darsi per accertato è il rapporto di frequentazione dei due soggetti anche al di fuori del contesto lavorativo e anche con le rispettive famiglie.
Sotto questo profilo, non hanno fondamento le affermazioni della difesa dell’imputato, secondo cui allo stesso sarebbe stato riservato un trattamento processuale deteriore - sotto il profilo probatorio – rispetto a quello riservato al Sig. Gabriele. È infatti evidente che l’acquisizione delle prove risponde al principio di economia dei mezzi processuali, ritenuti nella specie rilevanti.
Nel caso in esame, l’ammissione della suddetta frequentazione, da parte dell’imputato, e le concordi testimonianze su questo punto sono sufficienti per individuare proprio nel Sig. Paolo Gabriele la persona per aiutare la quale l’imputato si è indotto a cambiare la prima versione dei fatti – che indicava nello stesso l’autore della consegna "di tutto il materiale contenuto nella busta affinché io gli esprimessi un parere" (dichiarazione resa alla Polizia Giudiziaria nell’immediatezza della perquisizione e del sequestro del 25 maggio 2012) – nella seconda versione del giorno successivo, che ha indicato in Mons. Carlo Maria Polvani l’autore della consegna della busta, che egli avrebbe dovuto, a sua volta consegnare al Sig. Gabriele. Tale seconda versione è stata peraltro confermata davanti al Giudice Istruttore all’udienza del 28 giugno 2012.
Questa finalità della condotta dell’imputato costituisce quindi il movente del reato e, al contempo evidenzia anche l’elemento soggettivo del dolo. Ed infatti dall’esame di tutti gli elementi probatori sopra riferiti deve desumersi non solo che egli avesse conservato memoria della busta e dei documenti in essa conservati, ma che ricordasse anche l’autore della consegna, cioè il Sig. Paolo Gabriele, indagato per furto aggravato, per aiutare il quale egli, con le due discordanti versioni, ha arrecato intralcio alla giustizia.
Una significativa conferma della volontarietà dell’azione delittuosa si desume dall’analisi della deposizione di Mons. Polvani, nella parte in cui ha riferito – senza essere smentito – che, in un colloquio avuto con l’imputato, costui ha affermato: "mi dovrai comprendere, perdonare, debbo pensare ai miei figli". In tale espressione il Collegio ritiene di individuare la confessione di un "aiuto" che il Sig. Sciarpelletti aveva voluto fornire al Sig. Gabriele.
D’altra parte, la collaborazione dell’imputato, che – secondo la tesi difensiva – avrebbe fatto venir meno l’elemento del dolo, si è manifestata non nel momento della commissione dello stesso (allorché ha fornito la seconda versione dello stesso fatto), ma in un momento precedente, nel momento, cioè della perquisizione. Peraltro, anche da questo punto di vista, occorre dire che la collaborazione è intervenuta non nel momento iniziale della perquisizione, ma solo nella fase conclusiva quando era iniziata la sistematica apertura di tutti i cassetti, cosicché di fatto tale collaborazione è stata superflua.
13. Sia sotto il profilo della ricostruzione della condotta materiale, sia sotto il profilo dell’individuazione del soggetto a favore del quale è stata tenuta tale condotta, sia sotto il profilo dell’elemento soggettivo, il Tribunale ritiene pienamente confermato l’impianto accusatorio, che ha ravvisato, nel caso di specie, la ricorrenza degli elementi propri del reato di favoreggiamento, previsto e punito dall’art. 225 c.p., sotto la specie del c.d. favoreggiamento personale.
14. In conclusione il Tribunale, tenuto conto della pena edittale prevista dallo stesso art. 225 c.p. e delle richieste del Promotore di Giustizia, ritiene equo condannare l’imputato alla pena di mesi quattro (4) di reclusione; ritiene equo inoltre, considerata l’assenza di precedenti penali e il buono stato di servizio, concedergli le attenuanti generiche, ai sensi della legge vaticana 21 giugno 1969 n. L, riducendo la pena a mesi due (2) di reclusione e disponendo che l’esecuzione della pena rimanga sospesa per il termine di cinque anni, alle condizioni di legge. Ritiene altresì che si debba sospendere la menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziario, fino a che il condannato non commetta altro fatto costituente delitto.
In ragione della accertata colpevolezza, l’imputato deve essere condannato al rifacimento delle spese processuali.
Infine al medesimo deve essere restituita la somma di euro mille (1.000/00) versata a titolo di cauzione.
P.Q.M.
Il Tribunale
visto l’art. 225 cod. pen.
d i c h i a r a
l’imputato Sciarpelletti Claudio colpevole del delitto ascrittogli, per avere egli aiutato a eludere le investigazioni dell’Autorità;
lo condanna pertanto alla pena di mesi quattro (4) di reclusione;
visto l’art. 26 della legge 21 giugno 1969, n. L, considerato lo stato di servizio e la mancanza di precedenti penali, diminuisce la pena a mesi due (2) di reclusione;
visto l’art. 9 della legge 21 giugno 1969, n. L, ordina che l’esecuzione della pena rimanga sospesa per il termine di cinque anni, alle condizioni di legge;
visto l’art. 427 cod. proc. pen., ordina che si sospenda la menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziario, fino a che il condannato non commetta altro fatto costituente delitto;
visti gli artt. 39 cod. pen. e 429 cod. proc. pen., condanna Sciarpelletti Claudio al rifacimento delle spese processuali;
ordina la restituzione al medesimo della somma di euro mille (1.000/00) versata a titolo di cauzione.
Città del Vaticano, 10 novembre 2012
Giuseppe Dalla Torre, Presidente
Paolo Papanti-Pelletier, Giudice estensore
Venerando Marano, Giudice
Raffaele Ottaviano, Cancelliere supplente
Depositata a norma dell’art. 433 c. p .p., oggi primo (1°) dicembre duemiladodici (2012).
IL CANCELLIERE
Bollettino Ufficiale Santa Sede
Motu proprio del Papa sul servizio della carità e il ruolo dei vescovi nell'amministrarla
Papa/ Motu proprio su caritas: No errori di dottrina cattolica
Dopo 'Caritas in veritate': Possibile togliere nome 'cattolico'
Città del Vaticano, 1 dic. (TMNews)
La Santa Sede ha pubblicato oggi un 'motu proprio' firmato lo scorso 11 novembre dal Papa, 'De caritate ministranda', sul servizio della carità e il ruolo dei vescovi nell'amministrarla attraverso le Caritas e altri enti caritatevoli.
Il provvedimento papale trae spunto da una denuncia che lo stesso Benedetto XVI ha fatto nell'enciclica 'Caritas in veritate' relativamente alle lacune normative in materia.
In particolare, "su proposta del Cardinale Presidente del Pontificio Consiglio 'Cor Unum', sentito il parere del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi", il Papa stabilisce e decreta una seria di indicazioni sull'attività caritatevole di fedeli e vescovi.
Tra le altre norme, si sottolinea (articolo 7) che le Caritas e le altre associazioni "sono tenute a selezionare i propri operatori tra persone che condividano, o almeno rispettino, l'identità cattolica di queste opere". QUanto al vescovo, è suo dovere (articolo 9) "evitare che in questa materia i fedeli possano essere indotti in errore o in malintesi, sicché dovranno impedire che attraverso le strutture parrocchiali o diocesane vengano pubblicizzate iniziative che, pur presentandosi con finalità di carità, proponessero scelte o metodi contrari all'insegnamento della Chiesa". Egli deve vigilare (articolo 10) "affinché stipendi e spese di gestione, pur rispondendo alle esigenze della giustizia ed ai necessari profili professionali, siano debitamente proporzionate ad analoghe spese della propria Curia diocesana". Egli, ancora, è tenuto (articolo 11) "se necessario, a rendere pubblico ai propri fedeli il fatto che l'attività d'un determinato organismo di carità non risponda più alle esigenze dell'insegnamento della Chiesa, proibendo allora l'uso del nome "cattolico" ed adottando i provvedimenti pertinenti ove si profilassero responsabilità personali".
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Motu Proprio del Papa sul servizio della carità. Mons. Dal Toso: evidenzia le responsabilità del vescovo
Motu Proprio del Papa sul servizio della carità. Mons. Dal Toso: evidenzia le responsabilità del vescovo
E’ stato promulgato oggi il Motu Proprio del Papa “L’intima natura della Chiesa” sul servizio della carità. Al centro del documento una serie di norme per ordinare le diverse forme ecclesiali nel servizio della carità e sui particolari doveri del vescovo. Ce ne parla Benedetta Capelli:
Quindici articoli compongono il Motu Proprio del Papa che intende essere un completamento di una lacuna normativa – già evidenziata nella Deus caritas est – circa la responsabilità dei vescovi per il servizio della carità nella Chiesa. “L’intima natura della Chiesa – scrive Benedetto XVI – si esprime in un triplice compito: l’annuncio; la celebrazione dei sacramenti; il servizio della carità”. Compiti che non possono essere separati e che sono dimensione costitutiva della Chiesa. Essendo dunque la carità un servizio ecclesiale è sottoposto alla particolare cura del vescovo che, con questo Motu Proprio, viene investito di diversi doveri come quello della vigilanza sugli organismi presenti nella sua diocesi; sul coordinamento delle varie entità invitandole alla collaborazione senza “emarginazioni”, stimolando i fedeli affinché diano vita alle manifestazioni di carità. Vigilanza poi nel quadro della legalità, seguendo criteri di trasparenza e di corretta gestione economica, controllo sulle contribuzioni perché siano compatibili con la dottrina della Chiesa; vigilare anche sulla scelta e nella formazione degli operatori della carità. Infine il documento affida al Pontificio Consiglio “Cor Unum” il compito di controllare l’applicazione delle norme e di erigere organismi di carità internazionale.
Dunque sono molti gli aspetti che il Motu Proprio mette in luce. Benedetta Capelli ne ha parlato con mons. Giampietro Dal Toso, segretario del Pontificio Consiglio “Cor Unum”:
R. – Effettivamente, al numero 32 della Deus caritas est, il Papa già allora diceva che il Codice di Diritto canonico non esplicita la responsabilità del vescovo in ordine all’attività caritativa. Dice – genericamente – che il vescovo ha la funzione di moderare l’azione di apostolato all’interno della sua diocesi. Il Motu Proprio di oggi vuole cercare di esplicitare più concretamente in che cosa consista questa responsabilità del vescovo riguardo al servizio della carità che la Chiesa offre.
D. – Più volte, nel Motu Proprio, si legge il termine trasparenza per quanto riguarda le funzioni del vescovo …
R. – Io non limiterei la funzione del vescovo a quella della vigilanza o a quella dell’attenzione alla trasparenza. La logica vera di questo documento è di fare emergere, di sottolineare la responsabilità del vescovo nell’azione caritativa della Chiesa. Così inizia anche il testo di questo Motu Proprio, riprendendo una citazione della Deus caritas est: “La Chiesa vive di tre dimensioni fondamentali che sono l’annuncio della Parola di Dio, la celebrazione dei Sacramenti e il servizio della carità”. Dunque, essendo una dimensione ecclesiale costitutiva, deve essere anche primaria la responsabilità dei vescovi: la Chiesa ha una struttura episcopale – ricorda lo stesso Benedetto XVI nella Deus caritas est – e quindi questa ecclesialità si deve mostrare nel servizio della carità. Ecco perché si è voluto sottolineare il ruolo del vescovo nel servizio della carità e questo ruolo poi si concretizza in diversi ambiti: il primo – e più importante, certamente – è quello dell’animazione dei fedeli perché diano testimonianza di carità. Un altro ambito è quello di favorire la nascita, la crescita, lo sviluppo di istituzioni di carità all’interno della propria diocesi. Un’altra attenzione è alle persone che lavorano dentro le nostre istituzioni nell’ambito caritativo. Un altro aspetto è quello delle finanze e poi quello di mantenere uno spirito cristiano … Tutti questi aspetti sono ripresi nei singoli articoli per mettere in evidenza, però, che il vescovo ha questa autorità finale. E’ importante che il servizio della carità, essendo ecclesiale, abbia anche questa connotazione ecclesiale quanto la responsabilità ultima.
D. – Particolare risalto viene dato anche alla scelta e alla formazione degli operatori della carità …
R. – A me sembra molto importante che questo documento sottolinei l’aspetto personale, perché questo anche è il punto forte del servizio della carità della Chiesa. Noi, grazie a Dio, possiamo contare sull’apporto di tante persone, e di tante persone qualificate. E questo aspetto personale va sottolineato. La formazione è un’esigenza, soprattutto nel mondo moderno, che noi vediamo a tutti i livelli: è una formazione iniziale ma è anche una formazione permanente. Quindi è bene che il vescovo curi questa formazione delle persone che lavorano nei servizi di carità perché attraverso le persone noi incontriamo milioni di altre persone che possono avere in questo modo anche, attraverso un operatore, una testimonianza di Cristo. Ecco perché l’enfasi sulla formazione. A questo proposito vorrei sottolineare che questa è peraltro anche una priorità per il nostro dicastero che da sempre ha voluto evidenziare questo aspetto della formazione. Ad esempio, a livello continentale, ha voluto organizzare degli esercizi spirituali per persone che sono nei direttivi degli organismi di carità cattolici.
D. – Quali sono, allora, le funzioni di Cor Unum?
R. – Il Motu proprio dà due funzioni a Cor Unum: la prima è quella di vegliare sull’applicazione di questo Motu Proprio. Quindi, Cor Unum dovrà farsi un po’ “moltiplicatore” del testo e cercare anche che passi questo spirito di sensibilità ecclesiale nei nostri servizi di carità. E poi, il Motu Proprio dà un’altra competenza a Cor Unum che è quella di erigere in personalità canonica quelle istituzioni di aiuto internazionali che hanno origine dentro alla Chiesa cattolica, e che hanno un raggio universale.
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Il Papa accarezza due cuccioli di leone
Papa/ Spettacolo di 'pupari' e circensi in aula delle udienze
Accarezza cucciolo di leone a convegno di pontificio consiglio
Città del Vaticano, 1 dic. (TMNews)
Il Papa ha assistito oggi ad uno spettacolo di circo, 'pupari' e artisti di strada che si è svolto oggi nell'aula delle udienze, in Vaticano.
L'udienza papale conclude un pellegrinaggio di due giorni, ieri e oggi, che compiono in Vaticano professionisti del circo, esercenti di luna park e delle fiere, artisti di strada, madonnari e burattinai, componenti di bande musicali e di gruppi folcloristici. L'occasione ha portato anche una giostra a cavalli, un tendone del circo e un teatrino dei burattini in piazza San Pietro. Benedetto XVI ha tenuto in mano, a favore dei fotografi, un pupo siciliano ed ha accarezzato un cucciolo di leone.
I circa 7.000 partecipanti provengono da Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Romania, Russia, Spagna, Svizzera, Ungheria e Stati Uniti d'America. L'organizzazione del pellegrinaggio è promossa dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, in collaborazione con la Fondazione Migrantes, della Conferenza episcopale italiana, Diocesi di Roma e associazioni di categoria. Ieri la due-giorni è iniziata alle 17 con una messa nella basilica di San Pietro, presieduta dal cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del dicastero vaticano, ed è proseguita in serata con uno spettacolo circense a piazza del Popolo.
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IL TESTO DEL MOTU PROPRIO "INTIMA ECCLESIAE NATURA" SUL SERVIZIO DELLA CARITÀ
Clicca qui per leggere il testo.
Il Papa alla gente del circo: la Chiesa è pellegrina come voi, conservate i vostri valori
Il Papa alla gente del circo: la Chiesa è pellegrina come voi, conservate i vostri valori
Incontro inedito e festoso, stamani in Aula Paolo VI. Benedetto XVI ha ricevuto in udienza la gente dello spettacolo viaggiante, oltre settemila persone provenienti da tutto il mondo. Un evento, promosso dal dicastero per i Migranti e gli Itineranti, che ha dato la possibilità al Papa di rinnovare la sua vicinanza ai circensi. La Chiesa, ha detto il Papa, è pellegrina come voi e vi invita a collaborare nell’impegno della nuova evangelizzazione. Il discorso del Pontefice è stato preceduto dall’indirizzo d’omaggio del cardinale Antonio Maria Vegliò, da alcune testimonianze e da uno spettacolo di alcuni artisti presenti all’udienza. Il servizio di Alessandro Gisotti:
Per una mattinata, si è vissuta in Vaticano l’atmosfera festosa di un circo: la gioia, lo stupore, il ritornare bambini dinnanzi ad uno spettacolo che lascia a bocca aperta ha pervaso l’Aula Paolo VI. Far sorridere grandi e piccoli è proprio la “missione” della gente del circo, ma dietro quest’arte c’è sempre una vita di sacrificio e non poche volte di difficoltà. Il Papa ha incontrato i circensi - come gli altri artisti dello spettacolo viaggiante - proprio con questo spirito di riconoscimento del loro duro lavoro e di valori – l’amore per la famiglia, la cura dei più deboli e la valorizzazione degli anziani – che ancora sono radicati nella loro esperienza. Un riconoscimento che è stato molto apprezzato, come ha testimoniato David Degli Innocenti, esercente di un luna park italiano:
“Molti si soffermano al momento dell’esibizione e del divertimento, dimenticando la fatica e gli sforzi che lo precedono e la mancanza di punti saldi che la nostra vita comporta. È per questo, Santo Padre, che Lei oggi ci rinfranca lo spirito e ci riscalda il cuore, poiché ci sentiamo accolti e amati, sentendo riconosciuto il nostro sacrificio”.
I vostri mestieri ha detto, appunto, il Papa “richiedono rinuncia e sacrificio, responsabilità e perseveranza, coraggio e generosità: virtù che la società odierna non sempre apprezza, ma che hanno contribuito a formare, nella vostra grande famiglia, intere generazioni”. Benedetto XVI ha così indicato quei tratti che contraddistinguono il mondo dello spettacolo viaggiante:
“Nel vostro ambiente si conserva vivo il dialogo tra le generazioni, il senso dell’amicizia, il gusto del lavoro di squadra. Accoglienza e ospitalità vi sono proprie, così come l’attenzione a dare risposta ai desideri più autentici, soprattutto delle giovani generazioni”.
Il Papa ha, quindi, sottolineato che, anche nel mondo circense, “si rende necessaria una nuova evangelizzazione” e li ha esortati a testimoniare i valori del Vangelo, specie di fronte alle difficoltà della vita e alle “tentazioni della sfiducia”. La Chiesa, ha detto ancora, è “pellegrina come voi in questo mondo” e vi “invita a partecipare alla sua missione divina attraverso il vostro lavoro quotidiano”. Il Papa non ha poi mancato di soffermarsi sui numerosi problemi legati alla condizione itinerante, dall’istruzione dei figli ai permessi di soggiorno per GLi stranieri:
“Mentre auspico che le Amministrazioni pubbliche, riconoscendo la funzione sociale e culturale dello spettacolo viaggiante, si impegnino per la tutela della vostra categoria, incoraggio sia voi sia la società civile a superare ogni pregiudizio e ricercare sempre un buon inserimento nelle realtà locali”.
D’altro canto, il Papa non ha mancato di segnalare alcuni problemi nella vita di fede della gente del circo, dovuta alla vita itinerante che non permette la regolare partecipazione alla catechesi e al culto divino:
“Auspico che possiate trovare, presso le comunità in cui sostate, persone accoglienti disponibili, capaci di venire incontro alle vostre necessità spirituali”.
Tuttavia, è stato il suo invito, “non dimenticate però che è la famiglia la via primaria di trasmissione della fede”. Le vostre famiglie, ha concluso il Papa, “siano sempre scuole di fede e di carità, palestre di comunione e di fraternità”.
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Avvento 2012. Con gioiosa pazienza. Un tempo di attesa e di speranza nell'Anno della fede (Sir)
AVVENTO 2012
Con gioiosa pazienza
Un tempo di attesa e di speranza nell'Anno della fede
Domani inizia il nuovo anno liturgico con il tempo d’Avvento. Tempo dell’attesa e della speranza, l’Avvento indica, da una parte, l’anniversario della prima venuta del Signore; dall’altra, designa la seconda venuta alla fine dei tempi. L’Avvento 2012 sarà caratterizzato, in modo particolare, dall’Anno della fede indetto da Benedetto XVI. Vincenzo Corrado, per il Sir, ha chiesto una riflessione a don Franco Magnani, direttore dell’Ufficio liturgico nazionale della Cei.
Cosa dice il tempo d’Avvento agli uomini e alle donne di oggi?
“Mi pare importante intendere la domanda in senso non generico. L’Avvento cristiano non è un qualcosa orientato genericamente all’umanità: è l’Avvento del 2012, che si rivolge agli uomini e alle donne del 2012. Nel nostro tempo di crisi e di tensione, nell’Avvento (= venuta) del Signore ci è restituita una speranza, e ci viene annunciato che anche questo anno è tempo di grazia”.
L’Avvento è il tempo dell’attesa e della speranza. Ma che cosa attendiamo ancora? In che cosa speriamo?
“Noi crediamo che con la morte e risurrezione di Cristo si è già aperta una nuova era; gli ‘ultimi tempi’ sono già arrivati, e ci riguardano. È significativo che la liturgia dell’Avvento si apra con un riferimento alla venuta del Signore glorioso alla fine dei tempi. Ciò che attendiamo è di partecipare pienamente alla forza della risurrezione di Cristo; ciò che speriamo - e che nella liturgia invochiamo come dono - è di poter essere costanti fino in fondo, senza perdere la fede. Molto significativamente, Benedetto XVI ha indetto l’Anno della fede, perché il pericolo di molti credenti è di perdere la fiducia nella forza propria del Regno di Dio. L’Avvento attesta il primato dell’agire di Dio, un primato che - come è emerso nell’ultimo Sinodo dei vescovi - deve sempre connotare ogni forma di nuova evangelizzazione”.
Con quale atteggiamento attendere?
“Mi pare sia importante l’atteggiamento della pazienza, anche se risulta estremamente inattuale, ma forse, proprio per questo, ne sentiamo estremo bisogno. Da un lato, viviamo in un mondo che chiede risultati immediati. Dall’altro, ci rendiamo conto che l’impazienza non dà vera soddisfazione, non dà vera gioia. La tensione verso il risultato, che peraltro viene immediatamente bruciato, non permette di gustare il sapore pieno dell’esistenza, in tutti i suoi momenti. Direi, dunque, che il giusto atteggiamento è quello di una pazienza gioiosa, una pazienza che permette di vivere, momento per momento, tesi alla meta, ma riconoscenti per ogni passo”.
Perché questo tempo è considerato “forte”? Cosa s’intende con questo aggettivo?
“Potremmo dire che il tempo ‘forte’ dell’Avvento è un tempo che restituisce forza, che ridà pienezza alla vita. Il brano guida del Sussidio on-line per l’Avvento-Natale, curato dagli Uffici della segreteria generale della Cei, assume la beatitudine che Elisabetta rivolge a Maria: ‘Beata colei che ha creduto’. Benedetto XVI la ricorda a conclusione della lettera ‘Porta fidei’, con cui indice l’Anno della fede. La forza che deriva dall’Avvento, e che viene ripresa e coltivata nel tempo di Natale, ha molto a che fare con questa gioia, che Maria ed Elisabetta cominciano a sperimentare mesi prima del parto. Anche noi siamo chiamati a custodire il Regno che abita nelle nostre vite, con la stessa gioiosa speranza di una madre che custodisce il figlio nel suo grembo; solo così avremo la grazia di sperimentare che la gioia della nascita si riverbera anche sul tempo dell’attesa, e dà la forza di sopportare ogni sacrificio”.
Come custodire la dimensione propria del tempo d’Avvento con le preoccupazioni per la crisi economica e le distrazioni per le lusinghe pubblicitarie?
“La preoccupazione per la crisi economica è ingigantita dalla perdita delle dimensioni più autentiche del tempo custodite dalla liturgia. Il mondo occidentale si è come abituato a vivere in un eterno presente, senza una vera storia, senza fare i conti con cambiamenti e trasformazioni che non fossero quelli, esaltanti e rassicuranti, del progresso tecnologico. Ma il tempo che passa non è accompagnato solo dai nuovi giocattoli della tecnologia: è anche invecchiamento, personale e sociale; è anche possibilità di degrado delle relazioni, se lasciate incustodite; è anche possibilità di corruzione della politica, se viene a mancare il senso di responsabilità nei governanti e negli elettori. Ora, a tutto il mondo occidentale la storia sta - per così dire - mostrando un conto salato, ma forse proprio questa crisi è l’occasione per ritrovare una crescita più umana, per convertirsi da strade sbagliate, per ritrovare la dimensione della solidarietà. Questo è il miglior antidoto alle seduzioni pubblicitarie: chi vive la sua storia, con profondità e verità, ha meno tempo e meno desiderio di evadere nelle illusioni”.
Come vivere l’Avvento anche nella prospettiva e nel contesto dell’Anno della fede?
“In parte si è detto: vivere l’Avvento è in un certo senso equivalente a vivere l’Anno della fede. Chi non riscopre la sua fede, non è capace di attendere, non può avere speranza. Forse però conviene ritornare a sottolineare la dimensione della gioia. Esiste una gioia profonda, che accompagna tutte le età della vita, che abbraccia tutte le esperienze, compreso il dolore, la sofferenza, la morte. È la gioia che coinvolge anche l’attesa: ma solo chi crede può sperimentarla”.
La forma più alta di comunicazione dell’Avvento e del Natale è il silenzio. Ci può essere la necessità di un’educazione al silenzio come via per raggiungere il mistero del Natale?
“Mi pare evidente che il problema dell’uomo nel mondo occidentale è un problema di sensibilità. Non solo siamo, per così dire, accecati da un eccesso di luci: assordati da un eccesso di musiche di sottofondo, comunichiamo a distanza, ma non c’incontriamo più, rischiando di essere storditi dall’eccedenza d’informazioni che si ricevono. Condivido la necessità di un’educazione al silenzio, ma quel silenzio che permette di far risorgere l’ascolto, l’attenzione, la pazienza di percepire il Signore che viene, il mondo, la vita, se stessi. Anche nelle nostre celebrazioni liturgiche, talora esposte a un eccessivo verbalismo e attivismo, dobbiamo recuperare il valore del silenzio in tutte le sue dimensioni. Le liturgie presiedute dal Papa ci attestano che è possibile vivere momenti di silenzio intenso e fecondo anche in grandi assemblee”.
Qual è il suo augurio per questo tempo?
“Beati voi che avete creduto. Beato chi si rimette in cammino sulla via della fede. Beato chi trova nell’attendere il Signore la sua gioia”.
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Sinodo: urge affrontare le sfide della secolarizzazione e dell'agnosticismo (Izzo)
SINODO: URGE AFFRONTARE SFIDE SECOLARIZZAZIONE E AGNOSTICISMO
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 30 nov.
"Il mandato missionario che il Signore rivolge agli apostoli tocca oggi l'impegno della Chiesa nella nuova evangelizzazione, con la quale si rivolge alla comunita' umana universale, protagonista di mutamenti costanti nel processo di globalizzazione in un clima culturale e morale di secolarizzazione e agnosticismo". Lo afferma una nota della Segreteria del Sinodo, riunita in Vaticano per avviare il lavoro di redazione dell'Esortazione Apostolica con la quale il Papa diffondera' a tutta la Chiesa quanto emerso dall'Assemblea dello scorso ottobre sulla Nuova Evangelizzazione.
Pur connotata da elementi negativi, "tale situazione - si legge nel testo - rappresenta anche una sfida e una possibilita' per l'annuncio del Vangelo". Secondo i vescovi della Segreteria del Sinodo, dove l'Italia e' rappresentata dall'arcivescovo di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, oltre che dal capo dicastero per la Nuova Evangelizzazione, monsignor Rino Fisichella, "di fronte a queste sfide si richiedono un rinnovato dinamismo delle comunita' ecclesiali, nuovi linguaggi e nuovi mezzi e soprattutto testimoni credibili perche' sia trasmessa la fede alle nuove generazioni nei nuovi contesti sociali, dove le comunita' naturali e tradizionali, quali la famiglia, la parrocchia e la scuola, ritrovano con particolare urgenza il loro proprio impegno educativo alla fede".
"La Chiesa - dunque - fa affidamento su queste cooperazioni perche' la sua missione di evangelizzare trovi rinnovato impulso attraverso l'annuncio, l'iniziazione, la liturgia, la santita' di vita. E svolge oggi questa opera di novita' nell'annuncio attraverso tutti i soggetti responsabili, pastori e fedeli laici". "Il Vangelo - ricorda il comunicato - coinvolge tutto l'uomo ed e' destinato a ogni uomo: battezzati, credenti allontanatisi dalla pratica ecclesiale della fede, non credenti, indifferenti, credenti di altre confessioni cristiane, credenti di altre confessioni religiose, secondo il mandato del Signore Risorto. La Segreteria del Sinodo ha anche fissato la data della prossima riunione nei giorni 23-24 gennaio 2013 ed espresso l'auspicio che i frutti dell'Assemblea di ottobre "raggiungano l'intera comunita' ecclesiale per alimentare l'opera di chi nell'annuncio del Vangelo trasmette la fede cristiana agli uomini del nostro tempo".
© Copyright (AGI)
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 30 nov.
"Il mandato missionario che il Signore rivolge agli apostoli tocca oggi l'impegno della Chiesa nella nuova evangelizzazione, con la quale si rivolge alla comunita' umana universale, protagonista di mutamenti costanti nel processo di globalizzazione in un clima culturale e morale di secolarizzazione e agnosticismo". Lo afferma una nota della Segreteria del Sinodo, riunita in Vaticano per avviare il lavoro di redazione dell'Esortazione Apostolica con la quale il Papa diffondera' a tutta la Chiesa quanto emerso dall'Assemblea dello scorso ottobre sulla Nuova Evangelizzazione.
Pur connotata da elementi negativi, "tale situazione - si legge nel testo - rappresenta anche una sfida e una possibilita' per l'annuncio del Vangelo". Secondo i vescovi della Segreteria del Sinodo, dove l'Italia e' rappresentata dall'arcivescovo di Chieti-Vasto, monsignor Bruno Forte, oltre che dal capo dicastero per la Nuova Evangelizzazione, monsignor Rino Fisichella, "di fronte a queste sfide si richiedono un rinnovato dinamismo delle comunita' ecclesiali, nuovi linguaggi e nuovi mezzi e soprattutto testimoni credibili perche' sia trasmessa la fede alle nuove generazioni nei nuovi contesti sociali, dove le comunita' naturali e tradizionali, quali la famiglia, la parrocchia e la scuola, ritrovano con particolare urgenza il loro proprio impegno educativo alla fede".
"La Chiesa - dunque - fa affidamento su queste cooperazioni perche' la sua missione di evangelizzare trovi rinnovato impulso attraverso l'annuncio, l'iniziazione, la liturgia, la santita' di vita. E svolge oggi questa opera di novita' nell'annuncio attraverso tutti i soggetti responsabili, pastori e fedeli laici". "Il Vangelo - ricorda il comunicato - coinvolge tutto l'uomo ed e' destinato a ogni uomo: battezzati, credenti allontanatisi dalla pratica ecclesiale della fede, non credenti, indifferenti, credenti di altre confessioni cristiane, credenti di altre confessioni religiose, secondo il mandato del Signore Risorto. La Segreteria del Sinodo ha anche fissato la data della prossima riunione nei giorni 23-24 gennaio 2013 ed espresso l'auspicio che i frutti dell'Assemblea di ottobre "raggiungano l'intera comunita' ecclesiale per alimentare l'opera di chi nell'annuncio del Vangelo trasmette la fede cristiana agli uomini del nostro tempo".
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I letterati raccolgono il messaggio del Concilio (Marco Beck)
Un convegno a Firenze sulle sfide culturali a cinquant'anni dall'apertura del Vaticano II
I letterati raccolgono il messaggio del concilio
di Marco Beck
«Ora a voi tutti, artisti che siete innamorati della bellezza e che per essa lavorate: poeti e uomini di lettere, pittori, scultori, architetti, musicisti, gente di teatro e cineasti. (...) Oggi come ieri la Chiesa ha bisogno di voi e si rivolge a voi. (...) Non rifiutate di mettere il vostro talento al servizio della verità divina! Non chiudete il vostro spirito al soffio dello Spirito Santo!». Le parole del messaggio di Paolo VI agli artisti, pronunciate l'8 dicembre 1965, a chiusura del concilio Vaticano II, hanno attraversato quasi mezzo secolo per venire a incidersi come epigrafe ideale sull'architrave di un convegno fiorentino svoltosi nel Cenacolo di Santa Croce sabato 24 e domenica 25 novembre, sotto l'egida del Progetto culturale della Chiesa italiana e dello stesso arcivescovo di Firenze, il cardinale Giuseppe Betori. Si è trattato, in sostanza, della seconda edizione del ciclo «Scrittori di ispirazione cristiana a convegno». A organizzarla e pilotarla è stato don Vincenzo Arnone, coordinatore delle attività culturali della diocesi ed egli stesso scrittore, affiancato da Leonardo Cappelletti, Flora Filannino e Fabrizio Lelli.
La ricorrenza del cinquantenario dell'apertura del Vaticano II e la proclamazione dell'Anno della fede hanno suggerito agli organizzatori una focalizzazione sul raffronto tra il messaggio conciliare in chiave culturale (attestato da costituzioni quali Lumen gentium, Gaudium et spes, Dei Verbum), la sua risonanza nel complesso periodo postconciliare e i suoi perduranti echi sulle ribalte o tra le quinte della cultura italiana. Il tutto sintetizzato nel titolo «Sfide culturali e letterarie in Italia a cinquant'anni dal concilio Vaticano II».
Si è puntato innanzitutto a ricostruire il contesto storico, socio-politico e religioso degli anni Sessanta, per meglio comprendere le sfide affrontate dal concilio stesso, sotto la guida prima di Giovanni XXIII, poi di Paolo VI. Ha assolto il compito un «testimone», un gesuita che all'epoca era un giovane scrittore della «Civiltà Cattolica»: padre Bartolomeo Sorge, oggi direttore della rivista «Aggiornamenti sociali», che ha appunto tracciato il panorama di quel mondo scosso da fenomeni come il materialismo, lo scontro ideologico tra marxismo e capitalismo, la ferocia dei totalitarismi, la guerra fredda, il dilagare del secolarismo, dell'individualismo, del nichilismo: un orizzonte se possibile ancora più cupo rispetto alla degenerazione economico-finanziaria e al degrado etico-sociale dell'odierna globalizzazione. Eppure, si è messo in evidenza, i Padri conciliari seppero superare queste e altre gravissime difficoltà provenienti dall'esterno. Seppero al contempo sconfiggere pregiudizi, resistenze, irrigidimenti opposti da settori interni alla Chiesa, in ordine al rinnovamento, alle riforme, al discernimento dei progressi scientifici. Seppero non solo aggiornare il linguaggio dell'evangelizzazione e dell'inculturazione del kèrygma nel confrontarsi con il mondo laico e le contraddizioni della modernità, ma anche ridurre quello che Papa Montini avrebbe denunciato, nella Evangelii nuntiandi, come il dramma del nostro tempo: la frattura tra fede e cultura.
Conquista essenziale in tal senso fu l'apertura al dialogo con ogni realtà intellettuale e spirituale. Nel reciproco, rispettoso ascolto. Nella convinzione che l'incontro tra il Vangelo e la cultura è comunque fruttuoso per entrambi. Nella consapevolezza, soprattutto, che Gesù Cristo crocifisso e risorto è, con il suo amore, il mistero che tutto muove, tutto decide.
E sui frutti concreti di questo incontro, di questo amore incarnato anche nelle più alte pagine letterarie, si sono poi intrattenuti i relatori. Pietro Gibellini, italianista della veneziana Ca' Foscari, ha delineato una vertiginosa cavalcata attraverso i secoli, da san Francesco e Dante a Belli e a Manzoni, senza trascurare neppure «i falsi atei» Foscolo e Leopardi. Ha così da un lato evocato i prodromi dell'inculturazione evangelica sancita dal concilio, dall'altro proposto una rilettura sub specie fidei di certi capolavori ritenuti a torto privi di spessore religioso. Dal canto suo Pasquale Maffeo, narratore, saggista, poeta, critico di lungo e sempre appassionato corso, ha posto a confronto due itinerari di ricerca letterario-spirituale influenzati dal Vaticano II: quello più incerto di Ignazio Silone (L'avventura di un povero cristiano) e quello invece sfolgorante per fede riconquistata, profondità concettuale, potenza creativa e splendore stilistico, di Mario Pomilio (Il quinto evangelio, Scritti cristiani), da accostare alle figure di Santucci, Chiusano, Ulivi.
La poesia e il teatro drammaticamente «gridati» da Giovanni Testori nel suo faccia a faccia con Dio, la lucidità di Rodolfo Doni nello scandagliare le coscienze di uomini politici e sacerdoti in crisi, il realismo intriso di spiritualità di padre Gianni Giorgianni nel raccontare le discusse esperienze dei preti-operai hanno trovato interpreti acuti, rispettivamente, in Davide Rondoni, Giovanni Pallante e don Vincenzo Arnone.
Più specificamente intorno all'interazione tra prassi letteraria e lettura-meditazione delle Sacre Scritture, alla luce della Dei Verbum rivisitata con il filtro di un illuminante contributo del cardinale Carlo Maria Martini sulla centralità della Parola di Dio (2005), si è articolata, la mattina della domenica, la seconda tavola rotonda. Oltre che per un approfondimento di Gibellini sulla poesia e profezia di padre David Maria Turoldo, vi è stato spazio per l'ascolto di due scrittrici. Liliana Cantatore ha offerto una convincente «giustificazione» circa il tema della diversità di «chiamata» trattato sia in un suo romanzo sul rapporto tra madre e figlia intercorrente tra sant'Anna e la Vergine Maria (Nascoste nella luce), sia in un dramma che verte sulle peripezie del profeta Giona (Increduli e perversi). Richiamandosi alla grande lezione della Mulieris dignitatem di Giovanni Paolo II, Neria De Giovanni ha poi sfogliato un ricco catalogo di rappresentanti della cultura italiana al femminile che tra poesia e prosa hanno saputo coniugare, sotto l'influsso conciliare, fede ed esercizio letterario.
Itinerari che rappresentano non solo una ricognizione nel passato ma un invito a tutti gli intellettuali credenti ai quali compete, secondo il magistero del Vaticano II più volte ribadito da Benedetto XVI, la missione di dare testimonianza alla Verità, di far riecheggiare la Parola nel canto artistico e giubilante delle loro parole. Non restando alla finestra ma scendendo nelle strade, in mezzo agli uomini.
(©L'Osservatore Romano 1° dicembre 2012)
I letterati raccolgono il messaggio del concilio
di Marco Beck
«Ora a voi tutti, artisti che siete innamorati della bellezza e che per essa lavorate: poeti e uomini di lettere, pittori, scultori, architetti, musicisti, gente di teatro e cineasti. (...) Oggi come ieri la Chiesa ha bisogno di voi e si rivolge a voi. (...) Non rifiutate di mettere il vostro talento al servizio della verità divina! Non chiudete il vostro spirito al soffio dello Spirito Santo!». Le parole del messaggio di Paolo VI agli artisti, pronunciate l'8 dicembre 1965, a chiusura del concilio Vaticano II, hanno attraversato quasi mezzo secolo per venire a incidersi come epigrafe ideale sull'architrave di un convegno fiorentino svoltosi nel Cenacolo di Santa Croce sabato 24 e domenica 25 novembre, sotto l'egida del Progetto culturale della Chiesa italiana e dello stesso arcivescovo di Firenze, il cardinale Giuseppe Betori. Si è trattato, in sostanza, della seconda edizione del ciclo «Scrittori di ispirazione cristiana a convegno». A organizzarla e pilotarla è stato don Vincenzo Arnone, coordinatore delle attività culturali della diocesi ed egli stesso scrittore, affiancato da Leonardo Cappelletti, Flora Filannino e Fabrizio Lelli.
La ricorrenza del cinquantenario dell'apertura del Vaticano II e la proclamazione dell'Anno della fede hanno suggerito agli organizzatori una focalizzazione sul raffronto tra il messaggio conciliare in chiave culturale (attestato da costituzioni quali Lumen gentium, Gaudium et spes, Dei Verbum), la sua risonanza nel complesso periodo postconciliare e i suoi perduranti echi sulle ribalte o tra le quinte della cultura italiana. Il tutto sintetizzato nel titolo «Sfide culturali e letterarie in Italia a cinquant'anni dal concilio Vaticano II».
Si è puntato innanzitutto a ricostruire il contesto storico, socio-politico e religioso degli anni Sessanta, per meglio comprendere le sfide affrontate dal concilio stesso, sotto la guida prima di Giovanni XXIII, poi di Paolo VI. Ha assolto il compito un «testimone», un gesuita che all'epoca era un giovane scrittore della «Civiltà Cattolica»: padre Bartolomeo Sorge, oggi direttore della rivista «Aggiornamenti sociali», che ha appunto tracciato il panorama di quel mondo scosso da fenomeni come il materialismo, lo scontro ideologico tra marxismo e capitalismo, la ferocia dei totalitarismi, la guerra fredda, il dilagare del secolarismo, dell'individualismo, del nichilismo: un orizzonte se possibile ancora più cupo rispetto alla degenerazione economico-finanziaria e al degrado etico-sociale dell'odierna globalizzazione. Eppure, si è messo in evidenza, i Padri conciliari seppero superare queste e altre gravissime difficoltà provenienti dall'esterno. Seppero al contempo sconfiggere pregiudizi, resistenze, irrigidimenti opposti da settori interni alla Chiesa, in ordine al rinnovamento, alle riforme, al discernimento dei progressi scientifici. Seppero non solo aggiornare il linguaggio dell'evangelizzazione e dell'inculturazione del kèrygma nel confrontarsi con il mondo laico e le contraddizioni della modernità, ma anche ridurre quello che Papa Montini avrebbe denunciato, nella Evangelii nuntiandi, come il dramma del nostro tempo: la frattura tra fede e cultura.
Conquista essenziale in tal senso fu l'apertura al dialogo con ogni realtà intellettuale e spirituale. Nel reciproco, rispettoso ascolto. Nella convinzione che l'incontro tra il Vangelo e la cultura è comunque fruttuoso per entrambi. Nella consapevolezza, soprattutto, che Gesù Cristo crocifisso e risorto è, con il suo amore, il mistero che tutto muove, tutto decide.
E sui frutti concreti di questo incontro, di questo amore incarnato anche nelle più alte pagine letterarie, si sono poi intrattenuti i relatori. Pietro Gibellini, italianista della veneziana Ca' Foscari, ha delineato una vertiginosa cavalcata attraverso i secoli, da san Francesco e Dante a Belli e a Manzoni, senza trascurare neppure «i falsi atei» Foscolo e Leopardi. Ha così da un lato evocato i prodromi dell'inculturazione evangelica sancita dal concilio, dall'altro proposto una rilettura sub specie fidei di certi capolavori ritenuti a torto privi di spessore religioso. Dal canto suo Pasquale Maffeo, narratore, saggista, poeta, critico di lungo e sempre appassionato corso, ha posto a confronto due itinerari di ricerca letterario-spirituale influenzati dal Vaticano II: quello più incerto di Ignazio Silone (L'avventura di un povero cristiano) e quello invece sfolgorante per fede riconquistata, profondità concettuale, potenza creativa e splendore stilistico, di Mario Pomilio (Il quinto evangelio, Scritti cristiani), da accostare alle figure di Santucci, Chiusano, Ulivi.
La poesia e il teatro drammaticamente «gridati» da Giovanni Testori nel suo faccia a faccia con Dio, la lucidità di Rodolfo Doni nello scandagliare le coscienze di uomini politici e sacerdoti in crisi, il realismo intriso di spiritualità di padre Gianni Giorgianni nel raccontare le discusse esperienze dei preti-operai hanno trovato interpreti acuti, rispettivamente, in Davide Rondoni, Giovanni Pallante e don Vincenzo Arnone.
Più specificamente intorno all'interazione tra prassi letteraria e lettura-meditazione delle Sacre Scritture, alla luce della Dei Verbum rivisitata con il filtro di un illuminante contributo del cardinale Carlo Maria Martini sulla centralità della Parola di Dio (2005), si è articolata, la mattina della domenica, la seconda tavola rotonda. Oltre che per un approfondimento di Gibellini sulla poesia e profezia di padre David Maria Turoldo, vi è stato spazio per l'ascolto di due scrittrici. Liliana Cantatore ha offerto una convincente «giustificazione» circa il tema della diversità di «chiamata» trattato sia in un suo romanzo sul rapporto tra madre e figlia intercorrente tra sant'Anna e la Vergine Maria (Nascoste nella luce), sia in un dramma che verte sulle peripezie del profeta Giona (Increduli e perversi). Richiamandosi alla grande lezione della Mulieris dignitatem di Giovanni Paolo II, Neria De Giovanni ha poi sfogliato un ricco catalogo di rappresentanti della cultura italiana al femminile che tra poesia e prosa hanno saputo coniugare, sotto l'influsso conciliare, fede ed esercizio letterario.
Itinerari che rappresentano non solo una ricognizione nel passato ma un invito a tutti gli intellettuali credenti ai quali compete, secondo il magistero del Vaticano II più volte ribadito da Benedetto XVI, la missione di dare testimonianza alla Verità, di far riecheggiare la Parola nel canto artistico e giubilante delle loro parole. Non restando alla finestra ma scendendo nelle strade, in mezzo agli uomini.
(©L'Osservatore Romano 1° dicembre 2012)
India. La Chiesa proclama Beato Lazzaro Pillai, padre di famiglia e martire (Radio Vaticana)
India. La Chiesa proclama Beato Lazzaro Pillai, padre di famiglia e martire
Per la Chiesa indiana domani è un grande giorno: il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, proclama Beato Devasahayam (Lazzaro) Pillai, ucciso nel 1752 per essersi convertito dall’induismo al cattolicesimo. Il porporato presiede il rito di Beatificazione a Kottar, nello Stato indiano del Kerala, in rappresentanza del Santo Padre. Quella del nuovo Beato è stata una vita breve ma intensa: Devasahayam nasce nel 1712 nel Tamil Nadu, nell'India meridionale, suo padre era un bramino, la madre era di una casta guerriera. Laico, padre di famiglia e ufficiale al palazzo reale, conosce il Vangelo e, affascinato da Gesù, lascia l’induismo per diventare cattolico. Devasahayam inizia una vera e propria evangelizzazione, invitando alla conversione e al battesimo. Arrestato, viene sottoposto per tre anni a varie torture. Infine, viene fucilato il 14 gennaio del 1752: aveva appena 40 anni. I suoi resti mortali sono inumati nella chiesa che è l'odierna cattedrale della diocesi di Kottar. Roberto Piermarini ha chiesto al cardinale Angelo Amato cosa rappresenti la Beatificazione di Devasahayam Pillai per la Chiesa Indiana:
R. - La testimonianza del Beato Lazzaro Pillai è una pagina gloriosa della Chiesa in India. La sua conversione fu per lui l'inizio di una vita nuova, piena di entusiasmo e di gioia. Diventato cristiano, non badava più alla differenza di caste, ma abbracciava tutti come suoi fratelli amati. Il suo martirio, non cancellò la sua memoria, ma la consegnò all'ammirazione di tutti, cristiani e non cristiani. Il suo nome è oggi tra i più conosciuti tra i cristiani del Tamil Nadu.
D. - Ci può dire qualcosa della sua straordinaria vicenda di convertito dall'induismo?
R. - La vicenda della sua conversione ricorda molto i martiri della Chiesa antica. Conquistato dalla parola e dalla figura di Gesù, il suo battesimo costituì una vera rinascita per lui, ma anche una prova dolorosa. Infatti, dopo appena quattro anni dal battesimo, fu accusato ingiustamente e quindi imprigionato e maltrattato. Ma la reclusione diventò il suo territorio dmissione. Edificava col buon esempio e con la parola, narrando la vita di Gesù e raccontando la passione, morte e risurrezione del nostro Redentore.
D. - Che cosa ci sorprende di più della sua vita cristiana?
R. - E’ sorprendete in lui l’assimilazione piena e totale dell'esistenza cristiana, vissuta in Cristo e per Cristo. La sua felicità di essere cristiano era incontenibile. Di conseguenza, i suoi anni di prigionia furono vissuti nella gioiosa consapevolezza di essere stato scelto dalla Provvidenza a essere unito a Gesù, anche nella morte innocente.
D. - Cosa ci dice oggi questo straordinario Martire indiano?
R. - Anzitutto, egli è modello di saldezza nella fede e di perseveranza nella testimonianza. Con la vita e con la parola, nella libertà e nel rispetto della propria e dell'altrui coscienza, egli esorta a parlare di Gesù e a proclamare la salvezza dell'umanità intera in lui. In secondo luogo, il nostro Beato, come laico e padre di famiglia, diventa un modello straordinario di coinvolgimento dei laici nel ministero della evangelizzazione e della carità cristiana. Egli non poteva fare a meno di parlare di Gesù, con entusiasmo contagioso e con gioia incontenibile. Il nostro Beato è anche modello di fraternità umana senza frontiere di cultura, di casta, di censo, secondo le parole dell'apostolo e martire san Paolo, anche lui convertito, che ai Galati scriveva: «non c'è più giudeo o greco, non più schiavo o libero, non più maschio e femmina; perché tutti siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28).
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Attendere e sperare? Editoriale di padre Lombardi (Radio Vaticana)
Attendere e sperare? Editoriale di padre Lombardi
La Chiesa entra nel Tempo liturgico dell’Avvento: un tempo che invita in modo particolare alla speranza anche se il mondo oggi continua a vivere momenti difficili. Ascoltiamo in proposito il nostro direttore, padre Federico Lombardi, nel suo editoriale per Octava Dies, il Settimanale informativo del Centro Televisivo Vaticano:
Inizia ancora una volta il tempo d’Avvento. Tempo di attesa e di speranza guardando verso il Natale. Nel mondo non mancano problemi e situazioni che ci interpellano come membri dell’umanità in cammino e come credenti. Basta uno sguardo rapido intorno a noi. Problemi di crisi economica e di disoccupazione, per cui grava su molti popoli un’atmosfera di incertezza sul futuro e di incapacità di nuovi progetti. Problemi sociali e sanitari, come quelli richiamati recentemente dalle giornate mondiali di impegno contro la violenza nei confronti delle donne o contro l’Aids. Problemi di conflitti e di violenze, come quelli che travagliano la Siria, il Mali, la Nigeria, l’Est del Congo, la Somalia, l’Afganistan, l’Iraq. Problemi di tensioni sociali e politiche, come in Egitto.
Le luci di speranza non sono facili da riconoscere, anche se alcune non mancano. Vi sono colloqui in corso a Cuba fra il governo colombiano e la guerriglia delle Farc. Il voto sulla Palestina alle Nazioni Unite sarà una spinta per la ripresa del processo di pace? E’ lecito sperarlo.
Insomma, viviamo fra domande, preoccupazioni e fragili speranze. Il tempo di Avvento deve aiutarci a domandare e trovare i motivi di una grande Speranza, che non ci lasci risucchiare dalla sfiducia e sostenga invece anche le speranze umane nel tempo delle attese. In fondo, tutti gli sforzi della scienza, della diplomazia e della politica alla ricerca della pace sociale, interna e internazionale, hanno senso e solidità lungimirante solo sul fondamento della conversione personale per diventare operatori di pace, come dice il Signore. Perciò a questo dobbiamo dedicare il nostro Avvento di preghiera e di impegno.
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Scuole cattoliche, il Papa: hanno oggi una responsabilità storica (Izzo)
SCUOLE CATTOLICHE: PAPA, HANNO OGGI UNA RESPONSABILITA' STORICA
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 30 nov.
Le scuole cattoliche hanno oggi "una responsabilita' storica".
Lo afferma Benedetto XVI in un discorso rivolto ai vescovi francesi ricevuti in visita "ad limina".
Per il Papa - che ricorda come in Francia le scuole cattoliche abbiano "plasmato la vita cristiana e la cultura del Paese", e per questo "spesso godono di un prestigio meritato" - esse rappresentano non solo "luoghi di trasferimento delle conoscenze" ma istituzioni dedite alla formazione integrale della persona, con la proposta di un'accettazione incondizionata dell'altro".
In una societa' dove e' forte la presenza degli immigrati, offrono infatti un'occasione ai ragazzi di culture diverse per "imparare a vivere insieme".
"Trovare percorsi per la trasmissione della fede resta centrale per il loro progetto educativo", spiega il Pontefice ai vescovi francesi, esprimendo la riconoscenza della Chiesa per il contributo alla Nuova Evangelizzazione che viene dato "attraverso queste scuole e il lavoro multiforme dell'educazione cattolica, che sta alla base di molte iniziative e movimenti".
Secondo il Papa tedesco, "un'istruzione ispirata ai valori cristiani da' le chiavi per la cultura del proprio Paese" e favorisce nei giovani "l'apertura alla speranza e alla liberta' autentica". Cio', assicura Ratzinger ai presuli d'Oltralpe, "continuera' a fornire dinamismo e creativita'" all'azione della Chiesa.
"Il calore dato alla Nuova Evangelizzazione - infatti - sara' il migliore contributo allo sviluppo della societa' umana e la migliore risposta alle sfide di ogni tipo che si presentano a tutti nel terzo millennio".
© Copyright (AGI)
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 30 nov.
Le scuole cattoliche hanno oggi "una responsabilita' storica".
Lo afferma Benedetto XVI in un discorso rivolto ai vescovi francesi ricevuti in visita "ad limina".
Per il Papa - che ricorda come in Francia le scuole cattoliche abbiano "plasmato la vita cristiana e la cultura del Paese", e per questo "spesso godono di un prestigio meritato" - esse rappresentano non solo "luoghi di trasferimento delle conoscenze" ma istituzioni dedite alla formazione integrale della persona, con la proposta di un'accettazione incondizionata dell'altro".
In una societa' dove e' forte la presenza degli immigrati, offrono infatti un'occasione ai ragazzi di culture diverse per "imparare a vivere insieme".
"Trovare percorsi per la trasmissione della fede resta centrale per il loro progetto educativo", spiega il Pontefice ai vescovi francesi, esprimendo la riconoscenza della Chiesa per il contributo alla Nuova Evangelizzazione che viene dato "attraverso queste scuole e il lavoro multiforme dell'educazione cattolica, che sta alla base di molte iniziative e movimenti".
Secondo il Papa tedesco, "un'istruzione ispirata ai valori cristiani da' le chiavi per la cultura del proprio Paese" e favorisce nei giovani "l'apertura alla speranza e alla liberta' autentica". Cio', assicura Ratzinger ai presuli d'Oltralpe, "continuera' a fornire dinamismo e creativita'" all'azione della Chiesa.
"Il calore dato alla Nuova Evangelizzazione - infatti - sara' il migliore contributo allo sviluppo della societa' umana e la migliore risposta alle sfide di ogni tipo che si presentano a tutti nel terzo millennio".
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I temi al centro delle prime quattro catechesi del Papa sull'Anno della Fede (Lodovici)
I temi al centro delle prime quattro catechesi del Papa
L’amore è indispensabile ma la ragione illumina la fede
Giacomo Samek Lodovici
La credibilità e ragionevolezza della fede è uno dei temi portanti delle prime quattro catechesi del mercoledì tenute dal Papa da quando è iniziato l’Anno della Fede.
Quest’ultima, infatti, non è un salto nel buio, bensì 'un assenso con cui la nostra mente e il nostro cuore dicono il loro 'sì' a Dio.
Per Benedetto XVI ci sono varie e complementari strade per arrivare a questo traguardo. Per esempio, bisogna aver tempo di «guardare in profondità in noi stessi e leggere quella sete di infinito che portiamo dentro, che […] rinvia a Qualcuno che la possa colmare». Inoltre, «il nostro modo di vivere nella fede e nella carità diventa un parlare di Dio […] perché mostra con un’esistenza vissuta in Cristo la credibilità, il realismo di quello che diciamo con le parole»: è infatti ragionevole credere in un Dio-Amore se c’è qualcuno che in nome di Dio si dedica agli altri con grande zelo ed amore.
Ancora, il Papa ha richiamato in due udienze l’esortazione di san Pietro: «Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3,15). Ha spiegato che «sempre di più il credente deve essere capace di dare ragione della sua fede», e che «ai credenti viene chiesto […] di giustificare con motivazioni fondate la loro adesione alla parola del Vangelo». Ha anche ricordato che «la tradizione cattolica sin dall’inizio ha rigettato il cosiddetto fideismo, che è la volontà di credere contro la ragione». Del resto, Benedetto XVI si è pronunciato svariate volte in tal senso: è dunque un tema che gli sta molto a cuore, nel solco del Magistero di sempre e di Giovanni Paolo II, che ha addirittura dedicato l’intera enciclica Fides et ratio ai fruttuosi rapporti tra fede e filosofia.
Se le prime strade per arrivare all’assenso nei confronti dell’esistenza di Dio sono facilmente comprensibili, ci si può invece chiedere quale apporto possa mai recare la filosofia, visto che il credente ha già a disposizione sia la Rivelazione biblica, sia una conferma interiore in termini di slancio, affetto, senso di pace... Ora, certamente la fede non è un fatto intellettuale: lo stesso Benedetto XVI ha sottolineato che la fede è un «conoscere che dona sapore alla vita […] un modo gioioso di stare al mondo'; nondimeno la filosofia può fornire argomentazioni (nuove o antiche, se del caso da rigorizzare) per dimostrare sia l’esistenza di Dio, sia che Dio è Provvidente, che è Buono (nonostante la sofferenza dell’innocente) e altri suoi attributi, sia per dimostrare – per esempio – l’esistenza e l’immortalità dell’anima e diversi principi etici cristiani.
Ovviamente non possiamo riferire, qui e adesso, queste argomentazioni, ma possiamo sinteticamente mostrare almeno due loro apporti molti fecondi. Primo, esse possono essere proposte al non credente, accompagnandolo a comprendere che Dio esiste e/o che le affermazioni etiche cristiane sono vere, facendo leva su ciò che è condiviso da ogni uomo, cioè la ragione.
All’opposto, è sterile sia proporgli di abbracciare la fede e l’etica cristiane 'perché lo dice la Sacra Scrittura', in quanto egli non crede all’ispirazione divina della Bibbia, sia dirgli che Dio esiste, 'perché io lo sento nel mio cuore', perché egli può giustamente ribattere che potrebbe trattarsi di un’autosuggestione.
Secondo, queste argomentazioni possono soccorrere anche chi è già credente, giacché persino alcuni santi (da san Giovanni della Croce a Madre Teresa) hanno vissuto periodi di aridità spirituale interiore e di incertezza. In simili momenti, l’argomentazione filosofica può contribuire a superare i dubbi di fede, a vincere le incertezze, a perseverare.
La diffusione della fede richiede anzitutto un’ardente testimonianza di amore, ed è evidente che le argomentazioni filosofiche non convincono tutti (ed è anche per questo motivo che c’è chi le ha conosciute rimanendo ateo, o comunque chi le ha criticate. Tuttavia la loro fecondità è enorme.
© Copyright Avvenire, 1° dicembre 2012 consultabile online qui.
Oggi il Papa incontra i circensi, tendone e giostra in Piazza San Pietro (Izzo)
PAPA: DOMANI VEDE CIRCENSI, TENDONE E GIOSTRA IN PIAZZA S.PIETRO
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 30 nov.
Una giostra a cavalli, un tendone del circo e un teatrino dei burattini sono stati allestiti questa mattina presto in piazza San Pietro: tre simboli dello spettacolo viaggiante per comunicare al mondo intero la gioia dei professionisti del circo, esercenti di luna park e delle fiere, artisti di strada, madonnari e burattinai, componenti di bande musicali e di gruppi folcloristici che saranno ricevuti domani da Papa Benedetto XVI a conclusione di un pellegrinaggio di due giorni a Roma, che prevede nel pomeriggio di oggi una messa nella Basilica di San Pietro.
Sono circa 7.000 i partecipanti all'iniziativa promossa dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, in collaborazione con la Fondazione "Migrantes", della Conferenza Episcopale Italiana, della Diocesi di Roma e delle Associazioni di categoria, provenienti da Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Romania, Russia, Spagna, Svizzera, Ungheria e Stati Uniti d'America. Questa sera si terra', all'insegna della festa e dello spettacolo, anche un raduno a piazza del Popolo, dalle 20.30 alle 24, quando si esibiranno circensi, fieranti, lunaparchisti, artisti di strada, burattinai, madonnari, bande musicali e gruppi folcloristici. Contemporaneamente, a piazza Farnese, si esibiranno bande musicali e artisti di strada.
Domani, alle 7,30 del mattino, gli artisti itineranti si raduneranno presso Castel Sant'Angelo. Alle 8.30 partira' il corteo alla volta di piazza San Pietro. Alle 10, in Aula Paolo VI, iniziera' lo spettacolo Aspettando il Papa, coordinato da Alessandro Simone e presentato da Ambra Orfei. Fino alle 11,45 - informa il sito cattolico Zenit.org - si esibiranno componenti della famiglia dello spettacolo viaggiante, con l'intrattenimento di Bande Musicali e Gruppi Folcloristici. Sara' inoltre proiettata la Preghiera del Clown di Toto', tratta dal film Il piu' comico spettacolo del mondo, diretto da Mario Mattoli nel 1953. L'arrivo di papa Benedetto XVI per l'Udienza e' previsto per le 12.
Al saluto del cardinale Veglio', seguiranno le testimonianze di Sonja Probst, clown tedesca, Gerard Couasnon, esercente di fiera francese, e David Degli Innocenti, esercente di luna park italiano. Per l'occasione si esibiranno gli allievi dell'Accademia d'Arte Circense guidati dal direttore Andrea Togni, e il Maestro Mimmo Cuticchio, erede della tradizione dei cuntisti siciliani e dell'arte del puparo, con Elisa, Giacomo e Sara. Dopo il Discorso e la Benedizione di Papa Benedetto XVI, l'udienza terminera' con l'esibizione natalizia di un gruppo di Zampognari.
© Copyright (AGI)
Salvatore Izzo
(AGI) - CdV, 30 nov.
Una giostra a cavalli, un tendone del circo e un teatrino dei burattini sono stati allestiti questa mattina presto in piazza San Pietro: tre simboli dello spettacolo viaggiante per comunicare al mondo intero la gioia dei professionisti del circo, esercenti di luna park e delle fiere, artisti di strada, madonnari e burattinai, componenti di bande musicali e di gruppi folcloristici che saranno ricevuti domani da Papa Benedetto XVI a conclusione di un pellegrinaggio di due giorni a Roma, che prevede nel pomeriggio di oggi una messa nella Basilica di San Pietro.
Sono circa 7.000 i partecipanti all'iniziativa promossa dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, in collaborazione con la Fondazione "Migrantes", della Conferenza Episcopale Italiana, della Diocesi di Roma e delle Associazioni di categoria, provenienti da Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo, Romania, Russia, Spagna, Svizzera, Ungheria e Stati Uniti d'America. Questa sera si terra', all'insegna della festa e dello spettacolo, anche un raduno a piazza del Popolo, dalle 20.30 alle 24, quando si esibiranno circensi, fieranti, lunaparchisti, artisti di strada, burattinai, madonnari, bande musicali e gruppi folcloristici. Contemporaneamente, a piazza Farnese, si esibiranno bande musicali e artisti di strada.
Domani, alle 7,30 del mattino, gli artisti itineranti si raduneranno presso Castel Sant'Angelo. Alle 8.30 partira' il corteo alla volta di piazza San Pietro. Alle 10, in Aula Paolo VI, iniziera' lo spettacolo Aspettando il Papa, coordinato da Alessandro Simone e presentato da Ambra Orfei. Fino alle 11,45 - informa il sito cattolico Zenit.org - si esibiranno componenti della famiglia dello spettacolo viaggiante, con l'intrattenimento di Bande Musicali e Gruppi Folcloristici. Sara' inoltre proiettata la Preghiera del Clown di Toto', tratta dal film Il piu' comico spettacolo del mondo, diretto da Mario Mattoli nel 1953. L'arrivo di papa Benedetto XVI per l'Udienza e' previsto per le 12.
Al saluto del cardinale Veglio', seguiranno le testimonianze di Sonja Probst, clown tedesca, Gerard Couasnon, esercente di fiera francese, e David Degli Innocenti, esercente di luna park italiano. Per l'occasione si esibiranno gli allievi dell'Accademia d'Arte Circense guidati dal direttore Andrea Togni, e il Maestro Mimmo Cuticchio, erede della tradizione dei cuntisti siciliani e dell'arte del puparo, con Elisa, Giacomo e Sara. Dopo il Discorso e la Benedizione di Papa Benedetto XVI, l'udienza terminera' con l'esibizione natalizia di un gruppo di Zampognari.
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Papa Ratzinger, i cardinali e la rivoluzione di Sua Beatitudine (Di Giacomo)
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Mons. Gaenswein: Personalmente ho visto il mio ruolo o servizio al Papa come quello di un vetro
Papa/ Il segretario personale: Mio ruolo come vetro pulito
Don Georg ha ricevuto premio di associazione 'Tu es Petrus'
Città del Vaticano, 30 nov. (TMNews)
"Personalmente ho visto il mio ruolo o servizio al Papa come quello di un vetro. Un vetro è un vetro quando è pulito. Più pulito è più raggiunge il suo scopo.
Se si sporca o si rompe rimane un vetro ma non funziona come dovrebbe". Monsignor Georg Gaenswein, segretario particolare di Benedetto XVI, ha descritto così quella che ha definito "la dietrologia della mia comprensione del ruolo che svolgo".
"Debbo lasciare entrare il sole, e il vetro meno appare meglio è, se non si vede proprio vuol dire che svolge bene il suo lavoro", ha spiegato Gaenswein nel breve discorso pronunciato a braccio questa sera alla cerimonia nella quale gli è stato consegnato - dal cardinale Salvatore De Giorgi - il premio "Testimoni di santità" assegnatogli dall'associazione 'Tu es Petrus'.
"Meno vengo messo volutamente in mostra meglio è", ha poi riassunto 'don Georg' a quanto riferito dai presenti, assicurando di offrire ogni giorno il suo aiuto al Pontefice il suo servizio "col cuore, con il cervello, con l'anima, con tutte le forze che ho".
E, ha confidato, se "venti ostili ci sono e se toccano il Santo Padre talvolta toccano anche il suo segretario, la sofferenza fa parte della via Crucis, ma non la scegliamo".
'Don Georg' ha poi ringraziato il cardinale De Giorgi, presidente onorario di 'Tu es Petrus', e ha rivelato pubblicamente un episodio della sera del 19 aprile 2005, cioé qualcosa che accadde subito dopo l'elezione di Ratzinger.
"I cardinali - ha raccontato - erano nella Sala da pranzo della casa Santa Marta, con il Papa eletto, e io ero presente in un angolo. A un certo punto hanno intonato l''oremus pro Pontefice nostro', ma il coro non era un granché. Solo una voce era sicura, quella di De Giorgi. Lui sapeva il testo e ha concesso di portare a termine il canto".
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Il cattolicesimo alla radice dell'identità inglese (Mark Langham e Justin Bedford)
Una fede che ha conosciuto l'esclusione e il martirio oggi divenuta elemento di unione
Il cattolicesimo alla radice dell'identità inglese
di Mark Langham* e Justin Bedford**
Nella chiesa di Santo Spirito in Sassia, non distante dalla basilica di San Pietro, è conservata un'immagine della Madonna di Ina, dono di un re d'Inghilterra dell'ottavo secolo, il quale fondò un ostello sassone, antenato dell'ospizio inglese a Roma, che quest'anno celebra il suo 650° anniversario. L'immagine è un'antica testimonianza di una tradizione cattolica inglese, che poi nel medioevo sarebbe sbocciata nell'arte, nella letteratura e nella musica, caratterizzando il panorama intellettuale e geografico dell'Inghilterra con cattedrali, università e abbazie, e collegandolo saldamente alle tradizioni della Chiesa d'occidente. Un'altra immagine a Roma, nella chiesa di San Tommaso di Canterbury in via di Monserrato, mostra studenti sacerdoti che vengono torturati e giustiziati per la loro fede cattolica. Non viene risparmiato nessun dettaglio, ma se dovesse sorgere qualche dubbio, nell'immagine sono annotati nomi, date e metodi di esecuzione. È questo l'altro aspetto della tradizione cattolica inglese: esclusione, persecuzione e, infine, martirio.
È in questi due mondi che si è formato il cattolicesimo inglese: radicato profondamente nella devozione cattolica e nel senso di unità con l'antica fede del Paese, e sentendosi allo stesso tempo al margine, non accettato, non veramente inglese. Nello scomodo scenario tra queste due realtà, il cattolicesimo inglese ha faticato a trovare la propria identità. Il trauma che i cattolici inglesi devono affrontare è il modo in cui una nazione, talmente impregnata della fede cattolica da essere conosciuta, nel medioevo, come “dote di Maria”, nello spazio di una generazione si sia rivoltata contro la Chiesa antica, abbattendone le immagini, mettendone al bando la liturgia e negando il suo essere inglese. La versione originale dell'inno nazionale chiedeva la liberazione dalle “manovre papaline”, e fino al 2011 un cattolico non poteva sposarsi con il monarca (mentre lui o lei continua a non poter essere cattolico). In passato era stato tutto molto diverso: il primo arcivescovo di Canterbury, Agostino, portava con sé da Roma la benedizione del santo Papa Gregorio, mentre nel 664 il sinodo di Whitby legava la Chiesa inglese definitivamente a Roma. Il Venerabile Beda considerava la fedeltà a Roma parametro di ortodossia, mentre san Benedetto Biscop importò le pratiche monastiche romane e il canto gregoriano; i santi inglesi portavano la fede di Roma in Europa, e i pellegrini giungevano in massa nella città eterna. Settecentocinquanta pellegrini inglesi si recarono a Roma per l'anno santo 1500, e il re d'Inghilterra dichiarò l'ospizio romano noster hospitalis. Gli studiosi inglesi della cerchia di Tommaso Moro studiarono in Italia: John Colet, Thomas Linacre, William War-ham. Ci furono vescovi italiani a Salisbury e a Worcester. Artisti italiani furono accolti dalle corti inglesi: furono artigiani italiani a posare il più grande pavimento in stile cosmatesco a nord delle Alpi, nell'abbazia di Westminster, nel 1268; il cardinale Wolsey decorò il proprio palazzo con le opere del Mantegna, mentre la tomba di re Enrico VII fu realizzata da Pietro Torrigiani, contemporaneo di Michelangelo. E questo movimento non fu solo a senso unico: la musica di John Dunstable veniva cantata nelle cappelle europee, mentre pregevoli sculture in alabastro di Nottingham possono ancora essere ammirate nelle cattedrali della Spagna, della Croazia e della Polonia. I vincoli sembravano indistruttibili.
E invece, a cinquant'anni dalla Riforma, questa nazione un tempo devotamente cattolica, legata a Roma da vincoli di fede, di studio e di arte, aveva ripudiato la sua fedeltà a Roma, abbattuto i suoi grandi monasteri e giustiziato i sacerdoti che in passato solitamente ne avevano amministrato la vita religiosa. Come ciò possa essere accaduto è al centro di un dibattito attuale e appassionato. L'effetto sulla coscienza cattolica inglese fu comunque devastante e duraturo. I cattolici si sentivano ai margini della società, una minoranza perseguitata e odiata. Sconvolti e pieni di risentimento, vedevano le loro antiche chiese e cattedrali ormai nelle mani della religione riformata. Le feste cattoliche furono bandite, le devozioni cattoliche meticolosamente sradicate. Isolati dal loro passato, per i cattolici l'Inghilterra divenne un Paese straniero. Dopo la scomunica del loro sovrano da parte del Papa furono condannati come antinglesi e traditori. Anche di recente un corrispondente del «London Times» ha fatto notare che i grandi nemici storici dell'Inghilterra, dall'Armata spagnola a Napoleone e perfino Hitler, erano tutti cattolici. Il mito è ben radicato.
La comunità cattolica dopo la Riforma era piccola, sparpagliata, timorosa. Quelli rimasti sopravvissero mantenendo un basso profilo. Dopo il tentativo da parte dei cattolici, nel 1605, di fare saltare in aria il re e il Parlamento, il leader dei cattolici inglesi raccomandò l'osservanza di un giuramento di fedeltà proposto da re Giacomo i (aspramente criticato da san Roberto Bellarmino). Nel diciottesimo secolo, il vescovo Challoner consigliò a Roma di non istituire una gerarchia cattolica nelle colonie americane per timore di offendere la corona britannica. Questo briciolo di cautela continua a essere un elemento forte nel cattolicesimo inglese; in generale ci sono diffidenza dinanzi a una religione vistosa, paura di parlare a voce troppo alta, l'impulso a utilizzare la persuasione piuttosto che l'aggressione. In quegli anni di persecuzione, la tradizione cattolica inglese fu espressa nella maniera più sicura attraverso la scrittura. I gesuiti Edmund Campion e Robert Southwell, come anche il convertito Richard Crashaw, usarono il periodo più florido della lingua inglese per dare ali alla loro fede. Lo stesso vescovo Challoner con The Garden of the Soul donò ai cattolici inglesi uno dei loro classici eterni. Lo stato d'animo prevalente era quello di una tenacia non ostentata. Fu quindi con un certo raccapriccio che i prudenti cattolici inglesi guardarono all'avvento, nel diciannovesimo secolo, dell'ultramontanismo, ovvero all'importazione di forme trionfali di cattolicesimo. Nessuno lo ha impersonato più di Nicholas Wiseman, primo arcivescovo di Westminster, che divulgò con grande clamore il ripristino della gerarchia cattolica nel 1850, dichiarando: «Gli anelli d'argento della catena che ha collegato l'Inghilterra alla Sede di Pietro vengono trasformati in oro lucido». Al che la regina Vittoria rispose: «Sono o non sono regina d'Inghilterra?».
Comparvero menti più razionali. John Henry Newman e i suoi compagni anglicani convertiti corrispondevano istintivamente al temperamento inglese. «Il vero gentiluomo -- secondo Newman -- evita accuratamente tutto ciò che può provocare dissonanze o produrre choc negli altri». Il loro contributo permise al cattolicesimo inglese moderno di acquisire il proprio sapore distintivo, profondamente leale a Roma, ma restio all'ostentazione, orgoglioso del suo antico retaggio, ma disposto ad adattarsi alle nuove circostanze. Questo cattolicesimo esercitava la stessa attrazione sia sugli aristocratici, sia sui lavoratori (si racconta che il duca di Norfolk sia stato visto pregare accanto a un operaio irlandese). Esso rimase distintamente letterario, vantando nomi famosi come G.K. Chesterton, Gerard Manley Hopkins, Evelyn Waugh, Graham Greene, J.R.R. Tolkien.
Man mano che cresceva il coraggio, emergevano sempre più segni tangibili della presenza cattolica: furono costruite cattedrali per le nuove sedi inglesi a Westminster e a Birmingham. L'architetto Pugin fu il paladino della rinascita gotica come forma d'arte dichiaratamente cattolica negli ambienti civili ed ecclesiastici. I cattolici inglesi contribuirono anche a trasformare il panorama sociale: il cardinale Manning risolse lo sciopero dei portuali del 1889 e fu membro della commissione reale per i poveri. La rete di scuole ed enti cattolici, istituita nel diciannovesimo secolo, dà tuttora un contributo essenziale alla vita inglese.
A lungo caricaturato come “missione italiana presso gli irlandesi”, negli ultimi anni il cattolicesimo si è arricchito grazie all'immigrazione dall'Europa dell'est, dall'Africa e dall'Asia, con numeri in crescita e persone che professano con orgoglio la propria fede, senza il peso della complessa storia del cattolicesimo in questo Paese. Attualmente il cattolicesimo inglese ha un carattere internazionale e una portata universale da far invidia alle altre comunità cristiane. E, poco a poco, il cattolicesimo ha assunto il proprio posto al centro della nazione. L'epocale visita della regina Elisabetta ii alla cattedrale di Westminster nel 1995 è stata, secondo il cardinale Basil Hume, la guarigione di un sentimento di esclusione durato quattrocento anni. Le visite dei pontefici Giovanni Paolo e Benedetto, che hanno avuto un grande successo, hanno smentito i critici e toccato un senso più profondo di tolleranza e di correttezza nel cuore degli uomini e delle donne inglesi. In una società in cui i valori mutano rapidamente e le vecchie certezze vengono messe in discussione, il cattolicesimo è una delle ancore dell'identità, che contribuisce al dibattito nazionale e unisce piuttosto che escludere. È questo il messaggio che sua altezza il duca di Gloucester, cugino della regina Elisabetta, porterà al Venerabile collegio inglese durante la sua visita, il 1° dicembre, per commemorare la Giornata dei martiri inglesi insieme agli studenti eredi di Campion e Sherwin.
Il 650° anniversario dell'ospizio inglese a Roma riguarda gli antichi edifici in via di Monserrato, sede del Venerabile collegio inglese, che lo ha sostituito. Le due fondazioni rispecchiano le due identità del cattolicesimo inglese: la prima ricorda la fede antica del Paese, la seconda gli anni di persecuzione e di esclusione. Tuttavia, proprio come le due fondazioni occupano lo stesso sito, così i due aspetti della tradizione cattolica inglese non sono mai stati del tutto distinti tra loro; l'uno dimora accanto, o dentro, all'altro. È questo che contribuisce alla perseveranza e alla vitalità della fede nel nostro Paese.
(©L'Osservatore Romano 1° dicembre 2012)
Il cattolicesimo alla radice dell'identità inglese
di Mark Langham* e Justin Bedford**
Nella chiesa di Santo Spirito in Sassia, non distante dalla basilica di San Pietro, è conservata un'immagine della Madonna di Ina, dono di un re d'Inghilterra dell'ottavo secolo, il quale fondò un ostello sassone, antenato dell'ospizio inglese a Roma, che quest'anno celebra il suo 650° anniversario. L'immagine è un'antica testimonianza di una tradizione cattolica inglese, che poi nel medioevo sarebbe sbocciata nell'arte, nella letteratura e nella musica, caratterizzando il panorama intellettuale e geografico dell'Inghilterra con cattedrali, università e abbazie, e collegandolo saldamente alle tradizioni della Chiesa d'occidente. Un'altra immagine a Roma, nella chiesa di San Tommaso di Canterbury in via di Monserrato, mostra studenti sacerdoti che vengono torturati e giustiziati per la loro fede cattolica. Non viene risparmiato nessun dettaglio, ma se dovesse sorgere qualche dubbio, nell'immagine sono annotati nomi, date e metodi di esecuzione. È questo l'altro aspetto della tradizione cattolica inglese: esclusione, persecuzione e, infine, martirio.
È in questi due mondi che si è formato il cattolicesimo inglese: radicato profondamente nella devozione cattolica e nel senso di unità con l'antica fede del Paese, e sentendosi allo stesso tempo al margine, non accettato, non veramente inglese. Nello scomodo scenario tra queste due realtà, il cattolicesimo inglese ha faticato a trovare la propria identità. Il trauma che i cattolici inglesi devono affrontare è il modo in cui una nazione, talmente impregnata della fede cattolica da essere conosciuta, nel medioevo, come “dote di Maria”, nello spazio di una generazione si sia rivoltata contro la Chiesa antica, abbattendone le immagini, mettendone al bando la liturgia e negando il suo essere inglese. La versione originale dell'inno nazionale chiedeva la liberazione dalle “manovre papaline”, e fino al 2011 un cattolico non poteva sposarsi con il monarca (mentre lui o lei continua a non poter essere cattolico). In passato era stato tutto molto diverso: il primo arcivescovo di Canterbury, Agostino, portava con sé da Roma la benedizione del santo Papa Gregorio, mentre nel 664 il sinodo di Whitby legava la Chiesa inglese definitivamente a Roma. Il Venerabile Beda considerava la fedeltà a Roma parametro di ortodossia, mentre san Benedetto Biscop importò le pratiche monastiche romane e il canto gregoriano; i santi inglesi portavano la fede di Roma in Europa, e i pellegrini giungevano in massa nella città eterna. Settecentocinquanta pellegrini inglesi si recarono a Roma per l'anno santo 1500, e il re d'Inghilterra dichiarò l'ospizio romano noster hospitalis. Gli studiosi inglesi della cerchia di Tommaso Moro studiarono in Italia: John Colet, Thomas Linacre, William War-ham. Ci furono vescovi italiani a Salisbury e a Worcester. Artisti italiani furono accolti dalle corti inglesi: furono artigiani italiani a posare il più grande pavimento in stile cosmatesco a nord delle Alpi, nell'abbazia di Westminster, nel 1268; il cardinale Wolsey decorò il proprio palazzo con le opere del Mantegna, mentre la tomba di re Enrico VII fu realizzata da Pietro Torrigiani, contemporaneo di Michelangelo. E questo movimento non fu solo a senso unico: la musica di John Dunstable veniva cantata nelle cappelle europee, mentre pregevoli sculture in alabastro di Nottingham possono ancora essere ammirate nelle cattedrali della Spagna, della Croazia e della Polonia. I vincoli sembravano indistruttibili.
E invece, a cinquant'anni dalla Riforma, questa nazione un tempo devotamente cattolica, legata a Roma da vincoli di fede, di studio e di arte, aveva ripudiato la sua fedeltà a Roma, abbattuto i suoi grandi monasteri e giustiziato i sacerdoti che in passato solitamente ne avevano amministrato la vita religiosa. Come ciò possa essere accaduto è al centro di un dibattito attuale e appassionato. L'effetto sulla coscienza cattolica inglese fu comunque devastante e duraturo. I cattolici si sentivano ai margini della società, una minoranza perseguitata e odiata. Sconvolti e pieni di risentimento, vedevano le loro antiche chiese e cattedrali ormai nelle mani della religione riformata. Le feste cattoliche furono bandite, le devozioni cattoliche meticolosamente sradicate. Isolati dal loro passato, per i cattolici l'Inghilterra divenne un Paese straniero. Dopo la scomunica del loro sovrano da parte del Papa furono condannati come antinglesi e traditori. Anche di recente un corrispondente del «London Times» ha fatto notare che i grandi nemici storici dell'Inghilterra, dall'Armata spagnola a Napoleone e perfino Hitler, erano tutti cattolici. Il mito è ben radicato.
La comunità cattolica dopo la Riforma era piccola, sparpagliata, timorosa. Quelli rimasti sopravvissero mantenendo un basso profilo. Dopo il tentativo da parte dei cattolici, nel 1605, di fare saltare in aria il re e il Parlamento, il leader dei cattolici inglesi raccomandò l'osservanza di un giuramento di fedeltà proposto da re Giacomo i (aspramente criticato da san Roberto Bellarmino). Nel diciottesimo secolo, il vescovo Challoner consigliò a Roma di non istituire una gerarchia cattolica nelle colonie americane per timore di offendere la corona britannica. Questo briciolo di cautela continua a essere un elemento forte nel cattolicesimo inglese; in generale ci sono diffidenza dinanzi a una religione vistosa, paura di parlare a voce troppo alta, l'impulso a utilizzare la persuasione piuttosto che l'aggressione. In quegli anni di persecuzione, la tradizione cattolica inglese fu espressa nella maniera più sicura attraverso la scrittura. I gesuiti Edmund Campion e Robert Southwell, come anche il convertito Richard Crashaw, usarono il periodo più florido della lingua inglese per dare ali alla loro fede. Lo stesso vescovo Challoner con The Garden of the Soul donò ai cattolici inglesi uno dei loro classici eterni. Lo stato d'animo prevalente era quello di una tenacia non ostentata. Fu quindi con un certo raccapriccio che i prudenti cattolici inglesi guardarono all'avvento, nel diciannovesimo secolo, dell'ultramontanismo, ovvero all'importazione di forme trionfali di cattolicesimo. Nessuno lo ha impersonato più di Nicholas Wiseman, primo arcivescovo di Westminster, che divulgò con grande clamore il ripristino della gerarchia cattolica nel 1850, dichiarando: «Gli anelli d'argento della catena che ha collegato l'Inghilterra alla Sede di Pietro vengono trasformati in oro lucido». Al che la regina Vittoria rispose: «Sono o non sono regina d'Inghilterra?».
Comparvero menti più razionali. John Henry Newman e i suoi compagni anglicani convertiti corrispondevano istintivamente al temperamento inglese. «Il vero gentiluomo -- secondo Newman -- evita accuratamente tutto ciò che può provocare dissonanze o produrre choc negli altri». Il loro contributo permise al cattolicesimo inglese moderno di acquisire il proprio sapore distintivo, profondamente leale a Roma, ma restio all'ostentazione, orgoglioso del suo antico retaggio, ma disposto ad adattarsi alle nuove circostanze. Questo cattolicesimo esercitava la stessa attrazione sia sugli aristocratici, sia sui lavoratori (si racconta che il duca di Norfolk sia stato visto pregare accanto a un operaio irlandese). Esso rimase distintamente letterario, vantando nomi famosi come G.K. Chesterton, Gerard Manley Hopkins, Evelyn Waugh, Graham Greene, J.R.R. Tolkien.
Man mano che cresceva il coraggio, emergevano sempre più segni tangibili della presenza cattolica: furono costruite cattedrali per le nuove sedi inglesi a Westminster e a Birmingham. L'architetto Pugin fu il paladino della rinascita gotica come forma d'arte dichiaratamente cattolica negli ambienti civili ed ecclesiastici. I cattolici inglesi contribuirono anche a trasformare il panorama sociale: il cardinale Manning risolse lo sciopero dei portuali del 1889 e fu membro della commissione reale per i poveri. La rete di scuole ed enti cattolici, istituita nel diciannovesimo secolo, dà tuttora un contributo essenziale alla vita inglese.
A lungo caricaturato come “missione italiana presso gli irlandesi”, negli ultimi anni il cattolicesimo si è arricchito grazie all'immigrazione dall'Europa dell'est, dall'Africa e dall'Asia, con numeri in crescita e persone che professano con orgoglio la propria fede, senza il peso della complessa storia del cattolicesimo in questo Paese. Attualmente il cattolicesimo inglese ha un carattere internazionale e una portata universale da far invidia alle altre comunità cristiane. E, poco a poco, il cattolicesimo ha assunto il proprio posto al centro della nazione. L'epocale visita della regina Elisabetta ii alla cattedrale di Westminster nel 1995 è stata, secondo il cardinale Basil Hume, la guarigione di un sentimento di esclusione durato quattrocento anni. Le visite dei pontefici Giovanni Paolo e Benedetto, che hanno avuto un grande successo, hanno smentito i critici e toccato un senso più profondo di tolleranza e di correttezza nel cuore degli uomini e delle donne inglesi. In una società in cui i valori mutano rapidamente e le vecchie certezze vengono messe in discussione, il cattolicesimo è una delle ancore dell'identità, che contribuisce al dibattito nazionale e unisce piuttosto che escludere. È questo il messaggio che sua altezza il duca di Gloucester, cugino della regina Elisabetta, porterà al Venerabile collegio inglese durante la sua visita, il 1° dicembre, per commemorare la Giornata dei martiri inglesi insieme agli studenti eredi di Campion e Sherwin.
Il 650° anniversario dell'ospizio inglese a Roma riguarda gli antichi edifici in via di Monserrato, sede del Venerabile collegio inglese, che lo ha sostituito. Le due fondazioni rispecchiano le due identità del cattolicesimo inglese: la prima ricorda la fede antica del Paese, la seconda gli anni di persecuzione e di esclusione. Tuttavia, proprio come le due fondazioni occupano lo stesso sito, così i due aspetti della tradizione cattolica inglese non sono mai stati del tutto distinti tra loro; l'uno dimora accanto, o dentro, all'altro. È questo che contribuisce alla perseveranza e alla vitalità della fede nel nostro Paese.
(©L'Osservatore Romano 1° dicembre 2012)
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